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L'intervento

Renzi ci scrive e prova a farci capire come voterà al referendum

Matteo Renzi

"La separazione delle carriere è un principio che condividiamo da sempre. Comunque vada da lunedì dovremo mettere mano alle vere riforme della giustizia". L’ex premier ci risponde e spiega le ragioni per votare Sì e per votare No

Il Foglio mi chiede di “dire qualcosa” sulla riforma costituzionale proposta dal governo al Parlamento e sottoposta in questo weekend alla valutazione dei cittadini. Ho detto “qualcosa” intervenendo più volte in Aula quando in pochi seguivano questo dibattito. Mi sono appellato con il cuore in mano a Carlo Nordio perché il governo permettesse al Parlamento di modificare i punti più delicati del testo mentre invece la maggioranza ha impedito persino ai propri rappresentanti di presentare emendamenti, trattando i rappresentanti del popolo come i conduttori trattano il pubblico in studio: non possono dire niente, solo applaudire. Per due volte ho annunciato il voto di astensione del mio gruppo partendo da questo dato politico: siamo a favore della separazione delle carriere ma non siamo a favore di questo testo. Io sono da sempre a favore della separazione delle carriere, oggi più che mai.

                                            

Penso tuttavia che questo testo abbia alcuni limiti che avremmo potuto correggere: paradossalmente temo l’effetto opposto a quello auspicato se il raddoppio dei Csm provocherà un ruolo ancora più duro da parte di taluni pm. E tuttavia non è un testo che attenta alla democrazia o alla libertà come vuol far credere una parte del fronte del No. Non è un attentato alla libertà. Al massimo un’occasione persa e una riforma mediocre.

Dunque non è generoso dire: “Renzi sta zitto”. Io ho parlato più volte nella sede propria, quella del Senato. Una sede nella quale non abbiamo udito – su questo – la voce di Giorgia Meloni.

Il nodo politico, cari amici del Foglio, è che chi è nato giustizialista può pure sforzarsi di sembrare garantista ma non ce la fa. E la cultura di Fratelli d’Italia ha ben poco di garantista e liberale. Negli anni di Tangentopoli, la destra tifava Davigo e la Lega agitava il cappio. Negli anni del mio governo gli attuali presunti garantisti facevano le iniziative contro la mia famiglia. Posso prendere lezioni di tutto da tutti. Ma non di garantismo da Meloni o da Salvini. Di Tajani, per carità di patria, non parlo. Uno che dice: sono una persona per bene, non ho mai preso un avviso di garanzia tradisce con una frase trent’anni di lotta berlusconiana. C’è solo da capire se lo fa apposta o proprio non ci arriva.

Uno come me, che ha subito sulla propria pelle gli effetti di indagini ad personam o più correttamente ad familiam, sa che cosa significa essere indagati ingiustamente. E sa che è una persona perbene anche chi prende degli avvisi di garanzia. Perché con buona pace di Tajani o di quell’incredibile pm che si chiama Woodcock – e che inspiegabilmente si permette persino di andare in tv a pontificare dopo tutti gli errori che ha fatto – il processo non serve a dimostrare l’innocenza dell’imputato. L’imputato è innocente finché non viene condannato in via definitiva: questa parte della Costituzione non vuole cambiarla nessuno. Forse perché Tajani e Woodcock dimostrano, da fronti opposti, di non aver letto o capito l’articolo 27 secondo comma della suprema Carta.

Vengo al referendum. E’ evidente che in Parlamento ti puoi astenere, al seggio no. E io invito tutti ad andare a votare.

Abbiamo lasciato libertà di voto perché questo referendum tocca in modo ambiguo un punto comunque marginale della giustizia. E da lunedì prossimo, comunque vada, i problemi dei cittadini quando entrano in un tribunale rimarranno tutti lì, nessuno escluso. I tempi del procedimento, le garanzie per l’imputato, i diritti nel processo tributario, i tempi nel processo civile e tutto ciò che ben conosciamo da anni a cominciare da una vera responsabilità civile e contabile di chi in tribunale sbaglia per dolo. Nessuno dei problemi strutturali sarà risolto da questa riforma.

Allora come votiamo? Liberi.

Chi pensa che sia importante dare un segnale contro gli errori della magistratura voti tranquillamente Sì.

Chi pensa che sia importante dare un segnale contro la propaganda del governo voti tranquillamente No.

Fosse una riforma storica metterei la faccia e tutto il resto. Ma non lo è.

E non mi si dica che questo referendum costituzionale è come quello del 2016. Allora c’era un disegno politico riformista, serio. Qui c’è una riformicchia che lascia il tempo che trova. Non trovo nessuno che voti Sì per la famiglia nel bosco o per Garlasco: chi vota Sì vuole dare un segnale dopo decenni di confusione e sconfinamenti di campo della magistratura. Non trovo nessuno che voti no perché pensa che se vince il Sì arriva la dittatura: chi vota No vuole dare un segnale a Giorgia Meloni.

Comunque vada da lunedì dovremo mettere mano alle vere riforme della giustizia: la certezza che chi sbaglia paga, la certezza dei tempi nel processo, la certezza dei diritti durante il processo e la certezza della pena dopo la condanna. E alla vera separazione delle carriere che serve: separare le carriere dei magistrati dalle carriere dell’esecutivo. Mai più capi di gabinetto magistrati, insomma: perché Giusy Bartolozzi può fare il bello e il cattivo tempo nell’esecutivo pur essendo una rappresentante del potere giudiziario?

La separazione delle carriere è un principio che condividiamo da sempre. Come lo hanno scritto i tre magistrati del governo Meloni (Nordio, Mantovano, Bartolozzi) invece è poco condivisibile. Ma non è la fine del mondo. Per questo lasciamo libertà di voto. Sono convinto che l’affluenza sarà superiore alle aspettative e penso che questo sarà un bene per tutti. E da lunedì finalmente potremo incalzare Meloni sui veri temi su cui lei rischierà di perdere le politiche: il costo della vita, i giovani che fuggono, la sanità che ha liste d’attesa indecenti, la sicurezza che è sempre più un’emergenza sottostimata.

 

Matteo Renzi, leader di Italia viva