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Il pupazzo di neve delle Olimpiadi 2026

I sogni di gloria olimpici e il pasticcio della tripla candidatura. Milano non sa se starci o mollare

14 Settembre 2018 alle 06:15

Il pupazzo di neve delle Olimpiadi 2026

Foto LaPresse

Sapporo sta pensando di mollare, se si tolgono anche Torino e Cortina ce la facciamo. Battute a parte (ma la città del nord giapponese sta effettivamente valutando di comunicare al Comitato olimpico internazionale il ritiro della candidatura per le Olimpiadi invernali del 2026) la guerriciattola fratricida per quale candidatura italiana il Coni dovrà presentare – senza del resto nessuna garanzia di ottenere il risultato – va avanti, anche se tutto si tiene per ora nei termini del “pour parler”, per dirla con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e plenipotenziario per lo Sport, Giancarlo Giorgetti. Che come si sa è lombardo, anzi varesino e leghista come Attilio Fontana, ma non ha intenzione di favorire, o diciamo di spendersi, per le ambizioni milanesi. Ha da badare ai già movimentati equilibri romani, e anche alle pasticciate acrobazie del Coni di Giovanni Malagò. Che ha elaborato la candidatura tripla congiunta Cortina-Milano-Torino (ordine alfabetico) che non entusiasma nessuno. Intervistato ieri da Sport Mediaset, Giorgetti ha messo lì un mezzo ultimatum, o forse una mezza speranza, ma ha anche chiarito un punto essenziale: “Il progetto sta in piedi, lo abbiamo detto dall’inizio, se tutte le tre città aderiscono a questo tipo di proposta. Se Milano si sfila penso che oggettivamente il progetto cada”. E poi: “Aspettiamo la posizione ufficiale da parte di Milano, che ha detto chiaramente di volere un ruolo di capofila. Quando ci saranno i passaggi ufficiali decideremo”.

 

E il tempo non è molto, il 19 settembre è la deadline per spedire al Cio la lettera di conferma della candidatura. La disfida per l città ospitante è nota, è semplice ma è anche molto complicata. Milano aveva provato per tempo a infilarsi in una finestra d’opportunità, anche un po’ per rifarsi dello smacco subito per l’Ema, approfittando delle mene ideologiche che frenavano (e frenano ancora) la Torino grillina e della poca propensione del Veneto di Zaia, che pur governa con i poteri reali di un doge, a imbarcarsi in una costosa impresa. Poi Torino e Cortina si sono fatte avanti, il Coni di Malagò, che nelle acque salmastre del Tevere è costretto a barcamenarsi con i nuovi e ondivaghi poteri e con i loro terminali territoriali, ha inventato la tripla candidatura. Esteticamente piuttosto improponibile e logisticamente complicata, ma tant’è. E’ probabile che il sindaco di Milano Beppe Sala, se avesse immaginato prima la trama dell’opera, avrebbe anche lasciato perdere. Ma essendo partito, ora cerca di tenere il punto: va bene la tripla sigla, ma Milano deve spiccare di più: perché ha il know-how migliore in fatto di grandi eventi, e perché ha un “brand” internazionale di maggior peso da valorizzare. Un incontro ecumenico a Roma di qualche giorno fa ha avvicinato un poco le posizioni dialettiche, ma neanche tanto. Chiara Appendino, sull’eterna altalena tra propositi di buona amministrazione e deliri di partito da tenere a bada, ha risposto a Sala che il problema non è il brand, “ma un modello effettivamente low cost, sostenibile dal punto di vista economico e ambientale e con ricadute importanti sul territorio”. Ma un modello per principio “low cost” è l’opposto di quel che avrebbe in mente Milano: e non per apparecchiare chissà quali magna-magna (queste scemenze lasciamole ai grillini) ma perché Olimpiadi da svolgere tra il capoluogo e la Valtellina sarebbero il volano per qualche grande opera infrastrutturale (c’è chi sogna un treno ad alta velocità che corra verso i monti) e per qualche intervento sul territorio intelligente e durevole. Oltre che confermare i trend positivi del turismo. Luca Zaia, da parte sua, ha mantenuto un profilo basso e patriottico: “Cortina ha rinunciato a candidarsi da sola e ha accettato il tridente. Andiamo avanti e facciamo vincere l’Italia”.

 

Brand a parte, il punto essenziale implicito nelle parole di Giorgetti è un altro. In questo momento è soltanto Milano (e il sistema lombardo) in grado di attirare interesse internazionale, investimenti e sponsor, e guidare una macchina complessa per la quale l’ex Mr. Expo qualche garanzia può fornire. Finire invece in un prevedibile slalom tra paletti contrapposti, in cui tutte le decisioni sarebbero di fatto prese a Roma, e inoltre con progetti al ribasso per non scontentare il governo della decrescita felice, per Milano sarebbe una partita in perdita. Sala lo sa e lo dice, Giorgetti probabilmente lo sa, ma ovviamente non può dirlo. Ma se Milano si sfila, il pupazzo di neve si scioglie prima del tempo.

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