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L'editoriale del direttore
Non basterà un filtro bellezza per coprire le crepe del governo
Dalla riforma della giustizia bocciata alle scelte su Trump, Ucraina ed economia: Meloni ha davanti una serie di bivî senza rete, e tirare a campare potrebbe essere assai rischioso. Domande minime per capire i prossimi referendum della presidente del Consiglio
Sì o no? No o sì? I referendum, come gli esami, non finiscono mai, e una volta assorbita, si fa per dire, la scoppola della bocciatura della riforma della giustizia, ci saranno altre scelte rapide, importanti e decisive che la presidente del Consiglio dovrà fare per ragionare sul futuro del suo governo e anche su quello dell’Italia. Sì o no? No o sì? La mazzata è stata forte, le teste hanno iniziato a ruzzolare, le rese dei conti sono iniziate non solo al governo ma anche nei partiti, la maggioranza inevitabilmente inizierà a ballare, lo sfilacciamento comincerà ad avvertirsi ogni giorno di più e, come capita ogni volta che una storia fino a quel momento di successo incontra improvvisamente un ostacolo o un insuccesso non messo nel conto, le scelte diventano inevitabili e chiedersi che strada prendere, per non andare a sbattere, diventa necessario. Sì o no? No o sì?
La prima scelta da fare è forse quella più difficile, ma anche quella più urgente: basta o no una sverniciatura per evitare di togliere di dosso al governo l’odore della sconfitta? In politica, si sa, le batoste, anche sui leader vincenti, hanno lo stesso effetto prodotto dall’immersione di un corpo in una vasca di uova marce: il contatto con le uova andate a male può essere anche solo di qualche istante, ma prima di togliere di dosso quell’odore, di tempo ne passa. Tradotto in politica, è difficile che al governo Meloni sia sufficiente un filtro bellezza, come quelli deliziosi usati da Daniela Santanchè su Instagram (una volta ne utilizzò uno così potente da aver reso un diciottenne il Mario Draghi alle spalle che parlava in televisione), per togliersi di dosso l’odore della sconfitta che, come canterebbe Ligabue, seppure per altre esperienze, quando l’hai addosso non va più via, si attacca qui. E dunque, come sostenuto da molti ministri del governo, la scelta da fare è evidente: o scegliere di farsi rosolare per un anno usando un filtro bellezza e cambiando qualche pedina nel governo, o scegliere di guardare in faccia la realtà e prendere di petto il problema, pescando dalle uniche due soluzioni possibili: votare subito, senza indugi, come avrebbe voluto fare Matteo Renzi nel 2016, oppure cambiare tutto con un secondo governo Meloni, lasciando in sella i ministri che meritano di restare e utilizzando le altre caselle, circa il 50 per cento, per allargare il perimetro del governo, far tesoro degli errori di questi mesi e ripartire fino alle prossime elezioni, utilizzando i dodici mesi rimanenti non per leccarsi le ferite ma per governare davvero. L’opzione delle elezioni è coccolata da buona parte dei ministri del governo di Fratelli d’Italia, e anche dal ministro Giancarlo Giorgetti, ma sconsigliata dai ministri di peso per questioni legate, prima di tutto, alla guerra in corso: troppo pericoloso provare a votare con un conflitto, sempre che poi voler andare a votare coincida con l’andare al voto, e per questioni legate al rischio di entrare in una fase modello Papeete. La seconda opzione, nuovo governo, presenta un tema legato alla difficoltà di trovare qualcuno che, con una nave che imbarca acqua, voglia sperimentare una navigazione a rischio, e presenta anche un tema legato al grande non detto del governo: riuscire a portare avanti questo esecutivo almeno per altri duecento giorni, per permettere al governo Meloni di battere ogni record di durata.
I referendum però, come gli esami, non finiscono mai, e tra le scelte da compiere nei prossimi mesi ce ne sono delle altre delicate, che riguardano il cuore dell’esperienza di governo di Meloni. Sì o no? No o sì? La presidente del Consiglio dovrà scegliere se mantenere una postura responsabile, non demagogica, su alcune partite cruciali che non porteranno direttamente voti al partito, forse, ma portano inevitabilmente credibilità all’Italia. Sì o no alla difesa a oltranza dell’Ucraina? Sì o no alla difesa a oltranza della prudenza sui conti pubblici? Sì o no alla difesa a oltranza dell’asse europeista costruito con Ursula von der Leyen? Sì o no alla distanza tenuta in questi mesi dagli antieuropeisti alla Orbán e alla Le Pen? Accanto a questi no, naturalmente, a questi mini referendum, ne esistono degli altri essenziali che riguardano scelte di natura economica: usare i pochi soldi che arriveranno dai risparmi del Pnrr per sostenere le imprese, intervenire ancora sulle bollette, dare una spinta all’economia, abbassare le tasse, oppure utilizzarli per distribuire qualche mancia mirata e coccolare i propri elettori, tutelando le rendite di posizione? Fare qualcosa per trasformare la questione settentrionale non in un tema di nicchia ma nel cuore pulsante della politica di governo, oppure concentrarsi sull’assistenzialismo al sud per cercare di non perdere terreno dove invece il terreno sembra franare sotto i piedi? E ancora: scegliere di rimangiarsi tutte le altre riforme promesse, come il premierato e come l’autonomia, per evitare altre sbandate e altre polemiche, oppure far finta di niente e cercare di portare avanti quelle riforme, per mostrare coerenza con le proprie promesse, ignorando il fatto che, prima del referendum, la forza della maggioranza è stata proprio quella di fare poco o nulla ed è stata quella di essere apprezzata prima di tutto per il suo pragmatismo e a volte anche per la sua incoerenza? Sì o no? No o sì?
I referendum, come gli esami, non finiscono mai, ma tra i molti referendum e le molte scelte che il governo dovrà fare ve ne sono altre due dirimenti, che hanno scale diverse ma pesi non così differenti. Sull’immigrazione, per dire, Meloni avrà la forza, disastro dell’Albania a parte, di trovare un suo equilibrio e appoggiarsi all’Europa, oppure verrà spinta a rincorrere Vannacci e replicherà, come un algoritmo impazzito, il modello Albania? Sì o no? No o sì?
Infine, ovviamente, l’altro referendum è di fronte ai nostri occhi. Ha a che fare con Trump, naturalmente, con il rapporto con il presidente americano, con la consapevolezza di quanto il trumpismo sia radioattivo soprattutto per i suoi alleati, con la necessità di scegliere se iniziare a dare qualche segnale forte e ulteriore di dissonanza dal trumpismo, come fatto in questi mesi dal cancelliere tedesco Friedrich Merz che, nonostante le sberle mollate a Trump, è diventato il vero interlocutore di Trump in Europa, oppure se continuare a muovere l’Italia come un paese ponte, dialogante, comprensivo, nell’illusione di poter far ragionare il presidente americano con l’arma della gentilezza e non quella della fermezza. Sì o no? No o sì?
I referendum non finiscono mai, come gli esami, ma la presidente del Consiglio sa che il famoso detto andreottiano, meglio tirare a campare che tirare le cuoia, può funzionare quando si amministra l’essenziale, quando si governa senza ambizioni, mentre diventa il suo opposto quando un governo si trova immerso in una vasca di uova puzzolenti: tirare a campare, in quel caso, significa tirare le cuoia. Sì o no? No o sì? Chissà.