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passato, presente e futuro
Oltre il referendum. Viaggio nell'Italia che dice No, dove prevale il rimpianto di un paese che non c'è più
Il messaggio da chi ha voluto bocciare la riforma Nordio parla di un mondo che non piace più e che si sente sgradevole e ostile. Si vorrebbe una realtà come quella auspicata dalla Costituzione, dove c'è la pace, ci sono i diritti e i mezzi finanziari per garantirli. Una realtà che però oggi non esiste
Confesso subito che se non fossi altrove avrei detto Sì, per una semplice questione di princìpi liberali che hanno poco a che fare con gli indifendibili tecnicismi ai quali entrambe le parti hanno fatto ricorso: è dai tempi di Atene che ci si alterna nel propendere per elezioni, che creano “camorre”, e sorteggi – di cui i 5s sono stati sostenitori– che premiano persone prive di capacità oltre che di relazioni, e temo che si continuerà a farlo, con continua insoddisfazione, come nel microscopico caso dei concorsi universitari. Aggiungo che avrei detto Sì anche per motivi più terreni, cioè perché in Italia c’è dagli anni Novanta il problema di una magistratura che pesa troppo sulla politica, cosa che è per principio sbagliata perché solo una buona politica è in grado di navigare il futuro, e lo è tanto più in tempi di crisi come i nostri che richiedono visioni nuove su come regolare la nuova società in cui viviamo, oltre alla buona applicazione delle leggi vigenti, e quindi un riequilibrio dei rapporti tra politica e magistratura a favore della prima.
Questo strapotere dei giudici ha motivi diversi, alcuni dei quali interessanti. Tra essi vi è la “questione Berlusconi”. Quello che è andato in scena tra domenica e lunedì è stato anche l’ultimo atto di un conflitto duro, anche se per fortuna mai drammatico, cominciato nel luglio 1994 con la protesta dei pubblici ministeri contro il decreto “Salva ladri” tra il grande imprenditore-politico e una parte della magistratura, che ora ha sconfitto, forse definitivamente, l’ombra del suo nemico. Ma il conflitto tra giudici e politica, reso possibile dall’aura conquistata dai primi nella lotta contro terrorismo e criminalità organizzata, era già cominciato con l’attacco del marzo 1993 alla soluzione indicata per i finanziamenti illeciti ai partiti da un grande giurista, Giovanni Conso. Ed esso ha in realtà le sue radici in una Costituzione problematica perché invece di proclamare giustamente i diritti come costrutti della cultura umana li “riconosce” come preesistenti in natura, e quindi di fatto come dogmi di una para-religione. Non solo: essa affida allo stato (uno stato così para-teocratico senza saperlo) il compito di realizzarli e difenderli, inclusi quelli costosi che quindi diritti “naturali” non possono per definizione essere, riconoscendo così oggettivamente alla magistratura un potere e un ruolo superiori a quelli della politica. Se i diritti esistono di per sé, e lo stato li deve garantire, io magistrato non posso non perseguire chi li mette in discussione, indipendentemente dalle leggi esistenti.
Il vero problema politico, e quello più interessante, è però quello del perché della valanga di votanti e in particolare della valanga di No, anche se – a pensarci bene – pure il Sì ha avuto più seguaci di quanto sarebbe stato lecito attendersi dato l’afflusso alle urne. Il buon lavoro dell’Ipsos e dell’Istituto Cattaneo ci permette di capirne i motivi, ma c’è una foto che forse li riassume meglio di ogni analisi, quella di una persona per bene che regge un cartello con un grande No seguìto dalla scritta “lasciatemi in pace”, con pace scritta coi colori della bandiera arcobaleno.
Il messaggio che manda è forte: è quello di un No a un mondo che non gli piace e per buone ragioni, un No “reazionario” se si vuole, ma solo perché esprime appunto la reazione a una realtà che si sente e comprensibilmente sgradevole e ostile. La realtà che si vorrebbe è invece quella auspicata dalla Costituzione: una realtà dove c’è la pace, ci sono i diritti e ci sono i mezzi finanziari per garantirli. Per dirla brutalmente, è il rimpianto di un’Italia che non c’è più, quella breve del dopo Miracolo (prima i diritti, specie sociali, erano solo promesse); di un’Europa occidentale che aveva ancora – grazie alla protezione di Stati Uniti europei – una posizione di primazia del mondo; e di una pace che dal 1956 era naturalmente solo europea, visto che in Vietnam come in Indonesia o in tante parti del cosiddetto Terzo mondo si moriva eccome (ma in fondo che importava, visto che noi vivevamo nel nostro ben curato giardino, per usare l’infelice metafora di un alto rappresentante europeo).
Quindi No e poi No, e ricerca di capri espiatori anche trasversali (e gli ebrei che cercano di sopravvivere compiendo anche crimini che sono prima di tutto errori, sembrano essere di nuovo nell’occhio del ciclone). Ma soprattutto, se si va a vedere, un No che ha tante anime, e tante ragioni, molto diverse tra loro. Esso è un No a Trump, al suo stile e alle sue guerre che rompono una pace più immaginata che reale, ma che poteva essere immaginata perché il sogno europeo non si era ancora incrinato, alla rottura con la Russia (sì certo, Putin è quello che è, però…), agli ebrei che si difendono da chi giura tutti i giorni di sterminarli, alla vecchiaia, alla solitudine, a un mondo capovolto, un No quindi che esprime desideri comprensibili ma irrealistici, perché è vero che il passato recente è meglio del presente, ma al passato non si può tornare.
Non sorprende quindi che sia il No della parte più colta e benestante del paese, che si sente minacciata e vede in pericolo un mondo che amava, ma anche il No di giovani che invece sanno – e bene dal tempo del Covid – di essere persone di seconda scelta. Ed è il No di un sud che intuisce di star perdendo la diversità di cui andava più fiero, vale a dire la sua vitalità (anche nel meridione non si fanno più figli, e i più attivi se ne vanno con un’emigrazione che non è più arricchimento), e in cui la destra, che pure governa in Sicilia, Calabria, Abruzzo e Basilicata, è stata però travolta, un fatto che pone il problema della natura della sua classe dirigente e delle idee che la ispirano. Questo No grande e variegato si è coagulato in un No al governo, che non è il semplice frutto di una campagna mal condotta rispetto a quella, più abile della sinistra. Di fronte a questo No sta la prima sconfitta di Meloni, che pure aveva intelligentemente rinunciato a portare avanti la “sua” riforma, vale a dire il premierato, forse anche perché aveva capito che rischiava di infilarsi in un vicolo cieco. Sempre forse, ma così sembra di capire, per una lealtà che si dice essere una delle sue virtù più ammirate nel mondo politico italiano, ella ha invece mantenuto i patti con Forza Italia e i Berlusconi, di cui questa era la riforma. L’errore è stato però così aggravato: se il premierato era una battaglia tradizionale di destra, quella contro la magistratura, che così è presto apparsa quella formalmente per un principio liberale di separazione tra accusa e giudici, era una battaglia che la destra autoritaria e complottista – di cui Gratteri, qualunque sia la sua personale ideologia, è un simbolo perfetto – non sentiva sua. C’è stato quindi anche un No di destra, come c’è stato un No di un centrosinistra che avrebbe voluto votare Sì e la lezione è chiara: un paese scontento e a cui nessuno finora ha parlato con onestà non accetta nessun cambiamento che tradisca il mito aureo – e in parte vero – del trentennio glorioso seguito al 1945, un mito oggi incarnato da una Costituzione che è quindi difficilissimo cambiare.
Pensando al futuro, la sconfitta mostra un limite di una Meloni che sappiamo tradita anche dalle sue virtù: un po’ come Renzi, ella ha pensato che, o almeno si è comportata come se, un paese ricco e complesso come l’Italia potesse essere governato solo attraverso la cerchia dei propri fedeli. La cosa si capisce, non siamo famosi per tener fede ai patti e agli impegni. Ma fare politica vuol dire metter insieme cose diverse, allargare le proprie reti, avere il coraggio dei garibaldini che andarono con Cavour e quello del re di sopportare un premier che detestava e di corrispondere con un Mazzini condannato a morte. Non si può inoltre difendere i propri, salvo poi fargliela giustamente pagare, ma troppo tardi. Meloni è quindi più debole, e più deboli sono Forza Italia, che è la vera sconfitta, e la Lega di Salvini, in crisi da tempo. Purtroppo per me, che la giudico intellettualmente morta e quindi priva di futuro (il che non vuol dire che non possa andare al governo), la sinistra di Schlein e Conte si è invece rafforzata, mostrando di riuscire a veicolare emozioni potenti, e già emergono le ambizioni del peggiore dei suoi leader. Resta il problema di chi oggi non si sente rappresentato da questa sinistra e nemmeno dalla destra e della casa di cui avrebbe bisogno, la cui costruzione l’esito del referendum non facilita ma rende ancora più necessaria.