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Karol Wojtyla

Si terrà a Roma il prossimo 1 maggio 2011 la beatificazione di Giovanni Paolo II. Lo ha annunciato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Si tratta della domenica in Albis, cioè la prima successiva alla Pasqua, nella quale lo stesso Karol Wojtyla ha istituito la Festa della Divina Misericordia.

di Andrea Tornielli

16 Settembre 2009 alle 00:00

Si terrà a Roma il prossimo 1 maggio 2011 la beatificazione di Giovanni Paolo II. Lo ha annunciato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Si tratta della Domenica in Albis, cioè la prima successiva alla Pasqua, nella quale lo stesso Karol Wojtyla ha istituito la Festa della Divina Misericordia. E nel 2005, il 2 aprile, la morte del Papa avvenne alla vigilia di tale festa, anzi quando era liturgicamente iniziata con i primi vespri. "E' importante notare che il motivo della scelta – ha spiegato Lombardi – è legato a questa coincidenza liturgica".

“Che cosa farà dopo la maturità? Pensa di entrare in seminario?”.
“Ho intenzione di studiare letteratura polacca e filologia”. “Che peccato”. E’ il 6 maggio del 1938 quando il principe Adam Stefan Sapieha, arcivescovo di Cracovia e futuro cardinale rivolge questa domanda a un alunno diciottenne del ginnasio di Wadowice. Karol Wojtyla è il primo della classe, studente brillante con la passione del teatro, ammirato da tutti gli altri compagni, profondamente religioso. Ma non ha intenzione di farsi prete e delude così le aspettative dell’alto prelato che fin da quel primo incontro era rimasto colpito dalla personalità del futuro Papa. Le storie di Wojtyla e di Sapieha sono però destinate a intrecciarsi molto presto: quando Karol, pochi anni dopo, deciderà finalmente di diventare sacerdote, l’arcivescovo lo accoglierà nella sua residenza insieme agli altri seminaristi. Sarà lui a chiedergli di non farsi carmelitano - come avrebbe desiderato Wojtyla - profetizzando che quel giovane pretino di belle speranze sarebbe diventato “importante per la Chiesa”. Ma occorre tornare agli anni della giovinezza, trascorsi a Wadowice. “In quel periodo della mia vita la vocazione sacerdotale non era ancora matura” ha scritto Giovanni Paolo II nella sua autobiografia “Dono e Mistero”, pubblicata recentemente dalla Libreria Editrice Vaticana, “anche se intorno a me non pochi erano del parere che dovessi entrare in seminario”. E’ ancora il Papa a narrare quello che in proposito pensavano alcuni suoi colleghi: “Forse qualcuno avrà supposto che, se un giovane con così chiare inclinazioni religiose non entrava in seminario, era segno che in gioco v’erano altri amori o predilezioni. Di fatto, a scuola avevo molte colleghe e, impegnato com’ero nel circolo teatrale scolastico, avevo svariate possibilità di incontri con ragazzi e ragazze. Il problema tuttavia non era questo. In quel periodo ero preso soprattutto dalla passione per la letteratura, in particolare per quella drammatica, e per il teatro”. A proposito della vita del giovane Wojtyla, uno dei suoi biografi, il carmelitano polacco Wladyslaw Kluz, aveva definito il sacramento della confessione come il mezzo attraverso cui il futuro Papa “riacquistava la grazia di Dio”.

Quando Giovanni Paolo II lo venne a sapere
(lo raccontano Marco Politi e Carl Bernstein nel recente libro “Sua Santità: Giovanni Paolo II e la storia segreta del nostro tempo”), si irritò moltissimo e gli scrisse: “Il verbo ‘riacquistare’ implica che io avessi perso, con un peccato grave, la grazia di Dio. Chi le ha detto che in gioventù io abbia commesso dei peccati mortali? Non è mai accaduto. Lei non crede, padre, che un giovane uomo possa vivere senza commettere peccati gravi?”. Dunque è lo stesso Karol Wojtyla a ribadire di non avere mai commesso peccati gravi prima della vocazione sacerdotale, quando esercitava un indubbio fascino sulle colleghe studentesse. Questo episodio è illuminante per comprendere l’importanza e il grande spazio che avrà la morale nell’insegnamento del futuro Papa. La prima parte della vita di Wojtyla è segnata dal dolore per la perdita delle persone a lui più care. Rimane orfano di madre all’età di soli nove anni, quando ne ha dodici scompare il suo fratello maggiore, ucciso dalla scarlattina. Resta solo con il padre, che lo lascia qualche mese prima che il giovane Wojtyla compia 21 anni. Karol Jozef Wojtyla è nato il 18 maggio del 1920 a Wadowice, un piccolo centro a cinquanta chilometri da Cracovia. E’ descritto come un bambino vivace e robusto che la madre aveva soprannominato prima Lolus e quindi Lolek. Con questo soprannome viene ancora chiamato dai compagni di scuola, che gli fanno visita in Vaticano una volta l’anno. Emilia Kaczorowska, la mamma del futuro Papa, si era notevolmente debilitata dopo il parto e durante il primo periodo dell’infanzia di Karol è spesso a letto malata. “Mia madre era una donna malata. Aveva molto da fare e non poteva dedicarmi molto tempo”, confiderà Wojtyla a un amico dopo essere stato ordinato sacerdote. Emilia muore il 13 aprile 1929 di miocardite e nefrite, all’età di 45 anni, quando il suo ultimogenito Karol sta per compierne nove. Il padre di Wojtyla si chiama Karol, come il figlio. Era stato un ufficiale dell’esercito dell’imperatore di Austria e Ungheria e quando Giovanni Paolo II riceverà in Vaticano l’imperatrice Zita, moglie dell’ultimo sovrano di Vienna, la saluterà dicendo: “Sono lieto di incontrare l’imperatrice di mio padre”. Karol rimarrà vicino al giovane Wojtyla fino al giorno della morte, avvenuta il 18 febbraio 1941. Dopo la morte della madre, il futuro Papa deve affrontare un altro grande dolore. La scomparsa improvvisa e imprevista del fratello maggiore, Edmund (soprannominato Mundek), di quattordici anni più vecchio di lui, al quale era legatissimo. Si era laureato in medicina a Cracovia nel 1930, ed era morto di scarlattina due anni dopo, all’ospedale di Bielsko in Slesia, dove aveva contratto la malattia da un paziente che aveva cercato in tutti i modi di salvare. Avvisati delle gravi condizioni di Edmund, né il piccolo Karol né il padre riescono a raggiungerlo. Edmund si spegne dopo tre giorni di agonia. Negli anni della giovinezza diventa amico di diversi ebrei suoi compagni di scuola al ginnasio.

Tra questi c’è Jerzy Kluger (detto Jurek),
figlio del presidente della comunità israelitica di Wadowice, che gli resterà amico per tutta la vita. Quando al ginnasio si organizzano partite di pallone cattolici contro ebrei, Karol gioca spesso nella squadra di questi ultimi perché i suoi compagni israeliti non sono in numero sufficiente. Questa vicinanza e queste amicizie daranno i loro frutti negli anni del pontificato e culmineranno nel 1986 con la visita alla Sinagoga di Roma, la prima mai effettuata da un Papa. La grande passione del giovane Wojtyla, come lui stesso ama ricordare, è quella del teatro: inizia a recitare al ginnasio, sotto la guida del professore di letteratura polacca e diviene presto famoso come attore a Wadowice e quindi a Cracovia, dove si trasferisce con il padre quando inizia a frequentare l’università. Ama particolarmente le composizioni del poeta Slowacki, e specialmente una, che impara a memoria, profeticamente intitolata “Il Papa slavo”: “In mezzo ai discordi, Dio suona un’enorme campana. S’apre il soglio al Papa slavo. Ecco uno che non si ritrarrà come quell’italiano. Come Dio, coraggiosamente affronterà la spada, per lui, polvere è il mondo... Ecco, s’avanza il Papa slavo, fratello del popolo”. Un ritratto perfetto del futuro Giovanni Paolo II e della sua intensa lotta contro il comunismo. Oltre al teatro, che pure segnerà indelebilmente la vita e la personalità di Wojtyla, facendone il primo pontefice “massmediatico” della storia della Chiesa, un altro aspetto caratteristico degli anni che precedono l’ordinazione sacerdotale è il lavoro in fabbrica. Wojtyla è il primo Papa ad aver lavorato come operaio. Alla Solvay di Cracovia il giovane Karol preferisce i turni di notte, che gli permettono di studiare e pregare con più tranquillità. La sua vocazione matura definitivamente nel 1942. Il seminario di Cracovia, occupata dai tedeschi, è clandestino e i futuri sacerdoti alloggiano e studiano nel palazzo arcivescovile del principe Sapieha. Karol Wojtyla viene ordinato sacerdote il 1° novembre del 1946, cinquant’anni fa, nella cappella del palazzo arcivescovile. Dopo l’ordinazione, Sapieha, che ha intravvisto le grandi potenzialità del giovane prete, lo manda a studiare per due anni a Roma. Nel 1948, don Karol, rientrato in Polonia, viene inviato alla parrocchia di Niegowic, un villaggio rurale e isolato, a cinquanta chilometri da Cracovia. Sette mesi dopo, nel marzo del 1949, l’arcivescovo lo richiama in città affidandogli la parrocchia universitaria di San Floriano. Nel 1954 don Wojtyla divenne professore di filosofia morale all’università cattolica di Lublino. Le sue lezioni, seguitissime dagli studenti, continuarono con scadenza quindicinale anche dopo la nomina a vescovo. Il 4 luglio del 1958, mentre si trova con un gruppo di giovani in gita sui laghi Mazuri, Wojtyla viene convocato a Varsavia dal cardinale Stefan Wyszinski, il grade primate polacco che ha conosciuto la prigionia nelle carceri comuniste. Il cardinale gli comunica la decisione del Papa Pio XII di nominarlo, a soli 38 anni, vescovo ausiliare di Cracovia.

“Vescovo a soli 38 anni, cardinale a 47 e Papa a 58: non si può dire che le doti di Wojtyla non siano state riconosciute dai suoi superiori” ha osservato il regista polacco Krzysztof Zanussi, autore del filmbiografia “Un uomo venuto da lontano”. In effetti la nomina vescovile del giovane e brillante sacerdote di Wadowice, “specializzato” nell’educazione dei giovani universitari e specialmente delle giovani coppie, arriva inaspettata anche per lui. Nonostante il nuovo incarico, il futuro Papa continua le sue attività e due anni dopo, nel 1960, pubblica il dramma “La bottega dell’orefice” e il saggio “Amore e responsabilità”. L’uscita di quest’ultimo provoca un certo scalpore: per la prima volta un vescovo della Chiesa cattolica si cimenta a scrivere e ad analizzare argomenti quali l’eccitazione sessuale o l’insoddisfazione della donna che finge l’orgasmo. Wojtyla ha studiato le opinioni dei sessuologi, ma soprattutto confessa molti giovani e ascolta i loro problemi. Parla così apertamente dell’importanza della sessualità nella vita di coppia, scendendo nei particolari: “Bisogna tener conto”, scrive il futuro Papa in “Amore e responsabilità”, “del fatto che, in questi rapporti, la donna prova una naturale difficoltà ad adattarsi all’uomo, il che è dovuto alla divergenza del loro ritmo fisico e psichico. E’ quindi necessaria un’armonizzazione, che non può aver luogo senza uno sforzo di volontà, soprattutto da parte dell’uomo, senza un’attenta osservazione della donna. Quando essa non trova nei rapporti sessuali la naturale soddisfazione, legata all’acme dell’eccitazione sessuale..., c’è da temere che essa non senta pienamente l’atto coniugale, che non v’impegni la propria personalità totale, il che la rende particolarmente soggetta alla nevrosi e determina una frigidità sessuale”. Questa attenta considerazione del valore della sessualità umana si accompagnava a una convinta adesione all’insegnamento della Chiesa circa il divieto assoluto di qualsiasi mezzo contraccettivo.

