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Amin Gemayel

Dopo dodici anni di esilio Amin Gemayel vive adesso a Beirut. Per precauzione continua a tenere aperto l’appartamento di Parigi dove risiedeva da quella notte di scoppi e incendi quando con la famiglia abbandonò di corsa il palazzo presidenziale sul colle di Baabda, lasciandosi alle spalle il Libano della cui distruzione non era il solo responsabile, sebbene ce l’avesse messa tutta. Al fine di evitare noiose descrizioni, disponiamo di un episodio che aiuta a definire l’ex presidente libanese.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 21 gennaio 2001

Dopo dodici anni di esilio Amin Gemayel vive adesso a Beirut. Per precauzione continua a tenere aperto l’appartamento di Parigi dove risiedeva da quella notte di scoppi e incendi quando con la famiglia abbandonò di corsa il palazzo presidenziale sul colle di Baabda, lasciandosi alle spalle il Libano della cui distruzione non era il solo responsabile, sebbene ce l’avesse messa tutta. Al fine di evitare noiose descrizioni, disponiamo di un episodio che aiuta a definire l’ex presidente libanese.

Il nostro primo incontro risale all’autunno del 1983, in piena guerra civile. L’intervista per il telegiornale è fissata a Baabda e non giù in città: anche perché, bombardato senza tregua, Amin esce molto di rado e soltanto di notte. Le granate dei drusi piovono sulla strada, ci costringono a una deviazione e arriviamo in ritardo. “Bombe o non bombe, io comunque vi ho aspettati de pied ferme” ci rimprovera lisciandosi i capelli fissati con la gommina. Bel coraggio. È rinchiuso in un fortilizio di ferro e cemento a prova di ben più dei cannoni drusi da 130 millimetri. Lo proteggono carri armati, militari, guardie del corpo. Fili spinati percorsi dall’alta tensione. Sacchi di sabbia a ogni finestra. E poi casematte e piazzole di mitragliatrici. Dopo quello del campione che sprezza il pericolo, assume per la tv il ruolo dell’uomo chiave nella strategia del Medio Oriente. Prima che la telecamera si metta in azione chiede di porgli una domanda sulla pace. Gliela porgiamo. Osserva pensoso le unghie e risponde: “Non vorrei sembrare immodesto ma dico che la pace del mondo passa da questa stanza”.

Se vi era sulla terra un presidente che non contava niente, neppure nel suo paese, era il presidente del Libano, dove comandavano i Signori della Guerra, i quali a loro volta prendevano ordini, armi e denaro dalla Siria, da Israele, dall’Iran, dalla Libia, dall’Iraq, dagli Stati Uniti. Squilla un telefono e dico al cameraman di interrompere la ripresa. Gemayel gli fa cenno invece di continuare a filmarlo. Afferra l’apparecchio e parla fitto fitto, in arabo. Quando ha finito mormora: “C’était Sa Majesté le roi Hussein de Jordanie”. Riprendiamo il lavoro e dopo un poco trilla ancora il telefono. Altra conversazione. “C’était Sa Majesté le roi Fahd de l’Arabie Saoudite”. Poi è il turno di Mubarak e per ultimo di “Sa Majesté Hassan II” del Marocco. Sempre in presa diretta. Nel pronunciare i nomi Amin sorride, come dire: visto che non sono uno sbruffone? Forse le telefonate erano autentiche e non venivano dall’ufficio accanto, per carità, benché sembrasse strano che tutti quei potenti telefonassero alla medesima ora del medesimo giorno. Priva quasi totalmente di interesse, l’intervista aveva insomma un andamento surreale. Non fosse stato per le cannonate, fuori, ci saremmo anche divertiti.

Finché aveva fatto l’avvocato, il playboy e il parlamentare, i nemici avevano usato per lui il soprannome di “Monsieur 2%”. Quando fu eletto capo dello Stato, lo promossero a “Monsieur 20%”. Dire che cheik Amin toccasse tangenti come la gran parte dei notabili libanesi, sia cristiani che islamici, è una semplice chiacchiera. Mancano le prove. Di recente ha condannato con disgusto la “corruzione illimitata” dell’establishment politico di Beirut. E quando lo si interroga sulla diceria di avere egli ricevuto milioni di dollari di aiuto dell’Arabia Saudita, e di averne trasferita una buona quantità sul proprio conto all’estero, ammette che i milioni erano molti di più, ove si considerino anche le elargizioni degli emiri del Golfo, dei libanesi emigrati e del governo americano. Ma aggiunge: “Tutti spesi per la patria. Pour moi, rien, nemmeno un soldo”.

Dodici anni dopo gli “avvenimenti”, come li chiama, Amin Gemayel è un bel sessantenne che piace ancora alle donne nonostante l’uso di deodoranti forti. Come tutte le storie libanesi anche la sua è fatta di sangue, soldi e salti mortali. Buon conversatore, vanitoso e di bella presenza, negli affari e nella politica ha preso tutto dal babbo Pierre, farmacista nel quartiere dei bordelli dove familiarmente veniva chiamato “Pierre dei preservativi”, e che aveva messo su la Falange, un movimento cristiano maronita di destra (per quel che possono valere a Beirut le etichette) ed era diventato uno dei leader più temuti e più facoltosi. Il fratello minore, Bechir, stava sul polo opposto. Amin amava la vita dei salotti e degli appalti, mentre Bechir rivelava indifferenza per il denaro e doti di rude condottiero. Amin esibiva una calcolata simpatia per i musulmani, strizzava l’occhio alla Siria ed era disposto addirittura a trattare con il nemico Arafat, mentre Bechir odiava i musulmani e sopra tutti i palestinesi, era filoisraeliano e tramava con Begin e Sharon per preparare l’invasione destinata a portarlo al vertice e alla morte.

Di sua mano Amin non avrebbe ucciso una zanzara, mentre Bechir ammazzava allegramente. Tanto per dire, alla testa dei guerriglieri della Falange il fratellino aveva colto nel sonno un rivale, Tony Franjie, figlio di un ex capo dello Stato anch’esso maronita, massacrandolo assieme alla moglie, alla bambina di tre mesi, alla cameriera, all’autista e a trentun guardaspalle. Restava il cane e gli riservò l’ultimo colpo. È vero che il clan si vendicò subito con una carica di tritolo che polverizzò la bimba di Bechir (all’annuncio che il falangista era scampato, il vecchio Franjie scosse la testa: “Questo non mi ripaga nemmeno il cane”). Dedicatosi a un altro rivale, Danny Chamoun, che comandava una temibile milizia cristiana chiamata le Tigri, Bechir fece le cose più in grande. Gli sterminò l’intera milizia. Questa era la sua maniera di dare la scalata al potere.

Un fatto accomunava nondimeno i fratelli Gemayel. Entrambi miravano a conquistare la presidenza della Repubblica. Ma Amin con altri mezzi: l’ambiguità e il trasformismo, talenti senza i quali pochi politici a Beirut hanno potuto far carriera. Le massime cariche libanesi sono distribuite secondo una lottizzazione confessionale: alla carica più alta deve andare un cristiano maronita. Il mandato del presidente scadeva nei giorni della cosiddetta operazione “Pace in Galilea”, con metà del paese occupato dall’esercito di Israele e l’altra metà da quello della Siria. Affascinati dal sinistro carisma di Bechir i maroniti lo candidarono alla presidenza. In Parlamento passò senza problemi. Era il 23 agosto 1982.

Suo fratello Amin fu visto piangere, e secondo qualcuno le sue non erano tutte lacrime di gioia. Il 14 settembre, alla vigilia di prendere possesso della carica, Bechir diede una festa per i fedelissimi e l’edificio saltò in aria. Venti chili di exogène sbriciolarono i muri, e nel mezzo il cadetto dei Gemayel. Nel vederlo piangere di nuovo, i perfidi dissero che quelle di Amin non erano tutte lacrime di dolore. La settimana successiva il Parlamento elesse all’unanimità il Gemayel superstite capo dello Stato, come atto dovuto dopo l’uccisione del fratello. Finanche i musulmani gli diedero la fiducia. Semplificando: lui presidente, succede di tutto.

