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Giorgio Gaber

L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio. “Sarà appena sveglio”, ti dicono, “normalmente si alza verso le quattro. Ormai il suo ritmo è questo: sveglia nel tardo pomeriggio, spuntino con il tg della sera, conversazioni fino alle due, alle tre; cena, ancora un po’ di chiacchiere fino all’alba, quando finalmente si va a letto”.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 14 luglio 2002

L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio. “Sarà appena sveglio”, ti dicono, “normalmente si alza verso le quattro. Ormai il suo ritmo è questo: sveglia nel tardo pomeriggio, spuntino con il tg della sera, conversazioni fino alle due, alle tre; cena, ancora un po’ di chiacchiere fino all’alba, quando finalmente si va a letto”. Così quando ti presenti ti aspetti una scenografia adatta alla sregolatezza di un licantropo: buio dentro e fuori, l’atmosfera offuscata e irreale della creatività nottambula. Macché: è tutto all’insegna della normalità. A partire dalla casa, una di quelle villette a schiera sorte a Milano a rallegrare l’area attorno a piazza Loreto. All’interno, la tranquilla serenità del benessere borghese: riposante scenario di salotti ordinati con tappeti sul parquet luccicante, divani, tavolini in legno; alle pareti quadri dell’Ottocento. E in questo scenario anche lui, seduto sul divano col suo nasone e il vocione che abbiamo conosciuto attraverso mille canzoni, ha l’aria estremamente rassicurante.

Sensazione di spiazzamento: il signore– quintessenza della tranquillità che sta seduto lì di fronte non è per nulla in linea con l’immagine che ci siamo costruiti di lui.E già: perché il suo nome è Giorgio Gaber, e dal 1960 non fa che mettere in crisi le nostre certezze attraverso il filtro delle sue canzoni. Un ruolo assunto dapprima con qualche timidezza, ma poi sempre più decisamente, soprattutto a partire dal 1972, quando, rara avis, ha rinunciato alla televisione per dedicarsi soltanto al teatro. Nel nome della libertà. “Perché la tv condiziona, eccome se condiziona”. E alla tv spettacoli come “Il Signor G.”, ideato in quegli anni, sono decisamente improponibili. Una scelta che implica un forte ridimensionamento in termini di popolarità: nonostante una partenza immediatamente da serie A, dopo qualche mese di rodaggio il primo spettacolo, “Il Signor G.”, approda direttamente al Piccolo Teatro, per volontà di Paolo Grassi. Un esordio alla grandissima; eppure all’inizio non è per nulla facile riempire quelle sale: ci vuole pazienza e tutta la forza di testi poi rimasti nell’immaginario collettivo, come “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola” o il “Dialogo tra un impegnato e un non so”. Sono gli anni grigi delle bombe, del conflitto sociale, e della crisi petrolifera. Gaber ha poco più di trent’anni; il pubblico che lo segue è prevalentemente costituito da coetanei, ai quali regala soprattutto un senso di dubbio, che diviene a volte vera e propria preveggenza: “Magari uno si alza e senza saperlo una mattina si trova lì davvero senza borghesia, senza classi, senza padroni… e nella merda più di prima”, dice in un dialogo con Marx nel 1976. Una visione del mondo in cui non manca uno sguardo ironico, sulla vita pubblica (“A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c’erano gli americani a quest’ora noi eravamo europei. Vecchi pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri”) come su quella privata (“Si è sdraiata sul letto e parlava di orgasmo, ho rivisto la serata con molto entusiasmo. Ma quel libro che mi ha citato che mi indicava dove toccarla mi ha un po’ bloccato: non ho più avuto voglia di spogliarla”).

Altri momenti sono invece di pessimismo nero: “Mani bianchissime, schifose da toccare, mani inanellate di papi da baciare, mani scivolose di esseri umani, mani dappertutto, tantissime mani. Le guardo, mi sommergo, annego e sprofondo in questo lago di merda che è poi il mondo”. E il pubblico si riconosce sempre di più in questo autore che non fa alcuna concessione allo spettacolo: solo in palcoscenico, quasi sempre in giacca e cravatta, così terribilmente fuori moda. Ma la sua forza interiore deriva dalla solidità delle convinzioni e dalla metodicità dell’iter creativo: un processo che si ripete immutato, anno dopo anno, con la procedura di un rito.

La cerimonia si svolge sempre e solo d’estate, in Versilia, dove la famiglia Gaberscik trascorre tradizionalmente le sue vacanze. La partecipazione è limitata a due soli officianti: oltre a Gaber, il coautore Sandro Luporini, un pittore viareggino. Si inizia a giugno, con il ritmo di sempre; dapprima, lunghe ore di dialogo: giorni e giorni a parlare, parlare. Passando in rassegna l’andamento del mondo: i temi da prima pagina, ma anche e soprattutto le mode, i costumi, i tic. Poi si comincia a comporre i testi: i monologhi, le canzoni. Per la fine dell’estate lo spettacolo è pronto. Prove? A quell’epoca mai.

