cerca

Keith Jarrett

Si chiama sindrome da affaticamento cronico. E’ la malattia che per quattro anni l’ha tenuto recluso in casa. Keith Jarrett è il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo, e il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo non poteva ammalarsi di una malattia comune. Nel suo corpo c’è un batterio parassita che ruba energia alle cellule e lo costringe a vivere come un malato di Aids nell’ultimo mese di vita. Sono stati due anni d’inferno.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 16 luglio 2000

Si chiama sindrome da affaticamento cronico. E’ la malattia che per quattro anni l’ha tenuto recluso in casa. Keith Jarrett è il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo, e il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo non poteva ammalarsi di una malattia comune. Nel suo corpo c’è un batterio parassita che ruba energia alle cellule e lo costringe a vivere come un malato di Aids nell’ultimo mese di vita. Sono stati due anni d’inferno. Più precisamente, due anni vissuti da uomo stanco. La terapia non c’era e non c’è. Non serve stare a letto, l’attività fisica e mentale aggrava il senso di spossatezza. E poi, ancora, dolori muscolari e articolari, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi, insonnia oppure sonno non ristoratore, malessere. Era dal novembre del ’96 che Jarrett non riusciva ad accettare la difficoltà di concentrazione, la memoria che se ne andava per tornare sempre più di rado.

“Tremendo”, dice oggi, smagrito, provato. Ma guarito. Deve tutto a Rose Anne Colavito, la seconda moglie con la quale vive in una fattoria del New Jersey, al confine con la Pennsylvania, a due passi da Allentown, la cittadina dove è nato l’otto maggio di 55 anni fa. Non è nato in un sobborgo nero, anche se i suoi occhi bruni, la carnagione scura, la capigliatura afro, e naturalmente il jazz, hanno ingannato molti. Ha studiato la musica colta, invece. Aveva ventotto anni quando mise in musica le regole della Commedia dell’Arte, la sua specialità: i concerti di piano improvisation, l’improvvisazione solitaria al piano. Funziona così. Jarrett sale sul palco e si siede sullo sgabello davanti al pianoforte. Non ha ancora idea di che cosa suonerà, fino a quel momento è stato chiuso nella sua camera d’albergo a leggere, meditare e mangiare macrobiotico. Nel pomeriggio aveva fatto un salto in teatro a provare due o tre Steinway gran coda. Soltanto pochi minuti per scartarne due, e poi scegliere quello davanti al quale ora è seduto. Non sa ancora che cosa suonare. Si concentra, in sala non vola mosca. L’attesa diventa imbarazzante. Infine si china sulla tastiera, le mani si avvicinano ai tasti, ne sfiorano uno, arriva una nota, poi l’altra, e succede quello che nessuno pensa sia possibile. Jarrett compone sull’istante, non c’è partitura, la sua è una composizione istantanea, senza rete, suona quello che la mente in una frazione di secondo gli suggerisce. Lo sforzo è sovrumano. Si contorce, ondeggia, si alza dallo sgabello, batte i piedi sul legno del palcoscenico, si agita, cerca di accompagnare le note anche con il corpo, canticchia la melodia un attimo prima di eseguirla, ansima.

C’è chi dice che fa l’amore col pianoforte. Quello che conta è la prima nota, le prime quattro. A volte l’attacco è faticoso, Jarrett non riesce a trovare il seme giusto, spesso gli riesce difficile uscire da una situazione in cui si è cacciato. Capita che brancoli alla ricerca di un nucleo fecondo che tarda ad arrivare, ma il più delle volte la musica è meravigliosa. Si sentono Chopin e il blues, il jazz informale e la poesia post romantica, un ritmo ostinato o una melodia indiana. Il suo concerto più famoso è quello di Colonia, il disco jazz più venduto della storia del jazz. Jarrett preferisce quello di Vienna, i più belli sono quelli di Brema e Losanna. Poi ci sono quelli giapponesi, ce n’è uno anche a Milano, alla Scala, dove ha suonato il 13 febbraio 1995. La trattativa tra Keith Jarrett e il Teatro alla Scala era durata due anni. Fu l’evento musicale dell’anno, l’incontro tra un pianista che non porta mai la giacca, al massimo un gilet, e un teatro d’opera sempre più spaventato dalla profanazione che avrebbe subìto.

Jarrett non è un tipo facile, basta un niente per mandare a monte un concerto. Una volta a New York, innervosito per la poca attenzione di un paio di spettatori, li apostrofò così: “Vi comunico che non state assistendo a un concerto, ma a un evento”. C’è chi dice siano le bizze di un artista viziato. Lui dice: “Io rischio. Dunque se non è tutto perfetto, se non riesco a concentrarmi, non suono”.
Una sera d’estate, era il 23 giugno 1988, al Teatro della Verdura di Palermo, ha chiuso all’improvviso il coperchio del pianoforte e se n’è andato. Uno spettatore aveva fischiato. Da quella sera palermitana l’elenco delle sue precondizioni fa sudare freddo i direttori delle sale da concerto. Il suo manager, Steve Cloud, si informa sul teatro, sul numero dei posti. Si fa mandare fotografie del palco e piantine della sala. Poi snocciola le richieste: “Il pianoforte deve essere posizionato davanti al proscenio oppure in corrispondenza con il sipario principale sul margine del palco o sopra la fossa dell’orchestra. Il palcoscenico non deve avere alcuna pendenza, neanche di un grado, perché Keith soffre di problemi alla schiena e non suonerà se il palcoscenico non è assolutamente piatto. Sappiamo che molti teatri d’opera, e in particolare le sale da concerto europee, hanno palcoscenici con una leggera pendenza per consentire una migliore vista al pubblico in sala. Per cui se c’è una pendenza, anche leggerissima, va costruita una pedana che sia abbastanza resistente e larga da contenere sia il pianoforte sia Keith”.

