cerca

Il comune grillino di Guidonia chiude le cave di travertino

A rischio non soltanto 2.500 lavoratori, ma anche una tradizione che ha all’incirca duemila anni

23 Settembre 2018 alle 06:10

Il comune grillino di Guidonia chiude le cave di travertino

Foto LaPresse

Roma. Tra il comune di Guidonia Montecelio e quello di Tivoli c’è solo la via Tiburtina, appena quaranta metri d’asfalto. Eppure, da una parte all’altra della strada, la stessa legge regionale, quella sulle cave, è stata interpretata in due modi diversi. La questione è seria e riguarda l’estrazione del travertino, roccia calcarea che, dall’inizio del Novecento, rappresenta la spina dorsale dell’economia della zona. Ma se a Tivoli l’estrazione procede senza problemi, a Guidonia, dove ci sono venti cave, il comune ha recepito una legge regionale in modo difforme da tutto il resto del Lazio.

 

A finire sulla graticola, il sindaco grillino Michel Barbet, dopo la decisione dei suoi uffici di non prorogare le concessioni di scavo ad alcuni imprenditori. “Nell’ultimo anno sono state fermate tre aziende significative – spiega Filippo Lippiello, presidente del cento per la Valorizzazione del Travertino Romano – Sono dodici le cave che hanno richiesto il rinnovo dell’autorizzazione: ma per ora – continua – sono arrivati solo dodici pre-dinieghi, in attesa che l’amministrazione decida se farle continuare a lavorare o chiuderle”. Già, la chiusura. Una parola che in città non può nemmeno essere pronunciata da quando, a marzo, la chiusura della prima cava ha fatto scattare i primi trentotto licenziamenti. Ora, per altri cinquantuno operai, è stata avviata la stessa procedura. Ma a tremare è l’intera città perché, tra lavoratori diretti e indiretti, il travertino dà il pane a quasi 2.500 famiglie. Basti pensare che, fino a qualche anno fa, il comparto rappresentava il 5 per cento del pil laziale. E perché – vi starete chiedendo – se chiudono solo alcune cave, sono più di 2.000 i lavoratori che rischiano il posto? Perché, ad esempio, l’emungimento dell’acqua, indispensabile per poter scavare, è suddiviso tra le diverse imprese. In poche parole, se un’azienda smette di pompare, le altre non hanno mezzi per smaltire da sole l’acqua che ricopre i blocchi di travertino e quindi non possono cavare. E se la roccia scarseggia, l’intera filiera della lavorazione si estingue. Ma perché il comune ha bloccato le proroghe? Il motivo – spiega il sindaco Barbet – è ambientale. “Alcune aziende – dice il primo cittadino – non hanno rispettato le regole a partire dai tombamenti”. In altre parole, le ditte, non avrebbero colmato i vuoti man mano che procedevano con gli scavi. “Per giunta – continua – avrebbero dovuto ricoprire con un materiale compatibile perché, scavando troppo in profondità, hanno raggiunto le falde acquifere”.

 

Il paradosso è che, una volta portato fuori dalle cave, il travertino, o meglio gli scarti della sua lavorazione, non può essere riutilizzato per colmare le cavità. A supporto dello stop alle concessioni, il sindaco fornisce altri due argomenti: lo scarico delle acque di scarto, piene di polveri e fango, nel fiume Aniene e la subsidenza, ovvero il lento sprofondamento del terreno in alcune aree del comune causate – sostiene – dal pompaggio dell’acqua. Accuse che – secondo gli imprenditori – non stanno in piedi: primo, perché chiudendo le cave, non si capisce chi dovrebbe farsi carico dei tombamenti (150 milioni di metri cubi). Secondo perché “il problema della subsidenza – assicura Lippiello – è un fenomeno geologico che nulla ha a che fare con l’estrazione”. Terzo perché le verifiche ambientali di regione e comune non ci sono ancora state, quindi è impossibile valutare l’impatto ambientale. Ma se la situazione è arrivata a questo punto, secondo il sindaco, è per colpa degli imprenditori che non hanno voluto rispondere alla richiesta dell’amministrazione di riconvertire e riqualificare l’area. “Bisogna pensare ad altri progetti – dice Barbet – come hanno fatto a Bari, dove hanno realizzato un hotel all’interno di una vecchia cava. Ma anche valorizzare il travertino romano lavorandolo in loco e riaprendo i laboratori, visto che oggi l’80 per cento di quello estratto viene venduto all’estero”. Nel timore che le cave chiudano e i problemi restino, una considerazione è d’obbligo. Oltre all’aspetto economico ed occupazionale, c’è un fattore identitario non trascurabile: dal Colosseo al colonnato di San Pietro, dal teatro di Marcello alla chiesa di San Luigi dei Francesi, il travertino romano è stato utilizzato in molti capolavori architettonici del passato. Ma anche della modernità: basti pensare al museo dell’Ara Pacis o, da ultimo, la grande moschea di Algeri ancora in costruzione, realizzata col Travertino estratto e lavorato a Guidonia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi