Il racconto
La Biennale di Fazzolari: inchiostro, lettere, la sfida con Buttafuoco. È Venezia ma sembra la Mosca di Gogol
Dossier, richieste di dimisisioni, il ministro Giuli che deve prendere le distanze, la resa dei conti rimandata al dopo referendum. Il caso Biennale è uno scontro fra Buttafuoco e Fazzolari ma la prova della difficoltà a destra di governare la cultura
Roma. Caro Fazzolari, Buttafuoco si merita la grandezza dell’esilio ma non la carta bollata. Una richiesta: gli risparmi l’uscita alla Gogol. Se il governo Meloni ha intenzione di cacciarlo, ci provi, ma a viso aperto, lo faccia, ma metta fine a questa recita: Buttafuoco è finito nella tabacchiera di Alessandro Giuli e Giuli sembra un orologio a cipolla di Buttafuoco. E’ cominciata con “rispettiamo l’autonomia della Biennale di Venezia”, del suo presidente, Buttafuoco, e si sta concludendo con ispezioni, fascicoli e dossier, richieste di dimissioni di consiglieri anonimi. Un governo che ha dato scarsa prova di come si governa la cultura abbia il coraggio di dire, con onestà (ma si dica): vogliamo obbedienti e non indipendenti. Se si deve servire (e Buttafuoco non vuole servire) si deve conoscere il padrone.
La vicenda Biennale merita franchezza. Fazzolari, la testa del governo Meloni, ha un’idea chiara: pensa che a Venezia non debbano avvicinarsi artisti russi, che la Russia di Putin prova a infiltrarsi in Europa con le arti e la propaganda. La sua posizione filo-ucraina è quanto ci sia di più europeista in un governo che viene accusato di esserlo poco. Fazzolari è un uomo di governo, Buttafuoco non lo è. La Biennale è una fondazione, ha uno statuto che tutela chi la dirige, gli assicura l’indipendenza. Buttafuoco è stato indicato dal governo Meloni ma la nomina è stata approvata dal Parlamento come dovrebbe accadere con la presidenza della Rai. E’ da quattro anni che i russi non partecipano alla Biennale malgrado possiedano il padiglione. Gli viene impedito grazie ai timbri, alle sanzioni, attraverso la diplomazia dei ministeri, “il ponte delle spie”, la segretezza. E’ la stessa burocrazia che viene oggi utilizzata contro Buttafuoco. Dopo aver lodato la sua indipendenza, dopo aver alzato le mani, Giuli chiede alla fondazione: “Ci faccia vedere le carte”. Ieri le carte sono arrivate insieme al comunicato della Biennale, secco: “Si coglie l’occasione per precisare che nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere”. Una grande questione culturale si è sporcata di inchiostro, quello dei funzionari di Gogol. Stiamo parlando di un ministero commissariato fin dalla nomina di Giuli. Il capo di gabinetto è stato scelto da Palazzo Chigi, i capi segreteria sono fedeli a Chigi, tanto che Giuli per respirare deve viaggiare. Nessuno scandalo. Funziona così. Dopo il caso Sangiuliano, Fazzolari ha esteso la sua vigilanza, ha delle vedette che lo avvisano su cosa accade, proprio come ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Il ministero incapace di vigilare sullo scandalo tax credit è lo stesso che oggi dovrebbe processare Buttafuoco. Se fosse un vero processo, Buttafuoco dovrebbe ricusare il giudice. Per Fazzolari gli artisti russi sono esponenti di un’autocrazia ma il governo italiano che cerca il bollo con lo scopo di imprigionare Buttafuoco non è la parodia? Meloni non ha finora dichiarato come la pensa sul caso Biennale. Sta con Fazzolari, naturalmente, ma pensa che Buttafuoco è uno spirito libero, così come pensa che a pochi giorni dal referendum serve tutto (perfino una comparsata con il vecchio nemico Fedez che maltrattava FdI), eccetto questa polemica. E’ da inizio governo che la cultura imbarazza Meloni. Buttafuoco è stato celebrato, a destra, come una felice eccezione: “E però, abbiamo Buttafuoco…”. La cultura di destra si gonfia sempre della peggiore retorica. Ogni nuovo direttore scelto dal governo, dal Festival dei Due Mondi, al Museo della pentolaccia, usa la frase: “Sono qui per costruire ponti”. A Buttafuoco si chiederà di cambiare dizionario? Non è stata la destra a costruire il suo racconto contro la cancel culture? E non è forse la destra che non vuole limiti al free speech? Va dunque chiarito: la Biennale resta ancora una fondazione indipendente o è un dipartimento di Palazzo Chigi? Il governo può benissimo precisare che Buttafuoco fa quello che vuole, che il governo non si riconosce nelle sue scelte, ma gli risparmi la piccola guerra dei francobolli, le contravvenzioni da brigadiere per eccesso di buttafuochità. A Buttafuoco, indirettamente, lo si sta avvisando che dopo il referendum si “faranno i conti”. A spingere Fazzolari c’è una lettera di oltre 20 ministri della Cultura europea. E’ vero che è stata sollecitata dal consigliere diplomatico di Giuli, Clemente Contestabile? L’antica amicizia fra Giuli e Buttafuoco è nota come è noto al ministero che durante la conferenza di Buttafuoco, al Mic, Giuli è rimasto nel suo ufficio a meditare. Buttafuoco parlava un piano sotto mentre Giuli rifletteva al piano sopra. A parte Salvini, che lo fa perché annusa l’aria, perché vuole acquistare il gas russo, c’è Luca Zaia che sta con Buttafuoco perché “difendere l’indipendenza della Biennale significa difendere Venezia”. Da quando Giuli ha preso le distanze da Buttafuoco, al ministero si è iniziato a dire che Buttafuoco abbia chiesto comprensione a Mantovano. Saranno senza dubbio veleni, ma chi offre le erbe? Il cda della Biennale, il 5 marzo, ha prolungato il mandato di Alberto Barbera come direttore della Mostra del Cinema di Venezia, e la destra non avrebbe apprezzato questa decisione. Il Mic ha chiesto le dimissioni della “sua” consigliera Tamara Gregoretti, che siede in Biennale, e Gregoretti, anche lei in punta di diritto, si è rifiutata. Chi ci sta perdendo? Putin o il governo? A Venezia è scomparsa l’arte, il ministero della Cultura sembra la pretura e Giuli un pretore. E’ un altro regalo della destra alla sinistra: Buttafuoco è già perfetto per un governo Schlein-Conte, ed è la prova che la destra non riesce a governare musei, Rai, cinema. Caro Fazzolari, telefoni a Buttafuoco. Non sarà la telefonata fra Stalin e Bulgakov ma può finire allo stesso modo: “Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene”.
Carmelo Caruso
Divergenze in famiglia