E proprio su questo punto nascerà la sintonia
fra il futuro Giovanni Paolo II e Papa Paolo VI. Ma torniamo al momento della nomina a vescovo ausiliare di Cracovia. Il trentottenne sacerdote viene raggiunto da un telegramma, datato 4 luglio 1958, che lo convoca a Varsavia nella residenza del primate di Polonia, il cardinale Stefan Wyszynski. Il cardinale, che non aveva inserito il nome di Wojtyla nella rosa dei preti da promuovere all’episcopato, gli comunica che Pio XII l’ha nominato vescovo “su richiesta dell’arcivescovo Baziak (il successore di Sapieha alla guida della diocesi di Cracovia)”. Wyszynski si ferma per osservare attentamente la reazione del neoeletto che quella sera stessa descrive nel suo diario privato. L’episodio è riportato nel libro “Sua Santità” recentemente pubblicato da Carl Bernstein e Marco Politi. “A volte un candidato intimidito, trovandosi a decidere se accettare un incarico pastorale come quello offerto a Wojtyla, si limitava a balbettare: ‘Devo consultarmi con il mio padre spirituale prima di prendere una simile decisione’. Allora il primate rispondeva: ‘Se lei è una persona matura, dovrebbe sapere quello che vuole’. Altri preti cercavano di guadagnare tempo dicendo: ‘Devo chiederlo a Gesù nelle mie preghiere’. Al che il primate indicava una porta: ‘C’è una cappella proprio lì dietro. Si accomodi, dica le sue preghiere. Ma per piacere non ci metta più di quindici minuti perché non ho tempo e non ne ha nemmeno Gesù’. Wyszynski chiese a Wojtyla: ‘Accetta l’incarico?’. ‘Dove devo firmare?’ rispose il prete senza esitare. Quell’otto luglio rimane impresso nella memoria del primate: era la prima volta che veniva scavalcato nella nomina di un vescovo polacco”. Questo episodio, che descrive la forte personalità del futuro Papa, è stato confermato nel marzo del 1993 dall’arcivescovo emerito di Madrid Vicente Enrique y Tarancon, oggi scomparso.

In un’intervista al mensile “Trentagiorni”
il porporato spagnolo, che aveva partecipato ai due conclavi del 1978, raccontava l’atteggiamento profondamente diverso del cardinale Albino Luciani e del cardinale Karol Wojtyla di fronte all’elezione papale. Il primo era sconvolto, si era lasciato sprofondare sulla sedia e si lasciava docilmente guidare dal cerimoniere pontificio e dai suoi ordini. Il secondo, non appena pronunciato il fatidico “accetto”, era apparso perfettamente padrone di sé e della situazione. Non si era sottoposto alle regole del cerimoniale, ma le aveva in un certo senso stravolte, decidendo di pronunciare un breve saluto alla folla anche durante la prima apparizione dal balcone di San Pietro. Nell’ottobre del 1962 si apriva a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II. Il vescovo Wojtyla non ebbe un ruolo significativo durante i lavori: come tutti i presuli polacchi era rimasto un po’ ai margini. Venne inserito nel gruppo di lavoro per il cosiddetto Schema XIII che diventerà poi la costituzione pastorale “Gaudium et spes”. Ma la sua partecipazione al Concilio si rivelerà fondamentale per gli sviluppi futuri della sua missione. A Roma infatti abita un amico di lunga data del vescovo Wojtyla, il monsignore polacco Adrej Deskur (oggi cardinale), suo compagno di seminario negli anni di Sapieha: è lui che presenta il futuro Papa ai personaggi più importanti e più influenti della Curia. “Ogni lunedì gli chiedevo chi volesse conoscere, e Karol mi dava un elenco” ricorda Deskur. In questo periodo si saldano amicizie destinate a pesare in un futuro non tanto lontano. Come quella con il vescovo polacco-americano John Krol e con il rettore del Collegio polacco a Roma Wladyslaw Rubin. Nel giugno del ’62 era morto l’arcivescovo di Cracovia Eugeniusz Baziak e Wojtyla, in qualità di vescovo ausiliare, reggeva la diocesi in attesa che il Papa nominasse un successore. Invano il primate di Varsavia Stefan Wyszynski aveva proposto numerosi candidati, tutti bocciati dal regime comunista, che invece sperava nella designazione del giovane Wojtyla, considerato “più aperto e disponibile al dialogo con il regime”. Ovviamente quello che per i comunisti polacchi era considerato un pregio, per Wyszynski è un difetto: il regime pensa di poter manipolare senza problemi Wojtyla, il cardinale teme che ci riescano. La storia dimostrerà che si sbagliavano entrambi. Alla fine, nel dicembre del 1963, Wyszynski cede e Karol Wojtyla viene nominato arcivescovo di Cracovia, all’età di soli 43 anni. E già il giorno del suo ingresso trionfale in diocesi, scegliendo di indossare paramenti antichissimi, appartenuti ai predecessori medioevali, il nuovo arcivescovo ricorda a tutti (ma soprattutto al potere comunista) che senza la Chiesa la Polonia non sarebbe esistita. Karol Wojtyla viene creato cardinale da Papa Paolo VI nel 1967. Ma già da qualche anno l’arcivescovo di Cracovia è diventato il punto di riferimento del Vaticano in Polonia.

