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Un festival di bugie e manipolazioni

Il referendum svilito

Pierluigi Battista

E’ stata la campagna elettorale più brutta: dagli show di Gratteri alle sceneggiate sul sorteggio, una rincorsa al degrado (che ha visto prevalere il fronte del No). Catalogo di una lunga serie di manipolazioni e bugie

Finalmente basta. E’ chiusa. E’ finita. Cala il sipario sulla campagna elettorale più brutta della storia repubblicana (e forse delle democrazie occidentali). Tempo poche ore, si conoscerà l’esito di tanto orribile vaneggiare. Ma intanto urge una fedele cronaca dei giorni in cui abbiamo dato il peggio di noi stessi. Una cronaca puntuale e dettagliata. Certo, bon ton e obbligo di una visione ecumenica, equilibrata, perfettamente bilanciata dovrebbero indurre a una rappresentazione equanime e cerchiobottista (so bene come si fa). Ma perché negarlo? A pesare di più sullo svilimento della campagna elettorale è stato lo schieramento del No. Indiscutibilmente, quantitativamente. E non perché i noisti siano antropologicamente più sgangherati di quelli del Sì, così buoni, moderati ed eleganti, figurarsi. Ma perché mentre per il Sì era molto più conveniente stare sul punto di una riforma che avevano approvato tra mille ostacoli, evitare la renzizzazione del referendum aggregando l’accozzaglia di chiunque avesse come obiettivo l’azzoppamento di Giorgia Meloni, per il No aizzare, richiamare le truppe disperse e sconfortate è stata una formidabile carta da giocare con disinvoltura e cinismo.

   

Comunque, a scanso di equivoci e per dovere di cronaca, ecco le deplorevoli volte in cui anche i sìisti hanno fatto piombare nel degrado la più brutta campagna elettorale di tutti i tempi. Quando il ministro Nordio si è improvvidamente dimenticato di citare chi aveva definito “paramafioso” il voto per la formazione del Csm (il magistrato Di Matteo, quello della patacca sulla Trattativa) lasciando intendere che il ministro della Giiustizia considerasse “paramafioso” il Csm stesso (urge scuola di comunicazione). Quando il ministro Salvini ha detto che se vincono i No lo stato italiano dovrà mantenere a vita tutte le Carola Rakete (era una multa, sulla base di una sentenza per quanto discutibile). Quando il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, ha ululato sulla magistratura come plotone d’esecuzione da mettere nelle condizioni di non nuocere. Quando si è fatto un uso disinvolto dei fatti di cronaca giudiziaria davvero disdicevole (Garlasco, la famiglia del bosco con i figli dei fricchettoni sequestrati in un’orrida casa famiglia). Quando il presidente del Consiglio, al termine di un lungo discorso peraltro pacato, si è lasciata sfuggire che con la vittoria del No cominciava la pacchia per stupratori e pedofili. Poi non tanto altro. A parte i rutti sui social, ma quelli non mancano mai da nessuna parte e che dunque è giusto ignorare.

   

Il garantista che è in me sognava una campagna elettorale in cui finalmente si discutesse della possibilità di allineare l’Italia al lungo elenco dei paesi democratici in cui vige, sia pur con modalità diverse, la modalità della separazione delle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante, nonché di allontanare l’Italia dalla cattiva compagnia dei paesi autoritari che se sentono parlare di separazione delle carriere bombardano Kyiv. Sognava una campagna elettorale in cui si illustrasse agli italiani i modi con cui le correnti dei magistrati (proprio la vituperata “politica”, il mostro ideologico) decidono posti, assegnano compiti, concedono promozioni, contrattano in modo spartitorio il destino degli uffici delle procure. Sognava che si potesse spiegare come mai l’Italia continua a pagare cifre elevatissime per l’elevatissimo numero di ingiuste detenzioni a fronte di un numero ridotto, ridottissimo di sanzioni per i magistrati (e i giudici del gip e del gup, inseparati dal pm) che hanno consentito che degli innocenti fossero sbattuti in gattabuia. Sognava che si dicesse che per i magistrati che decidono della vita e della libertà delle persone è vietatissimo sbagliare e che l’argomento “può capitare un errore ogni tanto” è inammissibile per alcune categorie di concittadini che non possono sbagliare mai. Non può sbagliare nemmeno una volta il chirurgo che per sciatteria o imprudenza lascia morire un paziente sotto i ferri: nemmeno una volta. Non può sbagliare nemmeno una volta l’ingegnere che con i suoi calcoli errati fa crollare un ponte con sopra macchine e persone: nemmeno una volta. Un magistrato non può sbagliare spedendo in galera chi in galera non dovrebbe starci nemmeno per un’ora. Vietato sbagliare. Un errore ogni tanto ci sta? No, non ci sta.

   

Sognava, ma appunto la cronaca fedele della campagna elettorale più brutta del mondo si sarebbe incaricata ben presto di far diventare quel sogno un incubo fastidioso. Intanto: già il fatto che l’Anm si fosse messa a dirigere la campagna per il No, usufruendo gratis (graduidamente, direbbe Giuseppe Conte) dei locali del Palazzaccio di Giustizia a Roma mi era sembrata, come usa dire adesso, una sgrammaticatura istituzionale. E poi così ai realizzava un’inversione dei ruoli che fino a pochi mesi prima era impensabile. Non era più la magistratura a essere politicizzata, ma la politica a essere colonizzata, eterodiretta dalla magistratura, direttamente, senza bisogno di mediazioni. E infatti sulle prime la guerra santa noista viene appaltata e brandizzata con il marchio Nicola Gratteri, quello dei numerosi arrestati a “rete”, alias “retata”, che risulteranno del tutto estranei. Quello che dirà su queste colonne a Ginevra Leganza che con voi del Foglio si faranno i conti dopo, con la “rete” (a strascico? Se vince il No procuratevi buoni avvocati, soprattutto con buone entrate nei dintorni di Napoli). E cosa fa Gratteri prima di fare i conti? Legge in diretta in una trasmissione di Giovanni Floris un messaggio che gli avrebbe mandato sullo smartphone una persona fidata (pensa se non era fidata!) dove veniva citata un’intervista in cui Giovanni Falcone si sarebbe detto fieramente contrario alla separazione delle carriere. Colpaccio. Solo che quella intervista era un clamoroso falso, mentre non è un falso che Giovanni Falcone nel 1988 si sia espresso non contro, ma a favore della separazione delle carriere. Un falso. Una patacca. Una bufala. Floris chiede scusa. Gratteri non proprio ma dice che, come Craxi non poteva non sapere, lui non poteva non fidarsi. E questo è l’antipasto. Immediatamente seguito da un altro falso (smascherato dai colleghi del Dubbio: occhio colleghi ai conti del dopo) stavolta pubblicato dal Fatto quotidiano (in questo caso niente paura, c’è l’affinità elettiva) in cui si citavano presunte dichiarazioni anti separazione di Paolo Borsellino in una trasmissione che invece non ci sarebbe mai stata, anzi che ci sarebbe stata sì, ma Borsellino no. Falso. Falsissimo. Patacca. Bufala. I più maliziosi sostengono che la persona fidata di cui Gratteri si era imprudentemente fidato con la divulgazione urbi et orbi del falso Falcone avesse qualche rapporto con chi aveva pubblicato urbi et orbi su un giornale il falso Borsellino. Ma sono solo illazioni, tipiche della micidiale cultura del sospetto che ha devastato lo stato di diritto in Italia ben prima dell’Ungheria di Orbán.

   

Poi comincia la serie infinita delle manipolazioni, delle bugie spudorate. Un giorno su un manifesto del Pd, nel frattempo risvegliatosi viste le pessime esibizioni del testimonial Gratteri a cui era stato affidato il compito di dirigere l’orchestra, appare l’immagine di fascisti in procinto di fare il saluto romano e la scritta: “CasaPound vota Sì”. Ovvio l’accostamento emotivo: pensate voi del Sì che credete di fare una cosa democratica, in realtà vi mettere nello stesso branco dei filo-nazi (talvolta senza filo). Una carognata. Subito seguita da un post dei giovani di Fdl che voleva ripagare con la stessa moneta: se votate No votate con Askatasuna. Con una differenza però: che il Pd non prende le distanze dal grottesco manifesto mentre i dirigenti di Fratelli d’Italia costringono la bestia dei social a cancellare immediatamente quell’orribile post. E una precisazione cronistica: che poi quelli dei centri sociali l’hanno fatta davvero la manifestazione per il No e pure con un cartellone bruciato con i volti di Giorgia Meloni e Carlo Nordio. Blanda, molto blanda dissociazione, e pensare che i magistrati del No avevano pure la notitia criminis su tutte le reti televisive. Pochi giorni dopo un magistrato per il No scrive (un magistrato della Repubblica italiana, non un passante rabbioso) che con la vittoria del Sì il governo avrebbe dato via libera alla polizia per comportarsi come gli agenti Ice a Minneapolis. Pochi giorni dopo si riciccia la solita solfa di Licio Gelli che nel suo piano golpista prevedeva la separazione delle carriere. L’argomento sembra un po’ spuntatello, considerando che i Cinque stelle hanno caldeggiato, vincendo la battaglia assieme al Pd che era inizialmente contro ma poi come al solito ha cambiato idea, la riduzione del numero dei parlamentari, uno dei cavalli di battaglia del proto-populismo gelliano. E allora come fare? Semplice: intervistare il figlio di Gelli che accredita l’idea di suo padre che dall’aldilà avrebbe votato Sì. Nessuna notizia del cognato del mostro di Firenze, del cugino di secondo grado di Jack lo Squartatore, del nipote di un femminicida, tutti, ovviamente, per il Sì presunto.