Dopo un breve periodo di ebbrezza, culminato con la visita ufficiale alla Casa Bianca e l’udienza papale in Vaticano, il sogno s’infrange. Nel discorso di investitura cheik Amin si era proclamato “l’uomo della riconciliazione”, ma presto appare chiaro che gli mancano l’autorità e forse anche la voglia di disinnescare l’odio religioso e riportare all’ordine un popolo che pur piegato da sofferenze indicibili campa tra faide e vendette tribali. È persino incapace di frenare le frange sanguinarie di Forces Libanaises, la formazione militare che ormai incorpora tutti i gruppi maroniti. Sei giorni prima della sua elezione i guerriglieri irrompono nelle bidonville dei profughi palestinesi a Sabra e Chatila. Protetti dai cingolati di Sharon compiono uno degli scempi più efferati dell’intera storia mediorientale, eliminando almeno duemila innocenti. Nessuno pagherà mai per la carneficina. Il suo presunto ispiratore, Elie Hobeike, è oggi un pupillo della Siria e ha rivestito fino allo scorso anno la carica di ministro.

Quando le truppe di Israele si ritirano dal Libano centrale, le Forces Libanaises attaccano i drusi sulle montagne della loro piccola patria nello Chuff. I feroci miliziani del bey Walid Jumblatt contrattaccano e incendiano villaggi, uccidono centinaia di contadini inoffensivi, costringono migliaia di sbandati a ripararsi nelle zone cristiane. Jumblatt sta decisamente con la Siria sebbene i sicari di Damasco gli abbiano assassinato il padre. Gemayel slitta in segreto verso Israele, che ha sempre avversato. La guerra dunque riprende, Beirut è spaccata come un melone, di qui i musulmani, di là i cristiani, separati dalla Linea Verde in cui si combatte e si tendono agguati, il regno della violenza. Dalle colline tutto intorno le artiglierie tirano sui grandi alberghi, sul casinò, sulle ville della ricca borghesia, sulle baraccopoli dei poveracci, sui campi profughi dei palestinesi.

Il Libano va in cancrena, si assiste alla partenogenesi delle bande, che fanno il loro lavoro con le autobombe contro gli ospedali, i supermercati, le scuole, le chiese, le moschee, le ambasciate. Amin riesce a riunire i capiclan prima a Ginevra e poi a Losanna, ma il suo appello per una concordia disarmata, come prevedibile, resta inascoltato. Probabilmente non ci crede neppure lui. Gli scontri diventano inarrestabili, l’esercito si sfalda, i battaglioni islamici disertano, passano con le milizie e affrontano i cristiani respingendoli sconfitti nei loro quartieri. In una delle poche sortite Amin sfugge per caso a un attentato, felice sorte cui non scampa invece il suo primo ministro, il musulmano moderato Wazzan (professionisti del ramo scambiano la sua ventiquattrore con una gemella piena di exogène che il premier porta con sé sull’elicottero che esplode nel cielo di Beirut). Non scamperà nemmeno il suo successore alla presidenza, il maronita Moawad (il tritolo questa volta lo mettono nel radiotelefono dell’auto blindata, vigilata dai suoi pretoriani. Uno squillo e addio).