In particolare Papa Montini apprezzerà il contributo
del giovane cardinale in occasione degli studi sulla contraccezione, culminati nella pubblicazione, nel giugno del 1969, dell’enciclica “Humanae vitae”, con la quale il pontefice dichiara illecito qualsiasi mezzo contraccettivo, facendo sua la posizione espressa dalla minoranza della commissione di studio, alla quale aveva partecipato anche Wojtyla, battendosi contro ogni cambiamento della dottrina tradizionale. E’ curioso notare come un altro giovane vescovo, quel monsignor Albino Luciani di Vittorio Veneto, che regnerà sulla cattedra di Pietro per soli 33 giorni prima di Giovanni Paolo II, avesse inviato a Papa Montini un’apprezzata relazione di segno opposto, dichiarandosi possibilista circa l’uso della pillola.

Il 1978 sarà ricordato come l’anno dei tre papi. Nel giro di tre mesi muore Paolo VI e viene eletto Giovanni Paolo I, quest’ultimo muore dopo soli 33 giorni di pontificato e viene designato come suo successore l’arcivescovo Wojtyla, che raggiunge il soglio di Pietro a soli 58 anni. Molte fonti concordano con l’affermare che Wojtyla abbia ricevuto una manciata di voti (nove, secondo Romuald Kukolowicz, l’assistente del primate Wyszynski) anche durante il primo conclave, quello dell’elezione di Luciani. Si spiegherebbe così il profondo turbamento che colse il futuro Papa alla notizia della morte di Giovanni Paolo I. “Tutti dicevano che non sarebbe tornato”, dichiarerà un amico di Wojtyla, che aveva accompagnato il cardinale all’aereoporto trovandolo “triste e depresso”. La morte di Albino Luciani aveva gettato lo scompiglio nel sacro collegio. Era “sconcertato e spaventato” l’arcivescovo di Firenze Giovanni Benelli, grande regista dell’elezione di Giovanni Paolo I, al quale era legato da profonda amicizia, così come erano disorientati quasi tutti i suoi confratelli che un mese e mezzo prima, il 26 agosto, in mezza giornata avevano individuato il loro Papa e lo avevano votato a larghissima maggioranza. Mentre gli italiani entravano nel nuovo conclave divisi su due nomi, quello dello stesso Benelli e quello di Giuseppe Siri, l’arcivescovo di Genova vicino agli ambienti più tradizionali del cattolicesimo, c’era un gruppo sempre più folto di stranieri che “lavorava” per Wojtyla. In prima fila l’amico fidatissimo Andrej Deskur, il vescovo che in quei giorni aveva intensificato gli inviti a pranzo e a cena di prelati e cardinali, presentando ai pochi che ancora non lo conoscevano il cardinale di Cracovia. Nonostante i mass media abbiano avuto un qualche ruolo - seppur marginale - nel conclave, a causa della pubblicazione anticipata e non autorizzata di un’intervista di Siri, nella quale il porporato genovese si pronunciava contro la collegialità episcopale, i giornali nell’ottobre del ’78 non azzeccarono i pronostici.

Nessuno immaginava neanche lontanamente
la possibilità dell’elezione di un non italiano. Mentre invece a questa possibilità lavorava da tempo l’arcivescovo di Vienna Franz Koenig, considerato il grande elettore di Wojtyla. Il porporato austriaco conosceva da molti anni il giovane cardinale polacco ed era convinto che la sua elezione avrebbe portato una ventata di rinnovamento nella Chiesa del postconcilio. E’ lui a tessere pazientemente la trama di incontri, dialoghi e trattative che permetteranno a Karol Wojtyla di entrare in conclave potendo contare già su una solida base elettorale. Quasi all’oscuro di tutto rimase invece il primate Stefan Wyszynski: quando Koenig gli dice che “forse la Polonia ha un suo candidato”, il vecchio e irriducibile prelato risponde: “Cosa? Vuol dire che dovrei andare a Roma? Se lasciassi il mio paese sarebbe un trionfo per i comunisti”. “C’è anche un’altra persona” aggiunge Koenig riferendosi a Wojtyla. “No, è fuori discussione. Non è abbastanza conosciuto”. Pochi giorni dopo Wyszynski dovrà arrendersi all’evidenza e prendere atto di essersi sbagliato: Wojtyla è conosciuto, anzi, conosciutissimo dai colleghi porporati del conclave.

