Ansa

Il lascito del Senatur

La vera eredità politica di Bossi è fatta di domande rimaste inevase, come la forma Stato

Maurizio Crippa

Nel 2008, la Lega calò a Roma con un pacchetto di riforme da realizzare: federalismo fiscale, macroregioni, immigrazione, ministeri da spostare al Nord, riforma del Senato come camera delle regioni. Ma presto la crisi mondiale e il nuovo colbertismo europeo si incaricheranno di archiviare la “questione del nord”

Alla fine Umberto Bossi quale eredità politica ha lasciato? E se anche fossero debiti, di quale moneta? E chi si incaricherà di saldarli? Scontato dire che il suo sogno nordista non si è realizzato. Banale, quando non sia solo un espediente polemico strumentale, sottolineare che la Lega di Bossi non è quella di Matteo Salvini. Con tutte la critiche che si possono muovere all’ideologia salviniana, va riconosciuto che, nella Lega, Salvini è stato l’unico a riprendere e incarnare l’antropologia del Capo, la postura rozza ma dritta al sodo della politica che era il marchio del Senatur. Non di questa eredità di tratta. Ma di alcune domande che la parabola di Bossi, iniziata quando ancora la Prima Repubblica sembrava eterna, ha posto a tutti, non solo alla sua “Padania”. Una questione di rappresentanza, per quanto rozzamente a suon di “Roma Ladrona” o “Nord nazione”, e una questione di forma dello stato che nessuno aveva mai posto.

 

E che nessuno aveva mai provato a risolvere, neppure con la riforma del regionalismo del 1970, a parte le visionarietà politologiche di Gianfranco Miglio e dei suoi epigoni. Nessuno può dire, dopo la sgangherata riforma del Titolo V, riforma costituzionale fatta più che altro per tagliare l’erba sotto i piedi a quelli di Pontida, con una riforma delle aree locali mai compiuta, con i livelli di autonomia regionale e fiscale sbilanciati da qualsiasi lato d’Italia li si guardi, che i temi sollevati dalle camicie verdi (poi “barbari sognanti”) della Lega abbiano trovato soluzione, o coraggio di affrontarli, o possano essere archiviati per sempre e senza che producano nel tempo nuovi danni.

 

L’eredità di Bossi sta nelle sue domande e in una serie di fallimenti. C’è un’immagine che sintetizza questa realtà politica, le elezioni del 2008. Quando la Lega superò l’8 per cento (il 20 in Lombardia) e calò a Roma con un pacchetto di riforme da realizzare in quattro e quattr’otto: federalismo fiscale, macroregioni, immigrazione, ministeri da spostare al Nord, riforma del Senato come camera delle regioni. Non si accorsero, i leghisti, che nonostante la loro forza, quattro ministri più Bossi già malato senza portafogli, ce n’erano più del doppio dalla Sicilia e dal centrosud. Non è questione banale di campanili, ma un fatto noto fin dai Vicerè di De Roberto, che l’Italia si governa a partire dal sud, dal centro: questione di pesi, demografie e bilanciamenti. Calare dal nord con un faldone di riforme sotto braccio sperando di sbaragliare la storia col vento del nord e qualche sorriso del Cav. (che presto si dedicherà ahinoi ad altro) era velleitario. La storia delle riforme bossiane finì lì, presto la crisi mondiale e il nuovo colbertismo europeo si incaricheranno di archiviare la “questione del nord”. Che però resta lì, come un debito o una cambiale prima o poi in scadenza.
L’altro aspetto non facilmente liquidabile è l’eredità che il Senatur lascia nel suo partito. Che dovrebbe essere un caso di studio, al di là dell’aneddotica e delle critiche polemiche, se non altro per quel mix di partito antisistema e di governo che la Lega è riuscita a essere per lunghi anni. Partito che ha cambiato anche nome e simbolo, restando però lo stesso partito diversamente da quanto accaduto alle numerose rifondazioni dell’ex Pci.

 

Che la parabola della Lega per Salvini sia in fase calante è noto. Che fino alle elezioni politiche non vi siano rese dei conti tra anime differenti, è ovvio: il partito resta novecentesco e trotzkista, no aggregazioni liquide. Ma ciò che Umberto Bossi e tre decenni di governi nazionali e di amministrazioni locali hanno lasciato è una classe dirigente solida, radicata ed esperta, molto diversa dalle pose descamisade del Segretario e persino rispetto alle antiche canotte popolane del Senatur. Una Lega che ha portato a casa, a fatica e un pezzetto alla volta, l’Autonomia differenziata: l’eredità di Umberto Bossi non è esattamente pari a zero. Dopo i funerali di Pontida la Lega sarà soprattutto questo, con la sua vocazione pragmatica di sindacato del territorio, di partito con una sua bussola federalista ancora funzionante. Un capitale da spendere anche quando volesse abbandonare la strada nazional-sovranista, mai stata di Bossi, quella sì.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"