Adesso qualcosa in più; magari qualche anteprima per un pubblico selezionato, per lo più di studenti. Si potrebbe pensare a quelle pre proiezioni che organizzano le majors americane per verificare la tenuta e i finali dei film più attesi. Niente di più diverso: dal suo divano borghese, avvolto nel fumo di una delle sigarette che accende in continuazione, Gaber guarda inorridito alla prospettiva di compiacere gli spettatori. “No, assolutamente: lo spettacolo nasce come è stato scritto, e non c’è pubblico che lo possa modificare”. Se disturba, tanto meglio. E così va avanti, senza concessioni, sera dopo sera, 250 date all’anno su e giù per l’Italia, finché non arriva una nuova estate e allora si torna in Versilia. È un metodo così preciso da far paura.

E allora bisogna ricordare che lo spettacolo ha strappato il Signor G., ragioniere con maturità al Cattaneo di Milano, a studi di Economia e Commercio alla Bocconi. E che in tutta questa vicenda di vocazione ce n’è ben poca. C’è, invece, un alto tasso di casualità: quella di un ragazzino neppure ventenne che negli anni Cinquanta si diverte a suonare nei locali milanesi con un gruppo di amici che si chiamano Adriano Celentano ed Enzo Jannacci; di un signore adulto di nome Giulio Rapetti – gli italiani impareranno a conoscerlo come Mogol - che lo ascolta per caso e lo invita a incidere un disco per Ricordi; di un’apparizione di 45 secondi al Musichiere che provoca un’immediata popolarità. Ma anche allora il giovane talentuoso non si monta la testa: ci vogliono ancora anni e anni di successi per convincerlo ad abbandonare la Bocconi. E comunque la mentalità è quella: precisa, delineata, senza lasciare nulla al caso. Di uno che, intrapresa una strada senza intenzionalità, decide soltanto di percorrerla con dignità.

Dignità, libertà… due vocaboli che in Italia portano quasi inevitabilmente a diversità e solitudine. Ed è questo che forse colpisce maggiormente nell’uomo seduto sul divano: che nella sua coerenza sembra estremamente fragile, isolato. Nel suo particolare giudizio universale di “Io se fossi Dio” non si salva nessuno: giornalisti e borghesi, democristiani e comunisti, socialisti e radicali, tutti insieme in una compagine condannata in blocco: “Bastonerei la militanza come la misticanza e prenderei a schiaffi i volterriani, i ladri, gli stupidi e i bigotti. Perché Dio è violento e gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti”. Non si salvano neppure gli ecologisti, troppo di moda per piacergli: “D’altronde io sono sempre stato un cittadino; polemico ma cittadino. Perfino quand’ero bambino e giocavo a pallone dietro Corso Sempione preferivo buttarmi sull’asfalto che non sui prati”. Il Signor G. si sente differente: “La massa è un terreno fangoso che tutto sprofonda, diventa confuso. La massa è passiva e abissale, ingurgita il senso, distrugge il sociale”.

È un senso di catastrofe, di pessimismo cosmico. “Uno dei miei primi spettacoli si chiamava ‘Dialogo tra un impegnato e un non so’. È rimasto solo il non so”. Consuntivo desolante per qualcuno che aveva giocato una posta altissima sulle speranze di decenni. Il disco con cui Gaber inaugura il nuovo millennio si intitola “La mia generazione ha perso”. Dove inventa, tra l’altro, la figura dell’obeso “una presenza a tutto tondo, il simbolo del mondo”. Un essere “imperturbabile e imponente, un futuro che è sempre più presente, mangia tutto, mangia il mondo come noi senza vomitarlo mai”.

Per quest’anno Gaber ha dovuto sospendere le sue tournée in giro per l’Italia, a causa di una gamba antipatica che non lo sostiene bene e lo ha obbligato a un periodo di pausa. Probabilmente altri, dopo quarant’anni ininterrotti di palcoscenico, sarebbero contenti di fermarsi un istante. Gaber no; gli mancano il contatto col pubblico e le abitudini della vita vagabonda: i viaggi, le ribalte, i camerini, gli alberghi… Mentre parla avvolto nel fumo azzurrognolo, d’improvviso pare un personaggio letterario: il protagonista di un libro famoso di Heinrich Böll, “Opinioni di un clown”, attore triste in un mondo cattolico e benestante privo di valori dove lui non si riconosce per nulla… “Ma forse sono io che faccio parte di una razza in estinzione”, canta nel ritornello di una canzone in cui di nuovo manifesta la sua protesta: contro tutti e tutto perché non vede “nessuno che s’incazza tra tutti gli assuefatti della nuova razza”.  

In breve
È nato a Milano nel 1939. Diplomato in ragioneria, si iscrive alla Bocconi. Intanto suona la chitarra e si esibisce nei locali milanesi come il Santa Tecla, dove ha per compagni d’avventura Celentano e Jannacci. Dopo i successi degli anni 60 si dedica a spettacoli musical-teatrali che diverranno la sua misura compositiva preferita. Il primo, “Il Signor G.”, debutta al Piccolo Teatro nel ’70. Seguiranno successi come “Far finta di essere sani” (’74), “Anche per oggi non si vola” (’75). Il suo ultimo lavoro, “La mia generazione ha perso”, è del 2001.  

Andrea Kerbaker
, milanese, lavora nella comunicazione d’impresa. Ha pubblicato alcuni racconti.

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