Una conferma della buona fama di cui godeva
il futuro Giovanni Paolo II è venuta nel febbraio del 1992 dal segretario di Wyszynski, che ha raccontato in un’intervista il diverso impatto dei due cardinali polacchi alla vista dei confratelli: il vecchio primate, entrando alle Congregazioni generali e guardandosi intorno, osservò: “Non conosco nessuno”. Mentre Wojtyla disse: “Io li conosco tutti”. In queste parole è racchiusa anche la differenza tra i due grandi ecclesiastici della Polonia: il primo era rimasto quasi sempre in patria, e si era occupato dei non facili rapporti fra la Chiesa e il regime. Il secondo aveva viaggiato molto, tenendo i contatti con le varie comunità polacche sparse nel mondo. E poteva vantare molti illustri sostenitori anche Oltreoceano, come ad esempio il cardinale John Krol di Philadelphia, figlio di polacchi immigrati negli Stati Uniti. Un’altra considerazione importante riguarda il “codice genetico” dei primi sostenitori della candidatura di Wojtyla: Franz Koenig era progressista, come lo era il brasiliano Aloisio Lorscheider, il quale - come riferiscono Carl Bernstein e Marco Politi nel loro ultimo libro “Sua Santità. Giovanni Paolo II e la storia segreta del nostro tempo” - voleva “un buon pastore, sensibile ai problemi sociali, paziente, disposto a intraprendere un dialogo e a cercare punti di contatto. Voleva un buon pastore che optasse per una maggiore collegialità, per una maggiore comunicazione fra le conferenze episcopali e il Papa, maggiore partecipazione delle Chiese locali nei processi decisionali della Curia”. Se alcune di queste aspettative troveranno parziale conferma nel pontificato di Giovanni Paolo II, non v’è dubbio che i progressisti nella decisione di scegliere Wojtyla e sbarrare così la strada all’italiano Giuseppe Siri presero un abbaglio.

Sarà infatti proprio il pontefice polacco ad iniziare un’opera di “normalizzazione” delle chiese latinoamericane, considerate troppo filomarxiste, e a ribadire con forza e insistenza la dottrina morale e il suo ruolo fondamentale nella vita di fede. Per molti versi l’opposto rispetto a quello che si annunciava sarebbe stato il pontificato di papa Luciani, più “aperto” sui temi della morale e sicuramente meno incline a far giocare alla Chiesa cattolica un ruolo politico sulle scena internazionale. Una diversità di temperamento, di età e di formazione personale, pur avendo entrambi i pontefici vissuto in prima persona il Concilio Vaticano II. Dopo le prime 24 ore del conclave, iniziato la sera di sabato 14 ottobre 1978, a dare la spinta finale all’elezione di Wojtyla sarà la divisione in due blocchi sulle candidature degli italiani Siri e Benelli e la conseguente consapevolezza della impossibilità per entrambi di farcela. “Dio si è servito della malignità degli uomini e della divisione degli italiani” dirà il cardinale di Madrid Vicente Enrique y Tarancon all’uscita del conclave. Importante per convincere gli ultimi indecisi sul nome del cardinale polacco sarà la pausa del caffè dopo il pranzo di lunedì 16 ottobre. Luigi Ciappi, porporato domenicano scomparso alcuni mesi fa, nel marzo del ’92 racconterà al mensile “Trentagiorni” che fu proprio mentre venivano serviti i liquori che i sostenitori di Wojtyla si diedero maggiormente da fare. “Al secondo scrutinio di quella sera” scrive Giancarlo Zizola nel suo libro “Il Conclave”, “l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla raggiunse più dei 75 voti necessari all’elezione, addirittura 99 secondo la lettera di un cardinale riportata da Giulio Andreotti”.

Tra le motivazioni che spinsero il sacro collegio
a eleggere per la prima volta dopo secoli un Papa straniero, il primo proveniente dall’Est europeo, c’è quella di dar voce alla cosiddetta “Chiesa del silenzio”, a quei cristiani soggiogati da decenni di regimi totalitari. “Si sottolineava” scrive ancora Zizola “che aveva avuto un peso determinante la considerazione politica della fragilità della piramide sovietica - secondo la tesi di Koenig - e del contributo che un Papa polacco avrebbe portato al processo di crisi del sistema comunista, crisi che il Vaticano analizzava già allora come irriducibile e forse imminente”. L’elezione di Giovanni Paolo II fu salutata con entusiasmo in Occidente (il nuovo Papa aveva tenuto una serie di conferenze negli Usa ed era molto stimato da uomini come Zbigniew Brzezinski) e con viva preoccupazione al Cremlino.

