Foto ANSA
L'intervento
La politica degli annunci ha sequestrato la parola “sicurezza”. Ci scrive Ruffini
Ordine pubblico e immigrazione sono il paradosso del governo Meloni: da punto di forza a fonte di imbarazzo. Da dove ripartire
Chi ha vinto grazie alla sicurezza rischia di perdere per la sicurezza. E’ il paradosso in cui si trova il governo Meloni, alle prese con il primo netto calo nei sondaggi dopo tre anni di consensi stabili e con un vantaggio sul referendum che si è progressivamente dissolto fino a un sostanziale testa a testa.
Il paradosso non è casuale. E’ il prodotto di una contraddizione che si è andata accumulando nel tempo: uno schieramento politico che governa il paese ma continua a comunicare come se fosse all’opposizione, alimentando allarme sociale su un tema – l’ordine pubblico – di cui porta la responsabilità diretta. Il meccanismo è rodato: amplificazione di singoli episodi di cronaca, costruzione di un avversario simbolico, annuncio di misure punitive presentate come risolutive. Può funzionare quando si è all’opposizione. Quando si governa espone a un rischio molto più insidioso: quello del confronto con la realtà. E la realtà, nelle ultime settimane, ha risposto in modo impietoso. Al di là dell’episodio di Rogoredo, è la politica di chi ci governa ad aver mostrato la sua inadeguatezza.
Sarebbe tuttavia un errore leggere questa inadeguatezza come una questione esclusivamente di comunicazione, trascurando il dato di fondo: la percezione diffusa di insicurezza non nasce dal nulla, risponde a disagi autentici, che non possono essere liquidati come invenzione o strumentalizzazione. Sono soprattutto le persone più indifese e vulnerabili – anziani, residenti delle periferie, piccoli commercianti, chi vive in contesti di degrado strutturale – a subire in misura maggiore l’assenza di una presenza capillare dello stato, soprattutto nelle città medio-grandi, e di politiche pubbliche di prevenzione. Questo dato è reale, e chi governa ha il dovere di prenderlo sul serio.
Il problema non è il tema: è la ricetta. Il pacchetto sicurezza varato dopo i fatti di Torino ha prodotto molto rumore per nulla. La reintroduzione del tema del blocco navale è un disegno di legge dai tempi di approvazione tutt’altro che brevi. Il trasferimento di un numero simbolico di migranti nel centro in Albania, peraltro provenienti dai Cpr italiani, ha avuto effetti pratici sui rimpatri pari a zero. Misure concepite solo per l’effetto annuncio si sono rivelate per quello che erano, mentre il tema immigrazione andrebbe governato con risposte politiche, non emergenziali.
La paura dello sconosciuto va compresa, interpretata, non semplicemente liquidata come sintomo di ignoranza o razzismo. Ma governare l’immigrazione significa anche gestire il fenomeno come una risorsa sempre più essenziale alla sostenibilità del nostro welfare.
La narrazione dell’assedio può generare consenso nel breve periodo, ma quando i fatti la smentiscono il costo politico è doppio: si perde credibilità sul tema che si era scelto come terreno identitario.
Non bisogna comunque dimenticare che parlare di sicurezza oggi significa parlare innanzitutto della libertà concreta di vivere senza paura. A pagarne il prezzo sono soprattutto i soggetti più fragili: anziani, giovani, famiglie e, in modo drammatico, le donne vittime di violenze.
La sinistra non può semplificare il fenomeno relegandolo esclusivamente alla marginalità: esistono una responsabilità individuale e una necessità di intervento immediato, accanto a politiche di prevenzione. Senza sicurezza, anche le migliori politiche sociali rischiano di perdere efficacia.
Il centrosinistra ha affrontato il tema sicurezza spesso solo in chiave sociale (integrazione, disagio, povertà), senza affronterà il tema della repressione per non apparire troppo muscolare o securitari consegnando spazi politici a una destra manettara.
Per questo motivo un tema molto scomodo per qualunque governo passato e presente resta la cronica carenza di organico nelle Forze dell’ordine. Mancano circa 10 mila carabinieri e 13 mila poliziotti. E’ un dato che non può essere ignorato: senza risorse umane adeguate, ogni decisione sulla sicurezza diventa solo narrazione.
Sia chiaro: la sicurezza dei cittadini non si costruisce con i decreti annunciati in conferenza stampa né soffiando sulla paura dell’assedio, ma con la presenza quotidiana delle forze dell’ordine nei quartieri, con politiche sociali che intervengano sulle cause del degrado, con una giustizia che funzioni, con il coordinamento paziente tra istituzioni. E’ un lavoro meno visibile, meno adatto ai titoli dei telegiornali, ma è l’unico che produce risultati nel tempo.
Difendere i cittadini onesti, le città e soprattutto i quartieri più esposti è un compito progressista quanto la tutela delle libertà individuali.
La sicurezza non è un tema “di destra” o “di sinistra”: è la condizione minima perché ogni altro diritto possa essere esercitato.
Chi governa ha il dovere di rispondere in modo strutturale alle paure dei cittadini con concretezza e continuità, non con l’emergenza permanente. E’ il rischio che oggi corre il centrodestra avendo vinto sulla sicurezza, potrebbe perdere, causa inadeguatezza, sul suo stesso terreno.
Abbiamo lasciato che la sicurezza diventasse una parola “sequestrata” dalla paura, sbandierata come uno slogan, ridotta a promessa muscolare o evocata come argine contro un nemico, reale o immaginato.
La sicurezza, invece, è uno dei tanti modi per realizzare l’uguaglianza, perché una società insicura è una società diseguale. Perché l’insicurezza non colpisce tutti allo stesso modo. Non pesa con la stessa forza su chi vive in un quartiere ben servito e su chi abita in una periferia abbandonata e ai margini del racconto della nostra società. Non incide allo stesso modo su chi ha reti sociali solide e su chi è solo.
La sicurezza è anche un diritto da garantire attraverso le istituzioni.
Perché senza sicurezza non c’è libertà effettiva. E senza libertà effettiva l’uguaglianza resta una formula astratta.
Ma la sicurezza non può essere garantita solo con la repressione. La sicurezza è anche l’illuminazione delle strade, presenza di presìdi culturali, scuole aperte, servizi sociali, opportunità di lavoro. E’ prevenzione. E’ formazione e istruzione. E’ cura dei territori. E’ ascolto delle comunità.
La vera sicurezza non è un tema “di destra” o “di sinistra”, ma deve tornare a essere il bene comune di tutti. Perché è anche così che si declina l’uguaglianza.
Divergenze in famiglia