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Marta Dassù

"Impruneeéta”. Si può capire chi è Marta Dassù – neoconsigliere personale del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, direttore della rivista Aspenia e del Programma di studi politici dell’Aspen institute, già consigliere di D’Alema premier, ex direttore del Centro studi per la politica internazionale, curatrice di libri ed editorialista sporadica sul Corriere della Sera – da come pronuncia la parola “Impruneta”, città toscana nota ai turisti come il regno dei pavimenti in cotto e ai fiorentini come luogo prediletto della “crème”.

17 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 6 giugno 2007

"Impruneeéta”. Si può capire chi è Marta Dassù – neoconsigliere personale del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, direttore della rivista Aspenia e del Programma di studi politici dell’Aspen institute, già consigliere di D’Alema premier, ex direttore del Centro studi per la politica internazionale, curatrice di libri ed editorialista sporadica sul Corriere della Sera – da come pronuncia la parola “Impruneta”, città toscana nota ai turisti come il regno dei pavimenti in cotto e ai fiorentini come luogo prediletto della “crème”. “Impruneeéta”, detto con determinazione, puntiglio e bocca quasi chiusa, indica prima di tutto l’appartenenza al mondo del miglior birignao tosco-romano, dove birignao, lungi dall’indicare snobismi da alta borghesia, è inteso in senso positivo: alti studi, basso profilo e buona famiglia. Se a questo si aggiunge un fratello di nome Baldovino, golfista di professione e di eccelsi risultati, un volto di donna bella e austera, una madre svizzera e ascendenze sarde, si capisce perché Marta Dassù non possa non apparire leggermente sulle sue. Glielo dicevano pure le amiche, quando è arrivata a Roma da Firenze: “Dai Marta, non fare la bacchettona”, e intanto le consigliavano di vestirsi con capi meno ascetici. Le amiche, però, non si erano rese conto che Marta aveva anticipato i tempi. Alla fine degli anni Novanta, infatti, quel vestire elegante che non deve sembrare elegante, e giammai provocante, è diventato di moda.

Forse le amiche non capiscono niente, e comunque non colgono tutte le potenzialità delle donne con cui intrattengono rapporti d’amicizia. Ecco perché Lucia Annunziata, direttore responsabile di Aspenia, forte di molti anni di prolifica collaborazione con Dassù, disseminata di strategie di rinnovo editoriale decise assieme e di articoli cofirmati, vuole definirsi “migliore collega” di Dassù. “Amica di Dassù” sarebbe riduttivo perché, dice Annunziata, “noi due siamo soprattutto un working team”. Insieme Annunziata e Dassù hanno rivoluzionato Aspenia, senza bisogno di essere “amichette”. Annunziata infatti è felice di non aver mai scambiato il rossetto in bagno con Dassù e di non incontrarla un giorno sì e uno no all’aperitivo, tanto per fare quattro chiacchiere indolenti, ma di usare l’e-mail, così chiara, diretta e concisa, come strumento principe di comunicazione con lei. Se proprio ci si deve vedere, che ci si veda due volte al mese, al massimo, per definire progetti e scambiare idee. “Marta è la più intelligente donna italiana, gran lavoratrice e gran signora”, dice Annunziata.

Appariva gran signora, Marta Dassù, anche quando è arrivata a Roma, fresca di studi fiorentini con il professore Giuliano Procacci, storico celebre, noto anche per aver allevato una generazione di sovietologi (prontamente riconvertiti in russologi una volta caduto il Muro). Forte di una tesi insospettabile per un consigliere di D’Alema in fase riformista – roba di terze internazionali e marxismi-leninismi – Dassù, sbarcata nella capitale, giovanissima dirigente del Cespi sotto la guida di Romano Ledda, impegnata in studi sulla Cina, aveva un’aria legnosa che impauriva i molti corteggiatori, inizialmente attirati dalla sua avvenenza e dalla sua cultura, e anche gli estimatori illustri come Marco Galeazzi, “colonna” dell’Istituto Gramsci, e il professor Mauro Martini, purtroppo scomparso un anno fa. Le amiche, in particolare l’avvocato Silvia Conti, per anni si sono divertite a farle scherzi nel tentativo di ammorbidire i suoi spigoli. Una volta si misero d’accordo per raccontare a Marta una serie di avventure condite con consigli su come sedurre un uomo, in una sorta di giro d’autocoscienza telefonico. E si stupirono, perché la “bacchettona”, invece di scandalizzarsi, ne uscì con eleganza, con qualche battuta di perfetto humour inglese, e anzi parve persino interessata. I malcapitati che si invaghivano di lei lamentavano il fatto che i rapporti con Marta restassero sempre “sul piano dialettico”. E lei ribatteva, sorniona, sempre con humour, che non si capiva che cosa altro volessero: forse, diceva, preferivano il “piano lettico?”.