Erano prevedibili, sulla base dei dati biografici, gli sviluppi del pontificato wojtyliano? Se si guarda con attenzione a quanto ha scritto, detto e fatto Karol Wojtyla sacerdote, vescovo e cardinale, la risposta è senza dubbio affermativa. I viaggi, l’insistenza sui temi della morale, la centralità della figura di Cristo (nella linea dei grandi teologi Hans Urs Von Balthasar e Henry De Lubac, entrambi nominati cardinali da Giovanni Paolo II), la lotta all’ideologia marxista all’Est e in America Latina, la “normalizzazione” della contestazione infraecclesiale, il dialogo con le altre confessioni cristiane, l’ecumenismo. Tutto era già scritto nel codice genetico del futuro Papa. Il 22 ottobre 1978, giorno dell’inizio solenne del suo pontificato, durante l’omelia della messa celebrata sul sagrato della basilica di San Pietro, Giovanni Paolo II, lancia un appello, anzi un grido al mondo: “Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo. Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, civiltà e sviluppo”. E’ un invito che colpisce non soltanto per il contenuto, ma anche per il vigore con cui è pronunciato. “Più che una messa era una chiamata alle armi” osservano Carl Bernstein e Marco Politi nel loro libro “Sua Santità. Giovanni Paolo II e la storia segreta del nostro tempo”. In effetti, a rileggere quelle parole gridate alla folla oceanica accorsa in Vaticano e ai milioni di cattolici collegati con la piazza via etere, si comprende che esse segnano l’inizio della lotta senza quartiere contro i regimi comunisti. Regimi che il nuovo Papa conosce molto bene e sa come combattere.

Pochi giorni dopo, il 5 novembre, sarà lo stesso Wojtyla
a confermare questa interpretazione, durante il suo primo viaggio ufficiale fuori dal Vaticano. Mentre visita Assisi, dalla folla si alza un grido: ‘Non dimenticare la Chiesa del silenzio”. Il Papa risponde: ‘Non c’è più la Chiesa del silenzio poiché parla con la mia voce”. Le intenzioni del pontefice si accordano perfettamente con i progetti della Casa Bianca, soprattutto dopo l’elezione di Ronald Reagan. Il nuovo presidente si circonderà infatti di molti cattolici nel suo staff e tra i vertici dell’aministrazione Usa e le sacre stanze del Vaticano la comunicazione sarà diretta e continua. Soprattutto in merito alla questione polacca. Già dalla metà degli anni Settanta, infatti, gli americani avevano individuato nella Polonia il tallone d’Achille del colosso comunista. L’elezione di Giovanni Paolo II accelera i tempi e, per il solo fatto di essere polacco, il nuovo Papa giocherà un ruolo importante nel provocare, nel 1989, la débacle del comunismo. Anche se lo stesso pontefice, dando prova di grande realismo, a partire dai primi anni Novanta, sarà costretto a riconoscere che il crollo del muro di Berlino non ha portato quei frutti tanto sperati dalla Chiesa: le popolazioni vivono in condizioni peggiori rispetto a quelle dell’era comunista e poco a poco, vincendo libere elezioni, gli eredi di Marx sono ritornati al potere nei paesi dell’Est. L’esempio più eclatante - e anche più doloroso per Giovanni Paolo II - è proprio quello della Polonia, dove, dopo la parentesi della presidenza di Lech Walesa, l’operaio di Danzica leader di Solidarnosc, i comunisti sono ritornati al governo ed è stata approvata una legge abortista. Sul versante infraecclesiale, un ruolochiave nel pontificato di Karol Wojtyla avranno alcuni collaboratori: i due segretari di Stato (Agostino Casaroli, dal 1979 al 1991, il grande artefice dell’Ostpolitik montiniana e Angelo Sodano, dal ’91, uomo più allineato alle direttive politiche wojtyliane), il cardinale tedesco Joseph Ratzinger (chiamato nel 1982 alla guida della Congregazione per la dottrina della fede), il colombiano Alfonso Lopez Truijllo (il presidente dei vescovi latinoamericani premiato giovanissimo con la porpora per aver combattutto e vinto una lotta senza quartiere contro i teologi della liberazione), il francese Roger Etchegaray (diventato l’uomo delle missioni impossibili nei paesi più a rischio dell’intero globo). Dal punto di vista delle nomine episcopali, Wojtyla ha premiato prelati considerati “di centro” e di provata fede ortodossa. Questa scelta - spesso attribuibile più ad alcuni suoi collaboratori che al Papa stesso - ha portato alla quasi totale “normalizzazione” del dissenso diffuso negli Usa e in America Latina negli anni Settanta. Giovanni Paolo II, anche in questo caso, può dire di aver vinto la sua battaglia, anche se spesso i nuovi “dirigenti” della Chiesa si sono dimostrati a volte dei burocrati fedeli ma senza carisma. Decisivi, nel pontificato di Wojtyla, sono stati i viaggi internazionali: “Ansioso di portare Roma fuori Roma” scrive Giancarlo Zizola in un capitolo del suo libro “Il conclave”, “di fornire spazi pubblici all’universalismo cattolico nella modernità, il papato non poteva non sacrificare quell’incipiente cristianesimo spirituale che aveva suggerito alla Chiesa del Concilio la riscoperta delle fonti e la concentrazione sull’unum necessarium, anche come risanamento effettivo della crisi del cristianesimo contemporaneo.