In un clima come questo Gemayel si rende conto di non avere più protettori. Partiti i marines e la VI Flotta americana dopo il fallimento della “missione di pace” alla quale aveva partecipato anche un contingente italiano, adesso il Libano è per tre quarti nelle mani dell’esercito della Siria e dei guerriglieri suoi alleati. Il presidente siriano Afez El-Assad giudica severamente l’ex playboy di Beirut. Quanto lontana è l’epoca del mezzo flirt con il tiranno di Damasco, come sono remote le belle serate al night del Saint George, l’albergo delle maliarde, degli sceicchi e delle spie, ormai ridotto in frantumi. Amin sente puzza di bruciato, non vuole fare la fine del fratello e allora briga per ottenere da Israele un accordo che lo aiuti a salvare, se non il Libano e la faccia, almeno la pelle. Accetta e poi si rimangia la clausola impossibile che lega il ritiro delle truppe israeliane di occupazione a quello dei 35 mila soldati mandati dalla Siria. Assad, di andarsene dal Libano, non ci pensa nemmeno. Risultato: due Beirut, due Libani e il presidente a lisciarsi i capelli nel suo fortilizio.

L’ultimo pasticcio Amin lo combina dopo l’assassinio di Wazzan. La Costituzione, per il bilanciamento dei poteri etnico-religioso, riserva l’incarico di primo ministro a un musulmano. Sulla scena libanese si affaccia un magnate dell’edilizia vicino all’Arabia Saudita, il ricchissimo Rafiq Hariri. Costui gli offre una somma rispettabile da versare su un conto estero perché appoggi la sua nomina a premier. Amin sostiene oggi di avere rifiutato l’offerta: “Hariri tratta gli affari dello Stato come quelli della sua bottega. Crede che tutto sia in vendita”. Gesto encomiabile, se la faccenda andò come dice. Il fatto è che, prima di abbandonare il paese, l’incarico di formare un governo Amin Gemayel lo affida non a un islamico, bensì al generale Michel Aoun, il comandante dell’esercito cristiano.

È una provocazione, e la risposta è fulminea. Dall’altra parte della città i musulmani nominano un premier per conto loro. Grazie a Gemayel, adesso ci sono anche due governi. Ma neppure al proprio riesce a imporsi. Il generale Aoun è un visionario e dichiara subito guerra alla Siria. Se questo pasticcio sanguinolento non bastasse, gli estremisti delle Forces Libanaises si rivoltano alle forze di Aoun e l’assurdo conflitto tra maroniti, all’interno dello pseudoconflitto Aoun-Siria, a sua volta all’interno del mai cessato conflitto musulmano-maronita, terrà impegnato il paese dei cedri con morti e feriti fino al 1990. Ma l’ex presidente Amin Gemayel, l’epilogo di questa infinita guerra civile, lo leggerà sui giornali francesi. Vive già a Parigi, fortunosamente raggiunta due anni prima. È stato così, con la sua presidenza e con la rocambolesca fuga da Beirut, che si è estinto il primato politico dei cristiani in Libano. Ma poiché questi bravi levantini sono pieni di risorse, mentre i successivi governi a più riprese gli impedivano di rimpatriare, in vista delle elezioni legislative dello scorso agosto, Amin si è esibito dalla Francia in una nuova acrobazia politica: ha proposto l’alleanza dei cristiani (rappresentati da suo figlio Pierre) con i drusi di Walid Jumblatt (diventato nel frattempo antisiriano) per appoggiare il miliardario Rafiq Hariri (ma non era il corruttore di pochi anni prima?).

L’inverosimile coalizione ha trionfato con un programma che chiedeva alla Siria di restituire al Libano un minimo di sovranità. Sospinto, si direbbe, dalle suggestioni romane al Giubileo dei maroniti, nel quale si era inginocchiato ai piedi del Papa, l’ex presidente ha dunque scelto il perdono. Definita “une question secondaire” lo sterminio dei suoi correligionari da parte dei drusi nello Chuff, appena rimesso piede a Beirut ha stretto l’ex carnefice Walid Jumblatt in un abbraccio impudico. Guadagnandosi come niente fosse il rientro in politica. D’altronde i cristiani libanesi, aspettando che i giovani maturino, hanno poco da scegliere. Con quelle facce in giro, cheik Amin resta l’unica stampella cui appendere le loro speranze.

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