Che giornata
La peste di Meloni: epurazioni, la tentazione urne, la falce e FdI spaccata
Santanchè si dimette, si pensa a Malagò e a Sara Kelany per sostituire Delmastro. La crisi di Lega e del partito della premier. Il panico a Chigi
Meloni falcia i tacchi a spillo. Si dimette Daniela Santanchè. Rotola la terza testa dopo incontri con Ignazio La Russia, che le dice, da vinto: “E’ finita. Non riesco più a difenderti. Lascia”. Al suo posto, il nome è quello di Giovanni Malagò. Alla Giustizia, al posto di Delmastro, Sara Kelany che però si fa piccola, modesta e frena: “Sono solo una deputata”. Si è aperto il vaso. E’ la peste. Arrivano le dimissioni della ministra ma sono alla Aldo Moro, la mia cipria ricadrà su di voi. Arrivano con una nota di Santanchè: “Il mio certificato penale è immacolato”. E’ la bancarotta del garantismo. Paolo Trancassini, questore di FdI, che si vocifera sia andato a parlare con Santanchè, si avvicina a Manlio Messina, fuoriuscito dal partito, e gli sussurra che su Bartolozzi “bisognava essere netti, dire immediatamente ‘ha sbagliato e deve lasciare’”. Il peggio che può capitare a un capo è quando si inizia a dire, nei sottopassi, dai leali: “Ha perso tempo”; “il partito non lo controlla più”. Andrea Orlando che conosce la crudeltà del decidere, il dolore delle purghe del Pci, domanda: “La notizia non è quando si dimette Santanchè o Delmastro ma perché tutti ci impiegano cosi tanto? Un capo che non riesce far dimettere non è più un capo. Così cominciano le cadute”.
La falce porta il rossetto. Il governo viene sequestrato per 24 ore, Santanchè si chiude nella stanza del ministero, partecipa a un evento sugli 800 anni di San Francesco, un altro sul Pet Tourism. I ministri del governo sono sconcertati. Luca Ciriani dice che “o si dimette ora o non avrà più futuro politico”, mentre Giovanni Donzelli anticipa che “non si arriverà alla sfiducia. Lascerà”. Santanchè sfida il capo che si trova ad Algeri e il capo fa sapere che attende solo le dimissioni. Si parla di ricandidatura certa, la carica di coordinatore di FdI in Lombardia. Meloni rifiuta. Simonetta Matone, della Lega, racconta che “Danielona si è barricata”. Santanchè chiede l’onore delle armi, un comunicato di Meloni. Si favoleggia di sfida plateale in Aula, da parte della Santanchè, si prevede uno dei suoi discorsi epici, perché dice ai collaboratori “io sono la Santa”. La peste si sparge. Il solito Messina scherza con Trancassini e fa notare: “A Palermo il No ha vinto con il 70 per cento. Direi un successo” e subito dopo, parlando con i cronisti, racconta: “FdI ha mandato a fare propaganda per il Sì chi incitava al sistema clientelare. Nessun deputato sapeva argomentare, non esistevano ordini chiari. Oggi FdI è divisa fra correnti”. Passa in secondo piano il Question Time di Nordio, la sua faccia che, improvvisamente, si è fatta vuota e magra, come quella di Beckett. Passano in secondo piano le belle parole di Riccardo Molinari su Umberto Bossi, per la commemorazione. Tutte le cadute si somigliano, come le famiglie. Adesso non è più tabù pensare che Meloni possa andare al voto tanto che si ragiona, apertamente. Lo chiedono a Claudio Durigon che è rimasto il solo di cui Salvini si fida (e Durigon si fida di Giorgetti) e Durigon dice che “è impossibile. Nessuno può escludere che si possa fare un governo tecnico. Non scherziamo. C’è la guerra, ci sono le bollette. Per andare al voto dobbiamo essere in tre, FdI, Lega, e FI. In tre”. Enzo Amendola, ex ministro del Pd, è convinto che “Meloni ha iniziato a commettere errori e quando si inizia a sbagliare, si continua. E’ come una scala, si scende: errore per errore”. In tanti ricordano la frase epica di Fazzolari, il solo porto di Meloni, il solo conforto: “Meglio perdere che perdersi” e in tanti ricordano le analisi di Giorgetti a Meloni, quell’attenta: guarda che sarà sempre peggio, c’è la guerra, in tanti diranno che bisogna fare come Sánchez. C’è una finanziaria difficilissima, il denaro del Pnrr è finito, Fitto non può far miracoli, Von der Leyen è messa peggio. In Rai, che è sempre la vedetta Italia, i giornalisti chiedono appuntamenti a parlamentari del Pd, e Marco Damilano è già salutato come l’ad in pectore. Meloni potrebbe pensarci sul serio di sparigliare, rivolgersi al paese con il tono: “Io sono Meloni, io non galleggio. Ditemi voi se ho ancora la fiducia. Io rispondo solo a voi. Non ho paura”. Magari acconciassero un bel governo tecnico! Magari! Santanchè è solo il coperchio di quel vaso. Una volta sollevato, accadono singolari accadimenti, come nella Peste di Camus: si comincia a inciampare di fronte a un topo morto e poi…. La peste non fa distinzioni. Santanchè avrebbe detto a Meloni: “Almeno mi devi riconoscere l’onore delle armi. Non posso essere associata alla questione Delmastro. Mi avete nascosto sul referendum. Io non ho colpe sul referendum”. E rispecchia la nota di Santanchè, quel “ieri sera forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo ti ho rappresentato la mia non disponibilità a un’immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum, perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta)” e poi quella frase finale: “Pago anche i conti degli altri. Tengo più alla nostra amicizia al futuro del movimento”. Solo Salvini la ringrazia. Sono ammaccati Forza Italia e Lega. Nel partito di Tajani, Lotito raccoglie firme contro Gasparri e in Lega hanno i problemi che si trascinano da anni. Federico Freni rimane il miglior presidente Consob (non ancora indicato) e fra poche settimane ci sono le partecipate da nominare e tutti chiederanno presidenze. Magari Meloni avesse un ad Eni come Descalzi al governo, magari (lo vorrebbe). C’è chi si immagina già Santanchè in sidecar con Vannacci ma è solo un sorriso e a destra nessuno vuole più sorridere. Solo Matone, l’ex magistrata, che ha lavorato a fianco di Giuliano Vassalli, una donna che ha visto passare anni di peste, vite e che ricorda: “Funziona così. Verranno gli altri. E saranno peggio”.