La poesia di Rondoni, fedele alla vita, non smette di ruggire contro lo Scontento

In “Sette canti contro lo Scontento” il poeta che ricorda perfino Allen Ginsberg sfida nichilismo e lamento intimista, critica il pol. corr. e mostra la facilità della felicità

“O vasto esistente / parlami solo se hai qualcosa / che guarisce dallo Scontento”. Faccio mie le parole di Davide Rondoni, lette ora in “Sette canti contro lo Scontento” (Garzanti). Tutto il libro è una smentita della poesia media contemporanea, la poesia di cui nessuno sente il bisogno perché ridotta a lamento ombelicale, presuntuoso autismo. Rondoni è energetico, ritmico, beat, a un certo punto mi è sembrato di sentirci perfino Allen Ginsberg, “Urlo”. Rondoni è allegro ma non cieco, critica il poeta vietnamita (Ocean Vuong?) autore di “versi magnetici e corretti sui pompini”, i tanti artisti “nihilisti ironici futili tristi”, e a pagina 133 addirittura Allah, ricordandone l’abissale distanza dal Dio fatto carne e volto che ci ha chiamato amici. Rondoni, fedele alla vita, non smette di ruggire contro lo Scontento, e di cercare bellezza ovunque, e di scovarla: “Le città / servono solo a questo / trovare la gioia che costa poco / una gelateria”. Laudato sia il poeta che mostra la facilità della felicità.
 

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