   

E a proposito di gente per male, arriva presto il grande show di Gratteri, sempre lui (non sono riusciti a togliergli l’audio) che divide l’Italia; chi vota No è perbene, chi vota Sì è mafioso, massone deviato, imputato e indagato. Anche indagato, che per il capo della procura più grande d’Italia, è già un colpevole, come del resto diceva Piercamillo Davigo che nel frattempo è diventato colpevole con sentenza definitiva: pregiudicato. Poi Gratteri ha impapocchiato una rettifica, ma il senso era chiarissimo: se vuoi essere un’insospettabile persona perbene è meglio che voti No, perché dall’altra parte è terra di delinquenti.

   

La cronaca della più brutta campagna elettorale deve registrare accostamenti surreali. Si legge che in un’Italia dominata dai principi di questa riforma costituzionale non sarebbero state possibili le indagini sulle stragi. Si legge che secondo il parere di un parente di una delle vittime della strage di Bologna, la suddetta strage sarebbe rimasta senza colpevoli nell’Italia del Sì perché la magistratura non avrebbe potuto indagare (?). Si legge che Giuliano Vassalli, artefice insieme a Giandomenico Pisapia (padre di Giuliano, di sinistra, garantista che vota Sì) del nuovo codice di procedura penale che introduce il rito accusatorio, la formazione della prova in aula e non nelle segrete stanze dei pm, sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere che del sistema accusatorio è logica conseguenza. Falso. Patacca. Bufala. L’ossessione della bufala è uno dei tratti distintivi della campagna per il No.

   

Poi c’è la clamorosa sceneggiata sul sorteggio. Persone posate e competenti che sul sorteggio perdono la testa, tirano fuori castronerie insensate, sciocchezze sconsiderate. Il Nobel della Fisica Parisi, scienziato ammirevole di cui l’Italia dovrebbe andar fiera, conferma la nota tesi secondo la quale anche il più geniale dei più geniali, appena esce dal suo campo di cui è re indiscusso si trasforma inesorabilmente nell’avventore un po’ alticcio di un bar ad alto tasso alcolico. E infatti il professor Parisi sostiene di votare No perché se vincesse il sorteggio del Sì, allora anche i premi Nobel dovrebbero essere estratti per sorteggio. Testuale. Subito dopo era arrivato Romano Prodi, di cui tutto riconoscono la competenza, per sostenere che con questa storia del sorteggio allora bisognerebbe estrarre a sorte anche i vincitori delle medaglie olimpiche: forse anche per questo l’inner circle dei prodiani è scappato dall’altra parte. Poi c’è Gianrico Carofiglio che domanda pensoso e malizioso: vi fareste operare da un chirurgo estratto a sorte? A parte che effettivamente i chirurghi di domani saranno usciti da Università i cui docenti saranno stati giudicati da una Commissione composta da membri estratti a sorte, è difficile dire che un magistrato che ha i requisiti sia un passante chiamato a dirigere il Csm. Senza considerare che in sala operatoria vige una rigorosa separazione delle carriere del chirurgo e dell’anestesista. Poi, frammenti veri di delirio paranoico. C’è chi ha scritto che con la vittoria del Sì si addenserebbero gravi pericoli per la natura e per gli animali. Un altro ha affermato che con la vittoria del Sì la condizione di vita dei gay ne risulterebbe gravemente compromessa. Infine, lo spettacolo degli attori giuristi improvvisati che hanno firmato un documento per dire che? Che la democrazia è in pericolo. Apperò.

   

Questo è quanto ho censito, puntualmente ma con una certa sofferenza, come antologia di esempi della più brutta campagna elettorale del mondo. Altro che lotta nel fango, altro che wrestling, colpi sotto la cintura, agguati. Un festival delle bugie e delle manipolazioni. Ora è finita. Si apron le urne, si scoprono i voti. I conti si faranno dopo.

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