L’aver frequentato l’area accademica del professor Procacci è un altro indicatore di appartenenza a un certo tipo di sinistra colta e aristocratica, che ai tempi dell’università, colpa degli anni caldi, gridava in piazza “poliziotti assassini” (secondo un aneddoto che gira tra i coetanei di Dassù) ma che oggi mai e poi mai urlerebbe una frase del genere, e anzi la condannerebbe all’istante se la sentisse dire da qualche no global. E non di aristocrazia da albero genealogico si tratta, nel caso di Dassù, ma di alto lignaggio nelle abitudini – il golf, per esempio, sport incomprensibile ai più, con tutti quei prati da percorrere, quelle buche da centrare, quello studio necessario a raggiungere l’ottimo livello “4 di handicap”, il livello di Marta. Non all’aristocrazia di sangue, ma all’osmosi con l’ambiente, dunque, si deve l’eloquio di Dassù – altolocato, forbito, misuratissimo e nasale (“Impruneeéta” ne è un esempio) – e il vezzo per i soprannomi, tanto che sua figlia, una ragazza di nome Chiara, è universalmente conosciuta come “Otty” (perché così la chiama la mamma).

Il lignaggio e il regale distacco possono tornare utili al momento di occuparsi di politica estera e soprattutto (ora) di politica estera della sinistra. Figuriamoci se D’Alema, estimatore della distanza strategica (dall’interlocutore e dai guai), dovendosi ora districare tra ritiri, missioni e minacce nucleari iraniane, tra antiamericanisti e tiepidi atlantisti, può lasciare la sua “linea” in mano a viceministri terzomondisti a oltranza (per esempio Patrizia Sentinelli). Serve un antidoto, un consigliere che possa far sparire la patina da non allineato del vecchio D’Alema di partito e sfruttare l’allure governativa del D’Alema ex premier, l’uomo dell’intervento in Kosovo. Tanto più che “l’antidoto Marta” D’Alema lo ha già sperimentato con successo, quando la dottoressa Dassù, che era arrivata all’Aspen via Carlo Scognamiglio, ha consigliato la presidenza del Consiglio a suon di documenti, report, relazioni. Tanto più che ora, al D’Alema ministro degli Esteri, non serve uno stratega catarpillar, ma un esperto: affidabile, preciso, competente. Hai bisogno di un dossier sul problema del tabacco in Tagikistan? Dassù te lo tira fuori, con l’aiuto del collaboratore Roberto Menotti, detto anche “Peter Pan”. Ti serve un contatto con un grande think tank, uno di quei pensatoi internazionali dai nomi tutti uguali (attenzione a non confondere Aspen institute con Acton institute)? Marta conosce tutti e tutti la conoscono. Vuoi una persona fidata che difenda una linea terzista, sì, ma non terziaria (nel senso di accessoria) rispetto all’atlantismo, da un lato, e al pacifismo senza sfumature, dall’altro? Mandi Dassù e stai tranquillo.

Si ricorda infatti la volta in cui, nel corso di una trasmissione a Radio Radicale, con Furio Colombo ed Emma Bonino, Dassù spiegò che George W. Bush aveva maturato la decisione di impegnarsi a fondo in medio oriente solo dopo l’11 settembre, essendo stato eletto su una piattaforma di disimpegno in politica estera, e Colombo, che pure era stato avvistato a più di un evento targato Aspen, cominciò a urlare, indignato, dicendo che non era vero, ma lei non si scompose, anzi rispose fatto per fatto e punto per punto a quello che pareva un black out di memoria (o d’informazione) dell’interlocutore.

In posizione “terza” Marta rimarrà rispetto a D’Alema stesso: primo perché sarà suo consigliere personale e non dipendente del ministero, e secondo perché continuerà a lavorare anche all’Aspen, di cui non è socia (per ragioni amministrative, visto che i soci non possono “lavorare” all’Aspen a tempo pieno con stipendio, ma soltanto dare un contributo intellettuale gratuito).
Il “dassuismo”, mutuato dal metodo Aspen, che privilegia “il confronto e il dibattito a porte chiuse” non per “trovare risposte unanimi o rassicuranti” ma per “evidenziare la complessità dei fenomeni”, dovrà ora dare linfa al dalemismo internazionale, con un D’Alema già messo alla prova, al suo debutto, dalle polemiche sul ritiro, seguite all’attentato in Iraq di lunedì scorso, in cui ha perso la vita un soldato italiano. Forse D’Alema sa che la dimestichezza con l’Aspen, luogo intellettuale dove hanno bazzicato Margaret Thatcher, Jimmy Carter e Condoleezza Rice, e dove Dassù ha convissuto con un Giulio Tremonti presidente onorario, rendono più agevole la comunicazione con gli opposti estremismi (Furio Colombo a parte).

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