La Chiesa si è ripresentata dunque come potenza salvatrice
, dotata di tutti i mezzi per stare al mondo, dai privilegi concordatari a una compiuta dottrina sociale, dai satelliti televisivi alle piazze colme di folle. Non più una Chiesa ‘serva e povera’, bensì capace di interventi diretti sulla scena politica come consigliera, elaboratrice di valori, mediatrice dei conflitti sociali’. Non sempre però questo ruolo della Chiesa e del Papa è stato riconosciuto sulla scena internazionale: se nella lotta al comunismo si è verificata una sorta di spontanea allenza fra l’Occidente e la Santa Sede, altrettanto non è accaduto nel caso della guerra del Golfo, nel 1991, quando il grido di Giovanni Paolo II, fermamente contrario all’uso della forza contro Saddam Hussein, è rimasto tragicamente inascoltato non solo dalle cancellerie mondiali ma anche da autorevoli settori dell’episcopato, più propensi a benedire la “guerra giusta” contro il dittatore. In diciotto anni di pontificato Karol Wojtyla ha scritto dodici encicliche: tre contengono i fondamenti della sua teologia (“Redemptor hominis”, 1979; “Dives in misericordia”, 1980; “Dominum et vivificantem”, 1986), tre sono encicliche sociali (“Laborem exercens”, 1981; “Sollicitudo rei socialis”, 1987; “Centesimus annus”, 1991), due sono dedicate alla difesa della vita e ai fondamenti della morale (“Veritatis splendor”, 1993; “Evangelium vitae”, 1995), una alle implicazioni fra il Vangelo e la cultura (“Slavorum Apos”, 1985), una alla Madonna (“Redemptoris Mater”, 1987), una all’importanza della missione (“Redemptoris missio”, 1990) e una all’ecumenismo (“Ut unum sint”, 1995). La presa di posizione più autorevole del pontificato, proclamata con la formula che implica l’infallibilità papale, è quella che nel ’95 ha sancito il no definitivo alla possibilità del sacerdozio femminile nella Chiesa cattolica, mentre il documento più significativo e completo è senza dubbio il nuovo Catechismo universale, frutto di dieci anni di lavoro. Un capitolo a parte, nell’intensa attivita del Papa polacco, merita il tema della sofferenza. Il 13 maggio del 1981, in piazza San Pietro, il turco Alì Agca ha attentato alla vita di Giovanni Paolo II, ferendolo gravemente. Fino ad oggi questo episodio è rimasto oscuro e non sono ancora stati individuati i mandanti. Di certo Agca non è un pazzo isolato e non avrebbe potuto agire senza coperture.

Ma la sofferenza caratterizza soprattutto questi ultimi anni: nel luglio del ’92, con l’annuncio in diretta di un imminente ricovero al Policlinico Gemelli per alcuni accertamenti (che riveleranno poi l’esistenza di un tumore benigno all’intestino), Wojtyla inaugura una nuova fase del pontificato. Vuole che il mondo sappia tutto della sua salute. Da quella data fratture, ferite, interventi chirurgici si sono susseguiti. L’immagine odierna è quella di un Papa precocemente invecchiato, stanco, tremante. Ma che non intende rinunciare al timone della barca di Pietro e spera di guidarla nel passaggio dal secondo al terzo millennio. 

di Andrea Tornielli

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