Il più sapiente dei predatori

L’idea è ripugnante, ma si può ancora pensare l’uccisione di uomini come un atto rituale.

4 Agosto 2016 alle 05:45

Il più sapiente  dei predatori

“Erano l’unico animale che colpiva di lontano. Quando gli uomini avanzavano, nella boscaglia o nella foresta, si avvertiva un odore speciale, qualcosa di sgradevole e di allarmante. Erano i cacciatori”.

Calasso: Il Cacciatore Celeste (Adelphi 2016)

 


 

Qual è stato il peccato dell’origine? In che cosa l’uomo ha peccato? Nella solitudine dell’universo vaga questa domanda senza risposta. Ma ci sarà un punto in cui si incontrano le complicate teorie paleontologiche e il misterioso mito della Genesi, la disobbedienza del Gan Eden in cui l’uomo, l’Adamo, perse l’innocenza? Però almeno la Genesi è là. Ripercorrere il passato preistorico umano – che Roberto Calasso espugna fortezza per fortezza nella sua esplorazione del Cacciatore Celeste – è un’impresa, una sfida, e manca la protesi di un testo scritto. Il biblista risale finché e dove può, ai limiti di quel che è stato scoperto; il paleontologo congettura tra i millenni dei millenni muto e naufrago in eterno della Medusa, finché Ellade e India vedica gli rischiarino dietro di sé una illuminata via.

 

“La Grecia viaggia, viaggia sempre” in un mirabile verso di Giorgio Seferis, la preistoria dell’uomo è un oceano d’ombra senza movimento visibile. In tante migliaia d’anni e di sbranamenti nelle caverne non ha un barlume di spazio per sé, da rive di inciviliti non gli perviene nella sua miseria di ricercatore un segnale di solidarietà e simpatia umana.

 

Neanderthal – chi era? E’ già molto se individui simili hanno trovato, vivi o morti, le fauci dei loro propri divoratori animali, finché non si furono dotati di archi, fuoco, frecce, coltelli e asce di pietra. Armi? La preistoria è una colossale America dove il loro traffico, per amore del prossimo, è onninamente libero. Quando il Sapiens, l’uomo predatore e macellatore, diventa sacrificatore – di animali e della propria specie – nulla lo ferma più. Il cannibale rituale è ormai dentro le porte.

 

Calasso accenna all’evento più straziante di questi anni di storia contemporanea, l’evento che si fatica a collocare, dove regna una divinità sacrificatrice assoluta. Non c’è quasi angolo di mondo che già non sia stato visitato da un’infetta milizia religiosa sterminatrice che ha come i thugs dell’India devoti alla dea Kalì il culto esclusivo della morte. Bisognerebbe semplicemente chiamarli sacrificatori – sacrificatori che si presumono islamici – e con volti di dolore commentare quelle missioni di assassinio puntuali, estrose, disciplinate, dappertutto pronte e concordi nel volere distruggere le nostre sgangherate repubbliche. Possiamo, anche se l’idea è ripugnante, pensare ogni uccisione di uomini o di animali come un atto tuttora rituale, l’eternità temporale di quel remoto cacciatore che osserva armato la preda e incute in ogni vivente la paura del suo apparire. Lucrezio firma la parola attuale sempre: Tantum religio potuit suadere malorum. In che cosa ha peccato l’uomo? Chi è che dietro di noi ci ordina di uccidere?

 

Il filosofo ignoto

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi