Il racconto
Va' Bossi. Il funerale delle origini. Insulti, "bruciamo il tricolore". Fischi a Salvini: "Giuda". Meloni: “Brava”. Il capo è Giorgetti
A Pontida, la vecchia base Lega insulta Salvini, la bandiera, e si ferma solo quando Giorgetti alza la mano. Meloni applaudita. Gli inviti a Zaia: "Prendi la Lega". L'addio al padre è l'amarcord del Nord degli anni Novanta
Da Pontida. Il sigaro di Bossi si è spento e resta la cenere. E’ il Va’ Umberto, su insulti dorati. E’ un popolo, di reduci, il funerale di Bossi come sfogo. A Pontida, fuori dall’abbazia di San Giacomo, pensionati con le stampelle, donne dalle rughe lunghe, urlano a Salvini: “Traditore. La Lega è morta. Ridacci la Lega. Bruceremo il tricolore”. Hanno perso il loro Cristo e chiamano Salvini, “Giuda”. Salutano il fondatore e incoronano Giorgetti. E’ il Nabucco del villano che si fece re. Bossi si allontana come è arrivato, con i trattori sporchi di letame, l’odore di fienile, il rancore del nord, l’aria fredda dei paesi di lago e di frontiera. Cercano lo sciamano e lo riconoscono in Giorgetti che li ferma con la voce: “Per cortesia”. Ed è silenzio. A casa della Lega, vicino al pratone, Meloni viene omaggiata con “Brava, Giorgia” dagli stessi che vogliono incendiare Roma. Marcello Dell’Utri parla della "parsimonia" di casa Bossi. E’ la miseria che ha fatto grande la Lega e la ricchezza che l’ha perduta.
Erano induriti, pronti a tutto, come raccontava Bossi a Daniele Vimercati nel suo “Vento del Nord”, perché si credevano pirati, “la Brianza, il Varesotto, il Comasco, erano percorse da avventurieri” e si prendeva lavoro, “ci si arruolava come nei porti del Moby Dick di Melville”. Roma era la balena. Davano calci agli scrutatori, li facevano rotolare dalle scale perché “servivano uomini veri, svelti di mano e svegli di cervello”, chiamavano le mogli “femmine” che dovevano sentire “l’odore della polvere e il fragore delle spade”. Trovo le facce stanche e acide dei nonni con le dentiere pagate a rate, lo stomaco malandato, la vita offesa, ma trovo anche le tenere carezze di Attilio Fontana, lo zio buono, a cui scende la lacrima quando dice: “Mi sento ancora un barbaro sognante”. Sono i genitori di chi oggi probabilmente non vota, di chi si è arricchito negli anni Novanta e si è scoperto con i conti pignorati vent’anni dopo a colpa della Cina, di qualcosa. Bossi era la psicanalisi del nord e bastava pagarla con la matita, una croce alle elezioni. Quando vedono Salvini vestito con la camicia verde, leghisti espulsi, militanti, lo coprono di insulti, “togli quella camicia”, “hai venduto la Lega”, tanto che Francesca Verdini, che è una Verdini, una che non ha paura di nulla, ma che sa far paura, risponde a tono a uno di loro: “Sei a un funerale, cafone”.
Cantano per Bossi il Và Pensiero, ma sputano a Salvini tutto l’odio che si tengono dentro, che va oltre Salvini. Mario Borghezio, che avrebbe voluto forni caldi e qualsiasi altra ferocia per migranti, i meridionali, si rammarica soltanto perché “oggi i traditori non si possono sistemare con i vecchi metodi”. Sono quattrocento posti a sedere dentro la Chiesa, le televisioni con i treppiedi restano fuori dal loggiato, quanto basta per riprendere Daniela Santanchè, fischiata, che pretende di scendere dall’automobile superando le transenne. Partono ancora fischi, quando la folla scorge la sagoma di Mario Monti e non si contano i “venduto” e tutte le altre porcherie di un popolo che esibiva il cappio in Aula, che ti prende a pacche sulle spalle salvo poi conoscerti, aprirsi, e spiegare, anche ai “neri” che “alla fine, sei terrone, ma non sei tanto male”. Insudiciano la bandiera, sotto gli occhi increduli di Antonio Tajani, gridano “Secessione. Roma ladrona, la Lega non perdona”, perché la associano ancora a chi gli “porta via i soldi”, solo che la cassa dello stato ora la gestisce Giorgetti e denari non ce ne sono. Hanno tutti un fazzolettone verde intorno al collo o la cravatta verde, identità, come per Antonio Angelucci sono il doppiopetto, gli occhiali fumè, l’aria tosta di chi vuol far vedere chi comanda.
Sono sempre gli stessi leghisti che ogni anno si incontrano a Pontida, l’umanità del caffè corretto con la grappa, qui al Bar Arcadia (“lo sa che da qui è passato anche Matteo Renzi?”, dice la proprietaria), quelle delle birre spumate e della pancia gonfia perché “c’è da lavurà” ma che ancora possiede il macchinone (elettrico) il paradiso con il cambio automatico e il sedile riscaldato. Marco Reguzzoni, che di Bossi era il delfino, racconta che “non ti puoi immaginare che anni sono stati. Bossi chiamava i giornalisti alle tre di notte e organizzava chiacchierate. I direttori ci aprivano i giornali. Una parola fuori posto di Bossi minacciava un governo. E un giornalista ci doveva essere. E’ nata una competenza, l’esperto della Lega. Quei cronisti sono poi rimasti amici per sempre. C’era il Sala, il Passalacqua, e c’è ancora il Cremonesi, il maestro…”. Il Papeete, a dirla tutta, è solo una notte alla Bossi, ma scritta da Salvini. La nuova Lega aveva già allontanato Bossi e la famiglia Bossi, la moglie Manuela, non permette a nessuno, a eccezione di Giorgetti (che gli faceva da mamma e Fontana che gli teneva la mano) di stare sul sagrato. Le corone dei fiori li sistema Daniele Belotti. Oggi i Bossi sono tornati la famiglia in ristrettezze, quella celebrata sempre da Vimercati, “l’impermiabilino dell’Umberto”, i lavori alla giornata, come il “montavo antenne, davo lezioni private, scaricavo cassette ai mercati generali, organizzavo serate di liscio. Mia madre mi trovò a friggere patate all’aperto”. Il cerimoniale lo ha dovuto prendere in carico Palazzo Chigi perché Meloni ha voluto esserci insieme a Ignazio La Russa, il presidente Lorenzo Fontana e Giorgetti dispone in posti in chiesa: “Per ogni panca cinque al posto di tre”. Nessuno è gradito alla cremazione, a Cassano Magnago, se non sempre il Giorgetti. Bossi lo hanno scacciato i leghisti compreso quelli che baciano la bara.
Girano ancora le fotografie, su Dagospia, di Alessandro Morelli, sottosegretario, l’uomo che per Salvini si occupa di Rai, che distribuiva ramazze durante la famosa notte delle scope, oggi presente e anche commosso. Lo vedono chiacchierare con Fedele Confalonieri che si rimette alla “storia”, perché solo “la storia darà un giudizio su Bossi”. Dell’Utri dice invece a Nino Luca del Corriere che “Umberto nel purgatorio si divertirebbe”. Si vedono nuovamente le facce di Aldo Brancher, di Letizia Moratti, di Flavio Tosi, di Antonio Marano, presidente Rai, che ricorda: “Noi della Lega eravamo di sinistra. Io resto un leghista radicale, pannelliano”. Ci sono gli Enrico Toti della Lega, Manuela Dal Lago, Irene Pivetti, Mimmo Pagliarini, Roberto Castelli che si è fatto il suo piccolo partito, il “Partito Popolare per il nord” e che all’orecchio rivela: “Lo sa che a Via Bellerio con Salvini è vietato anche il colore verde e che non si può usare la parola Padania? La Lega con Salvini ha solo mantenuto il nome ma non è la Lega”. Bossi era già malato e non ha visto oggi la Lega che è meglio della sua Lega, quei parlamentari: i Rixi, Molinari, Romeo, Morrone, Centinaio o Fedriga. Luca Zaia è un’altra cosa ancora. Ha una popolarità che va oltre il partito e parla non a caso di “intuizione” di Bossi. Gli chiedono sopra pratone, durante l’ultimo saluto: “Prediti la Lega, prendila”. E’ un funerale dove il morto era già morto, il padre che ora si saluta, ma che non si andava a trovare. Non ci sono le lacrime copiose come durante il funerale di Maroni. Non si può rimpiangere quella Lega che faceva craniometria dei meridionali. Si può solo rimpiangere la giovinezza, il corpo che ai tempi di Bossi non era flaccido. Salvini ha solo esternalizzato l’odio dal sud d’Italia al sud del mondo. L’eredità di Bossi non è Bossi. Il suo merito è aver scelto uomini che non gli somigliavano, come Giorgetti e Fontana, e Salvini la fortuna di averli ereditati. Non è lui il capo, ma Giorgetti, che non vuole (ancora) fare il capo, che fra Zaia e Salvini sceglie Meloni. E’ Giorgetti che tiene la sorte di Salvini, come le Moire tenevano il filo della vita. Le forbici sono nelle sue mani.