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dopo il senatur
La questione settentrionale non muore con Bossi, ma va ripensata
Oggi l’idea di una rappresentanza politica diretta del settentrione è stata abbandonata, ma non ci si deve rassegnare. Si tratta di ritessere la tela, di sostituire alle parole d’ordine del nordismo degli anni 90 centrate sulla secessione e il federalismo fiscale altre idee-forza
La domanda (cruda) può essere formulata così: con la scomparsa di Umberto Bossi va simbolicamente in archivio anche la questione settentrionale? La risposta più immediata porta inevitabilmente al sì per tutta una serie di concause che vale la pena analizzare. La prima e sicuramente più facile riporta alle vicende interne di quello che è stato il partito del nord: voluto da Bossi, rimasto fedele all’imprinting del capo sotto la leadership di Bobo Maroni e poi brutalmente stravolto dalla gestione di Matteo Salvini. Il segretario in carica ha infatti abbracciato l’idea di costruire una forza politica nazionale, che pur di sostenere la sua candidatura alla premiership arruolasse in giro per l’Italia tutto ciò che si poteva. Fino poi a battersi per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, un progetto che solo a nominarlo fa venire l’orticaria al tradizionale elettorato leghista delle valli del nord. Anche nel Pd in virtù dei ripetuti successi ottenuti alle amministrative delle grandi e medie città del settentrione si era fatta largo in passato la pazza idea di rappresentare l’intero nord, coltivata da esponenti dem più vicini all’industria e legata alla possibilità di delineare una sorta di “via alta dello sviluppo”. Ma per farla breve e sommando due esperienze molto diverse tra loro – per peso e continuità – si può dire che oggi l’idea di una rappresentanza politica diretta del settentrione è stata abbandonata. Non è considerata una carta vincente forse a causa di quella sciagurata formula “del sindacato di territorio” che si è rivelata miope e decisamente minoritaria.
In secondo luogo, a far pendere molti dalla parte dell’archiviazione della questione settentrionale è il peso crescente che le guerre e la geopolitica stanno assumendo nel delineare i destini del pianeta. La sensazione che tutto si decida al piano superiore porta a considerare secondarie le geografie dello sviluppo interno. I protagonisti della storia sono le grandi potenze del nuovo secolo e se persino l’Europa appare un fuscello figuriamoci le aree forti dei singoli paesi membri. E’ la politica di potenza a prevaricare sull’economia, è la massa critica ad apparire indispensabile al posto delle specializzazioni territoriali. In questa cornice anche la vexata quaestio dell’autonomia differenziata, in teoria un successo legislativo del leghismo, assume oggi una connotazione differente. E’ stata derubricata a contrattazione di singole competenze legislative e nel dibattito nazionale vive solo in virtù della testarda iniziativa di Luca Zaia, almeno fin quando è stato governatore del Veneto.
Terza nell’ordine delle considerazioni pro-archiviazione c’è la crescente difficoltà nel far dialogare tra loro le diverse regioni del nord perché le differenze sembrano prevalere sulle costanti. Di recente a Desenzano si sono incontrati gli assessori alle attività produttive del Veneto e della Lombardia, Massimo Bitonci e Guido Guidesi, con il proposito di coordinare le rispettive policy ed è stato salutato come un fatto straordinario. Eppure non è da un giorno che i partiti del centrodestra guidano politicamente tutte le regioni settentrionali e avrebbero quindi potuto/dovuto tentare quantomeno di armonizzarne le scelte. E di costruire per questa via un vero contrappeso alle decisioni del governo di Roma. Le differenze pesano poi nel confronto tra Milano e i territori del nord che non sono certamente più quelle degli anni 90. La città di Ambrogio con tutte le contraddizioni di questo mondo segue il suo percorso di città globale e nel suo incedere prescinde quasi completamente dal raccordo con i distretti industriali della regione A4 e più in generale di quello che potremmo definire il contado. Le classi dirigenti milanesi non sono state finora in grado di creare nemmeno la Città Metropolitana, figuriamoci di trovare la forza per pensare il nord come un unicum.
Ci dobbiamo, dunque, rassegnare e chiuderla lì salutando con il dovuto rispetto il Senatur? Credo proprio di no. E per il semplice motivo che dalla questione settentrionale passa il riconoscimento del posto dell’Italia nel mondo. Nessuno snobba la Grande Bellezza ma non possiamo certo pensare di costruire il futuro di un paese avanzato grazie alle entrate del turismo. Si tratta quindi di ritessere la tela, di sostituire alle parole d’ordine del nordismo degli anni 90 centrate sulla secessione e il federalismo fiscale altre idee-forza. Attrarre multinazionali che ci aiutino a creare eco-sistemi dell’innovazione. Far nascere nuove imprese che partano dalla più stretta collaborazione tra imprese e università. Seguire con una logica di sistema le nostre multinazionali tascabili per evitare che di fronte al cambio generazionale cedano alla tentazione di vendere. Creare le condizioni per aumentare l’esiguo numero dei nostri unicorni. E’ evidente che il nord è l’ambiente giusto, direi ottimale, per formulare questi propositi e coltivare progetti simili. Ma ciò presuppone sicuramente una diversa postura di Milano e delle sue élite: in fondo le Olimpiadi invernali diffuse sono state un buon esempio della collaborazione città-contado. E guardando alle esperienze che si vanno facendo nei territori del nuovo triangolo industriale Varese-Bologna-Treviso molte sono le eccellenze da sostenere, i doppioni da evitare, le energie da motivare, le riserve da cui pescare. Milano non può guardare solo il suo ombelico.