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Il tiro allo legge elettorale che rischia di essere stravolta. Schlein chiude, ma dal Pd: “Collaborare? Dipende dalla destra”

Luca Roberto

Anche nella maggioranza si fa strada un certo scetticismo verso le nuove regole elettorali. La Lega: "Non portano consenso". E non viene esclusa una pioggia di emendamenti. Il possibile asse Meloni-Schlein sulle preferenze

E’ stata l’altra accelerata post referendum. Oltre al repulisti nel governo, la destra, su impulso della premier Meloni, il giorno dopo la sconfitta nelle urne ha fissato al 31 marzo l’apertura della discussione sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera. Il primo atto sarà l’adozione di un testo base, quello proposto dalla maggioranza. Ma l’esito referendario ha talmente scompaginato il quadro che anche all’interno del centrodestra c’è chi non esclude una “valanga di emendamenti”. La segretaria del Pd Schlein ieri ha chiuso al dialogo perché “mancano i presupposti”. Ma su un abbassamento del premio di maggioranza (e sull’introduzione delle preferenze) i dem potrebbero trovarsi d’accordo.

Una delle abitudini del centrodestra in questa legislatura è stata quella di prendere un testo licenziato dal governo e stravolgerlo con una serie innumerevole di emendamenti da parte delle forze politiche di maggioranza (guardate a quel che sta accadendo con l’ultime decreto sicurezza: le proposte di modifica presentate dalla coalizione di governo sono state più di 100). Ecco perché sulla legge elettorale, che in teoria è un testo tutt’altro che blindato, il passaggio parlamentare potrebbe far differire (e non poco) l’originale dal risultato finale. “Non è una priorità”, s’è affrettato a chiarire un big della Lega a flop referendario appena incassato. Ma ancor più non sono passate inosservate le parole di un presidente di regione del Carroccio come Massimiliano Fedriga. “Una legge elettorale deve tenere insieme tre elementi: il diritto della maggioranza di governare, la tutela delle opposizioni e la rappresentanza dei territori. Poi si possono usare strumenti diversi, ma l’equilibrio tra questi fattori è fondamentale. Fare leggi per convenienza politica, invece, porta sempre a risultati negativi”, ha detto alla Stampa il presidente del Friuli-Venezia Giulia. Anche per questo la strategia di Salvini e i suoi è quella di prendere tempo. Come dice un leghista che sta seguendo il dossier, “i nostri emendamenti non sono ancora pronti perché per presentarli ci vorrà ancora un sacco di tempo”. Mentre un altro aggiunge con realismo: “E’ una riforma che non porta consenso”.

Anche da Forza Italia non escludono interventi di sostanza. “Per noi restano imprescindibili alcuni concetti: una legge proporzionale con un premio di maggioranza, che non si tocchino i collegi plurinominali, l’indicazione del candidato premier nel programma elettorale e le soglie di sbarramento, che credo trovino tutti d’accordo. Su tutto il resto si può discutere, anche perché non stiamo parlando di tavole della legge iscritte nella pietra”, spiega al Foglio il deputato forzista Alessandro Battilocchio, che ha seguito i vari tavoli della coalizione. “Quello che posso aggiungere è che ho visto una disponibilità a confrontarsi da parte di esponenti dell’opposizione. Non è mai stata nostra intenzione arrivare a forzature unilaterali. Ancora ieri il vice ministro della Giustizia Sisto ha nuovamente invitato le opposizioni alla collaborazione. Eppure, come detto, la segretaria del Pd Elly Schlein, in una conferenza con la stampa estera, è sembrata chiudere all’ipotesi. “In questa proposta di legge elettorale, partorita in un vertice notturno di maggioranza in piena campagna referendaria e tensione internazionale, c’è un premio di maggioranza talmente alto che permetterebbe di eleggere il presidente della Repubblica quasi da solo a chi vince, e ci sarebbe anche l’indicazione del premier da depositare prima del voto. In questo vediamo un antipasto di premierato, in cui si accentrano i poteri sul premier a scapito del Parlamento e del capo dello stato”, ha detto Schlein. Accusando la premier di “non aver imparato nulla dal referendum”. E insistendo sul fatto che una nuova legge “non è una priorità per gli italiani”. In linea di principio, però, sull’introduzione delle preferenze, come ha detto tra le righe ieri lo schleiniano Marco Furfaro, una comunanza d’interessi tra la segretaria e Meloni potrebbe esserci. Di certo c’è che, per ora, il Pd rinuncerà a depositare un proprio testo in commissione Affari costituzionali. E come spiega uno dei deputati nella stessa commissione, il dem Federico Fornaro, “quando entreremo nel vivo della discussione vedremo cosa accadrà. La nostra disponibilità a confrontarci e collaborare dipenderà molto dall’atteggiamento della maggioranza”.

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  • Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.