1939-2026

Più realismo che cinismo: Paolo Cirino Pomicino un politico quasi profetico

Sergio Soave

Non si aspettava lodi o comprensione, gli bastava primeggiare nella lotta per il potere, che considerava, non a torto, il nucleo fondamentale della battaglia politica. Ha sempre rivendicato il ruolo del cattolicesimo anche nelle formazioni politiche della seconda repubblica

Paolo Cirino Pomicino, esponente della Democrazia cristiana, a lungo parlamentare italiano ed europeo e più volte ministro è mancato oggi. La sua figura è controversa, i detrattori sottolineano le vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto, i sostenitori apprezzano la sua visione politica lucida e disincantata, venata di un senso dell’umorismo e anche di autoironia, come si può vedere leggendo uno dei suoi libri, “La repubblica delle giovani marmotte” in cui dà una visione tutt’altro che retorica dell’esperienza di “un democristiano di lungo corso”. Legato a Giulio Andreotti, nei cui ultimi due governi fu ministro del bilancio e della programmazione, ruolo chiave per definire l’orientamento della politica economica nella fase terminale della prima Repubblica, dal 1989 al fatidico 1992. Successivamente, negli anni 2000, ha assunto diverse posizioni politiche, sostenendo l’Udeur di Clemente Mastella (partito dal quale fu espulso perché si rifiutò di sostenere la candidatura di Antonio Bassolino a governatore della Campania) , poi è stato nella Dc di Gianfranco Rotondi, per poi annunciare, nel 2019 il sostegno al Partito democratico.


Il suo modo di esprimersi senza troppi pudori è stata la sua caratteristica più netta e anche più criticata. Non rifiutò di esprimersi neppure sugli argomenti più spinosi, a cominciare dalla creazione per la quale è stato più volte inquisito. “La corruzione, ha scritto, è sempre stata compagna di strada dell’uomo. D’altronde la stessa cultura cattolica ci insegna che senza soldi non si cantano messe”. La ragione di questa sincerità imbarazzante la spiega lui stesso: “la migliore furbizia è dire la verità, tanto nessuno ci crede”.


In realtà, nonostante le giravolte politiche che hanno caratterizzato i suoi ultimi anni, Cirino Pomicino è stato sostanzialmente coerente a quel realismo, magari venato di cinismo, che era tipico della corrente andreottiana, un realismo che lo portava a esaminare i problemi spezzettandoli nelle loro componenti per trovare una chiave che permettesse di affrontarli (o di rinviarli) in base alla situazione politica del momento. Spetterà agli storici spiegare quale ruolo questo atteggiamento ha svolto nell’evoluzione politica italiana, quello che fin d’ora si può dire è che è stato un utile ammortizzatore delle tensioni e un modo per “tirare avanti” anche quando le prospettive diventavano incerte e confuse. Si tratta di una visione anti ideologica che, ora che le grandi ideologie sono tramontate, può apparire addirittura profetica, ma che allora (e in molti casi anche ora) era considerata volgarmente pragmatica. D’altra parte Cirino Pomicino  non si aspettava lodi o comprensione, gli bastava primeggiare nella lotta per il potere, che considerava, non a torto, il nucleo fondamentale della battaglia politica.


Le lodi, peraltro, sapeva che sarebbero venute solo dopo la morte, e lo ha scritto chiaramente: “la verità è che i democristiani quando sono morti tutti li applaudono e qualcuno li voleva persino santificare e quando sono vivi ognuno vuole prenderne la maggior parte per sé. Berlusconi ha scelto tempo fa Scajola per riorganizzarsi politicamente, ora ha scelto Angelino Alfano. E anche il Pd nel momento in cui si è costituito ha eletto come presidente Rosy Bindi. Questo testimonia che il cattolicesimo politico è una fucina di classe dirigente”. Ora che è morto lui, naturalmente si merita che se ne parli bene, e in effetti la sua costante rivendicazione del ruolo del cattolicesimo politico come elemento essenziale, fermento e lievito anche delle formazioni politiche successive al crollo ella prima repubblica, merita un apprezzamento sincero. Espressione di una fase politica ormai lontana, Cirino Pomicino ha insistito, contro l’opinione prevalente, a rivendicarne la funzione esercitata e le qualità che restano fondamentali, non per le radici ideologiche da cui era dominata, ma per la concreta capacità di trovare soluzioni e costruire consenso. In questo ha avuto ragione e il suo lascito culturale, espresso in forme leggere e spesso sarcastiche, merita di essere raccolto.

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