E’ vietata la presenza dei fotografi, sia al concerto sia alle prove, “perché Keith non vuole essere distratto dagli scatti, e nemmeno dai giornalisti”. Gli aneddoti sulle sue nevrosi si sprecano, tutti ne raccontano uno diverso, sempre pronti a dimostrare quanto fu profetico Jarrett stesso, una sera del 1971 a Torino. Allora suonava nel gruppo di Miles Davis, non era ancora Keith Jarrett. Davanti a un piatto di spaghetti disse a Franco Fayenz: “Sai Franco, ho paura di quando sarò celebre, perché potrei perdere il senso delle proporzioni”. Quelle notti insonni nella fattoria di campagna sono state dolorose. Keith sapeva che non sarebbe mai più riuscito a suonare in quel modo. “Improvvisare è molto pericoloso”, ha detto in un’intervista. “Hai una sola chance, vivi l’esperienza del voler suonare, ma questa volontà deve essere feroce, devi separare la parte di te che ascolta, pur tenendola lì e insieme suonare, devi sentire quello che vuoi, e a quel punto, solo a quel punto, le tue dita faranno quello che vuoi”. Non è una questione di tecnica o di creatività, se c’è la Chronic fatigue sindrome di mezzo. E quando non ci sarà più, come in questa estate del 2000, c’è la paura che possa tornare.

Rose Anne lo stimola, e sembra una scena notturna di “Donna al piano” di Bernard Mac Laverty. “Dài Keith suonami qualcosa”. “Adesso, a quest’ora del mattino?”. “Adesso”. “Che cosa vorresti sentire?”. “Quello che vuoi, suona per me”. In casa ci sono due pianoforti, uno Steinway americano e uno fabbricato ad Amburgo. Quando registra i dischi, Jarrett preferisce quello americano, perché ha più carattere, più colore e un timbro un poco più ricco. Nella camera insonorizzata che dà sul lago c’è anche un clavicembalo, per suonare Bach. Entrano, Keith beve acqua calda, mai caffè, mai tè. Rose Anne gli sistema lo sgabello del pianoforte, lo copre con il plaid, ma continua a scivolargli dalle spalle. Accende un lume e si siede sulla poltrona. Keith solleva il coperchio del piano. “Ah, no, è tremendo” dice boccheggiando. “Cosa?”. “I pedali… con i piedi nudi. Sono gelati”. E poi, “te lo ricordi questo?”, tenendo la testa appena inclinata, muovendola su e giù in modo quasi impercettibile. Le mani scorrono leggere, sospese sopra la tastiera, le dita si muovono agili. Ma questa malattia è una specie di morte. Così ha deciso di cambiare.

In realtà Jarrett odia il pianoforte. E’ soltanto “un sistema meccanico” dal quale si sforza di tirar fuori ciò che vuole. Il pianoforte è lo strumento che gli consente di officiare il culto ascetico dell’improvvisazione, la ricerca di un altro livello di coscienza. Ma quello stato di invasamento ispirato ai principi del sufismo, quelle esperienze totalizzanti, quella sofferenza estetico-religiosa, ora non ci sono più. I detrattori, e ce ne sono, pensano sia la paccottiglia pseudofilosofica di un uomo in crisi artistica, e mettono in dubbio perfino la sua malattia. Invece, la sindrome da affaticamento cronico ha costretto Jarrett a cambiare. Non solo la sua vita, anche la musica. Ha reinventato il proprio modo di suonare. Ha riscoperto la melodia, il fuoco della canzone, il gusto semplice della ballata d’amore. E’ la sua terapia. Ha messo da parte la composizione istantanea, l’esibizionismo, le perversioni informali. Ora bada all’essenziale, distilla le note, senza enfasi, con parsimoniosa dolcezza. Ora lo accusano di essere un pianista da pianobar.

In breve

E’ nato l’8 maggio 1945 ad Allentown, Pennsylvania. Compositore, pianista e sassofonista. A tre anni suonava già il piano, di lì a poco avrebbe cominciato a scrivere musica. A 8 anni ha esordito al Madison Square Garden. La solita trafila, comprese le lezioni, a Parigi, da madame Nadie Boulangier, prima di innamorarsi del jazz. Ha suonato con Charles Lloyd e con il gruppo elettrico di Miles Davis. Guida un trio di standard jazz ed è autore di progetti su Bach, Haendel e Mozart. Ha sofferto di sindrome da affaticamento cronico. Incide per la Ecm.

Christian Rocca, 32 anni, di Alcamo, è caporedattore del Foglio, scrive di jazz, di cui è appassionato.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi