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l'editoriale dell'elefantino

Rozzo dal cuore grande, a Bossi non gliela si faceva. E lui sì che riuscì a smacchiare e cavalcare il giaguaro

Giuliano Ferrara

Nei vertici politici era simpaticamente alieno, badava al sodo. Visitato dall’amicizia, dalla tenacia e dalla malattia, infine, ha avuto una vecchiaia ingrata. Ricordi di una sera a via dell’Anima

Ora Umberto Bossi, anti italiano e arci italiano allo stesso titolo, è nel ricordo statista e sincero democratico, il che paradossalmente ha un fondo di verità. Sopra tutto era un tipaccio non privo di malinconica rozzezza, un intrattabile dal cuore grande, uno al quale non gliela si faceva. Dopo la vittoria elettorale, ero nel pratino della campagna e ricevo una telefonata di Berlusconi che mi chiede di fare il suo ministro. Ero il suo scrivano di riferimento (l’Italia è il paese che amo eccetera). Gli dissi che andava bene e lui, per non perdere tempo, aggiunse. Caro Giuliano, mi scriva una lettera ai deputati e senatori leghisti, faccia capire loro che sono eletti grazie anche e sopra tutto ai voti di Forza Italia, i miei. E che dunque sarei contento, mi consentano, se considerassero che sono il loro capo. Da sconsigliori inveterato, osservai al Cav. che la faccenda non era protocollare e avrebbe provocato subito un disastro. I voti erano di coalizione, ma la lista era della Lega, e il patriottismo di partito avrebbe indotto deputati e senatori a votargli la sfiducia al primo giro, su ordine del Senatur.

La cosa fu per fortuna archiviata. Ma una sera di forte agitazione nella maggioranza, con Bossi che tuonava e smaniava, andai a via dell’Anima, allora centro dell’eversione criminale che aveva preso possesso del paese, in realtà un bellissimo appartamento con scala borrominiana e con Marinella e il cuoco Michele a farla da padroni e da guardoni televisivi per conto di tutti noi, dalla cucina contigua alla sala da pranzo e da riunioni, dove eravamo gomito a gomito con Sant’Agnese in Agone, la santa patrona delle vergini e dei calvi, formidabile presagio per gli anni a venire. Amabilmente rimproverai il Cav. per le sue trame con quelli della Liga veneta di Franco Rocchetta, rivali del Bossi lombardo, e gli dissi che a forza di provocarlo sarebbe finita che ci ributtavano all’opposizione. Il Cav., tra i più forti e scettici incantatori della verità, mi rispose di non preoccuparmi, ché lui il capo della Liga non sapeva nemmeno chi fosse. Alla fine dello scalone per asinelli del Borromini, presi un taxi e il conducente mi disse: “Che stava dar Berlusca, dotto’?”. “Sì”. “Ah, ieri sera c’ho portato l’onorevole Rocchetta” (il tassista romano è grandiosamente indiscreto).

Poi diventarono amiconi, e insieme fecero cose piuttosto buone, ma altro che pensioni, altro che decreto Biondi, altro che nord esplosivo, il ribaltone non ci sarebbe mai stato se Berlusconi non avesse avuto, da uomo privato al vertice dello stato, la fissa di considerarsi non tanto il capo di una maggioranza politica quanto l’azionista di riferimento titolare delle quote e degli uomini e donne degli altri. Più o meno lo stesso accadde, con qualche complicazione finanziaria e tremontiana, anche con il secondo ribaltone del povero Fini. A Bossi non gliela si faceva, a Fini gliela fece alla grande. Acqua passata, malandrinate repubblicane d’antan. Nei vertici politici Bossi era simpaticamente alieno, badava al sodo. L’espressione da lui usata che più mi colpì fu questa: “Se continua così, andiamo tutti a scopare il mare”. Visitato dall’amicizia, dalla tenacia e dalla malattia, infine, ha avuto una vecchiaia ingrata, con la consolazione della stima di Bersani. Lui, Bossi, che davvero per una volta aveva smacchiato il giaguaro per poi cavalcarlo in travolgente fraternità.

 

 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.