Ansa
Il colloquio
Stefani (Lega): “Bossi ci ha insegnato a essere di lotta e di governo. Biennale? Giusto partecipino tutti”
"Non siamo mai stati così vicini all’autonomia differenziata. Quella di Bossi era la sfida del territorio contro un sistema centralistico che fa tuttora parte del sentiment leghista" dice il governatore del Veneto. "La Biennale di Venezia? L’arte deve rimanere un luogo libero di dialogo e confronto fra nazioni”
Venezia. Si pesca fra le memorie di una vita. Alberto Stefani classe 1992. Umberto Bossi, all’epoca, appena eletto deputato. “Il primo ricordo che ho di lui? Uno dei comizi organizzati vicino a casa mia, nell’Alta padovana: ero ancora un bambino, insieme ai miei genitori. Sarà stato il ‘98”, dice al Foglio il governatore del Veneto. Poi? “Saltiamo in avanti di un decennio. Allora militavo già nel gruppo studentesco del partito e presi parte alla grande manifestazione che la Lega organizzava a Venezia ogni settembre. Lì lo incontrai per la prima volta. E Bossi scambiò qualche battuta con noi: ‘Mi raccomando, abbiamo bisogno della vostra energia’. Ha sempre creduto nei giovani. Fino alla fine”. L’aneddoto più recente è quasi un piccolo passaggio di consegne. Una carezza. “L’ultima volta che l’ho sentito era stato lo scorso Natale: mi ha fatto gli auguri e regalato un quadro sulla natalità di un pittore bergamasco – sapeva che nel tempo libero dipingo. Lo conservo con cura, oggi ancora di più”.
Secondo Stefani non ci sono frizioni tra il Carroccio del passato e quello del presente, tra nostalgia e realtà: tutto è in continuità con il grande sogno del fondatore. “Magari con linguaggi e sfumature diverse, ma la sostanza resta”, spiega il presidente veneto. “Oltre al personaggio, ho conosciuto la persona quando sono diventato sindaco e parlamentare. Bossi era un visionario. E un gran democratico, citando Mattarella. Ha saputo anticipare sfide di estrema attualità: la vocazione autonomista dei territori, il federalismo fiscale, l’Europa dei popoli – vicina ai cittadini e non chiusa nei palazzi. Inoltre ha costruito un partito quasi da zero, ponendo solide basi per il suo ruolo da protagonista politico nei decenni a venire. Se nella Lega odierna continua a susseguirsi un vivaio dinamico di giovani, permettendole di trovare gli uomini giusti e nuovi anche nelle fasi di difficoltà, è grazie alle intuizioni di Bossi. Che con grande capacità di lettura della società intese il partito come una comunità. Oggi come trent’anni fa”.
Sono in molti invece – anche leghisti o ex – a sostenere che con la sua morte tramonta anche la Padania. Quell’antico ideale. “Si adeguano le parole, i metodi comunicativi, è la società stessa che cambia. Bisogna farsene interpreti”, risponde Stefani. “La Lega di lotta e di governo rappresenta ancora il nostro modello. Una duplice valenza fondamentale: non siamo mai stati così vicini all’autonomia differenziata, grazie alla legge quadro del ministro Calderoli. Quella di Bossi era la sfida del territorio contro un sistema centralistico che fa tuttora parte del sentiment leghista. Ma questo non ha mai significato rinchiudersi entro determinati confini”. Eppure il senatùr, sempre da Venezia, una volta arrivò a proclamare l’indipendenza di quei confini. “Formule diverse dietro lo stesso messaggio. Tant’è che la Lega toscana, quella sarda e quella pugliese esistevano già prima della svolta nazionale: la devolution ha sempre previsto l’autonomia anche di quei territori. Il Carroccio si è formato su questo. E Bossi ha accolto con favore le nuove generazioni del movimento, la spinta verso il futuro”. Anche l’apertura all’estrema destra? “La Lega rimane antifascista e per i territori. E continuerà a rimanere tale. Non serve ribadirlo. Chi è in questo partito da sempre lo sa”. E dell’eredità bossiana per il Veneto cosa rimane? “Le riforme in senso autonomista e federalista, l’enorme serbatoio di voti riscontrato anche alle scorse regionali. Se questo partito continua a interpretare nel profondo la sua terra, con una classe dirigente cresciuta dal basso, è grazie alle strutture, alle battaglie, alle visioni maturate da Umberto Bossi. Mantenendo anche la propria autonomia di pensiero”. Anche all’interno del governo, della coalizione di centrodestra – va detto, nel bene e nel male.
Giovedì Stefani era alla Biennale di Venezia, per l’inaugurazione del padiglione centrale e dopo il principio d’incendio di quello serbo. Con tutte le polemiche annesse per la presenza della Russia. “L’arte non deve dare risposte, ma suscitare delle domande”, Stefani riafferma la posizione della Lega. “Più c’è libertà e partecipazione, più chi fruisce di queste sale può farsi degli interrogativi. Anche vedendo delle cose sbagliate, opere che non esprimono una democrazia: fanno comunque parte di un contesto globale. L’arte deve rimanere un luogo libero di dialogo e confronto fra nazioni”. Anche se l’arte in mostra non è libera? “Ma così la Biennale era nata nel 1895, per poi svilupparsi negli anni Trenta. Sopravvivendo a dittature, guerre. All’interno di questo evento hanno sempre esposto regimi di ogni tipo: prima di oggi nessuno aveva espresso perplessità. Ribadisco la necessità di questo spazio critico, da tutelare in ogni sua forma. La partecipazione di tutti, nel modo più ampio possibile, è positiva”. È la lezione di Bossi, ma non solo.