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Chiamarsi Ruffini

Paolo Ruffini, un laico al dicastero per le Comunicazioni. “La riforma della curia è finalmente partita”. Dicunt

15 Luglio 2018 alle 06:00

Chiamarsi Ruffini

Paolo Ruffini

Eccellenza, che ne dice della nomina di Paolo Ruffini a capo del dicastero per le Comunicazioni? “Ruffini è un cognome che mi suona bene”, risponde il vescovo prima di dedicarsi alle vongole veraci che sovrastano il piatto – abbondante, invero – di spaghetti posato dinanzi a sé. Ridacchia, lui che di comunicazioni se ne intende come pochi altri e si mette a parlare di un altro Ruffini (Ernesto), cardinale arcivescovo di Palermo per ventidue anni e prozio dell’esperto di comunicazione. “Un conservatore di quelli veri, non di quelli per cui la tradizione è vestirsi di pizzo, eh!”, rilancia il monsignore. Comunque sia, il vescovo dice che la nomina del Ruffini (Paolo) è “il primo e vero tangibile segno che la riforma della curia è finalmente partita”. Sicuro? E l’australiano George Pell e i vari uffici creati ex novo in questi anni? “Riverniciature di pareti già esistenti. Qui abbiamo per la prima volta un laico messo a capo di un ministero di curia e guardi che non è poco. A me va benissimo, meglio uno che sa come funziona una radio o una televisione piuttosto che un prete che occupa quella poltrona solo perché deve fare carriera”. Gli domando se ci si debba aspettare qualche altra nomina di tale tenore. “Non si sa. Guardi, è tutto in divenire. Posti non è che ce ne siano molti. Ci sarebbe stata l’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica, ndr), ma lì si è voluto mettere Galantino”. E’ una cosa buona? “A far di conto Galantino si è mostrato capace. Ma non si capisce perché non si potesse nominare in quel ruolo un esperto di immobili anche se laico”.

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