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il colloquio

L'autonomia dell'Europa è saggia, la distanza da Trump sull'Iran no. Crosetto al Foglio: “L'Onu a Hormuz”

Claudio Cerasa

"Non si può lasciare che la stabilità della regione dipenda dal ricatto del regime iraniano. La risposta non può però essere solitaria e episodica: va fatta dentro una cornice di legittimazione internazionale che ridia centralità al ruolo delle Nazioni Unite e passi attraverso una decisione unanime del Consiglio di sicurezza", dice il ministro della Difesa

La posizione scelta dai principali paesi dell’Unione europea per rispondere all’appello promosso dal presidente degli Stati Uniti d’America per avere maggiore sostegno nella difesa delle navi commerciali ostaggio delle mine iraniane nello Stretto di Hormuz contiene un elemento positivo, piccolo ma rilevante, e un elemento negativo, purtroppo preponderante. L’elemento positivo riguarda la capacità di autonomia mostrata ancora una volta dall’Unione europea di fronte a Donald Trump. E per la quarta volta nel giro di tre mesi i principali paesi europei, compresa  l’Italia dei teoricamente trumpiani-meloniani, dopo aver mollato un ceffone a Trump sulla Groenlandia (6 gennaio), dopo aver mollato un ceffone a Trump sui dazi minacciati ai paesi che volevano contribuire alla sicurezza della Groenlandia (18 gennaio), dopo aver mollato un ceffone a Trump rispetto alle sue parole sulla presunta codardia dei militari europei in Afghanistan (24 gennaio), hanno mollato un colpo forte al loro alleato americano, dicendo no, grazie, questa guerra non è la nostra, abbiamo altri problemi di cui occuparci, la libertà di navigazione a Hormuz è un problema vero ma non vogliamo aderire a una missione militare guidata dagli Stati Uniti. Guido Crosetto, ministro della Difesa, interpellato ieri dal Foglio ha cercato di spiegare meglio di cosa stiamo parlando, almeno per quanto riguarda l’Italia.

“Il nostro paese – ci ha detto Crosetto – non ha alcuna intenzione di disimpegnarsi dalla difesa del diritto di passaggio a Hormuz, perché da quel tratto di mare passa una parte decisiva della nostra sicurezza, della nostra economia. Non solo gli interessi italiani o europei ma di tutto l’Indo-Pacifico e, per l’effetto domino sui prezzi dell’energia, di tutto il mondo. Non si può lasciare che la stabilità della regione dipenda dal ricatto del regime iraniano. La risposta non può però essere solitaria e episodica o parziale: deve essere larga, credibile, condivisa, coinvolgendo il maggior numero possibile di paesi del mondo. Questa cosa non può essere fatta all’interno di un’ennesima coalizione di volenterosi magari solo occidentali. Va fatta dentro una cornice di legittimazione internazionale che ridia centralità al ruolo delle Nazioni Unite e passi attraverso una decisione unanime del Consiglio di sicurezza. Più ampia è la coalizione, minore è il potere di intimidazione di chiunque e più velocemente si risolverà la crisi in atto”. Il ministro ha le sue ragioni. Ma nell’attesa di capire se la strada suggerita anche dall’Italia potrà essere imboccata c’è un’altra riflessione necessaria da fare. In astratto, l’idea che l’Unione europea, di fronte al bullismo trumpiano, tenti di trovare una sua strada autonoma dovrebbe essere una buona notizia, e in qualche misura lo è.

Il problema è che, nel caso specifico, l’Unione europea ha scelto di mostrare un profilo autonomo su una delle poche battaglie giuste portate avanti dal presidente americano. Una battaglia che coincide con una guerra giusta, per limitare il raggio d’azione di una teocrazia sanguinaria fino a provare a neutralizzarne la leadership, promossa contro una dittatura islamista che uccide il suo popolo nelle strade, che esporta terrore nel mondo, che finanzia terrorismo anche fuori dal medio oriente e che cerca ora di utilizzare ogni arma possibile per fermare la guerra tentando di colpire gli alleati dell’America e di Israele con ogni strumento a disposizione: i droni contro i paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman), i droni contro i paesi della Nato (Turchia), i droni contro i paesi europei (Cipro), la chiusura delle arterie del commercio (Hormuz) attraverso la quale far aumentare il più possibile il costo del petrolio in giro per il mondo. La scelta dell’Unione europea di restare fuori da questa guerra può essere comprensibile se si pensa alla necessità che ha l’Europa di fare tutto il necessario per concentrare le sue attenzioni sull’Ucraina, come ricorda sul Foglio oggi Paola Peduzzi, ma è una scelta che se la si osserva nella sua interezza rischia di essere non un argine al trumpismo ma una legittimazione della peggiore retorica trumpiana. Trump sostiene da sempre, in forme più o meno esplicite, che la guerra in Ucraina non è una guerra che interessa all’America, perché è una guerra lontana, che non tocca direttamente gli interessi americani. E per questo, Trump ripete oscenamente da mesi che quella è una guerra che deve risolvere l’Unione europea (e che gli interessi dell’Unione europea non siano considerati da Trump interessi degli Stati Uniti è dimostrato anche dal fatto che per provare a resistere al ricatto petrolifero iraniano Trump ha annunciato di voler rivedere le sanzioni per il petrolio russo, con tutto il codazzo di pappagalli del trumpismo e del putinismo che ne è seguito in Europa, salviniani e vannacciani in primis). Ma quando l’Unione europea, con una postura che denota un profilo più ignavo che autonomo, sceglie di non collaborare con gli Stati Uniti per contribuire alla scorta armata delle petroliere contro le minacce iraniane, compie una scelta che in un certo senso potremmo considerare perfettamente trumpiana: quella guerra non è nostra, amiamo certamente gli iraniani, osserviamo con trasporto le loro battaglie a favore della libertà, ci indigniamo quando un omosessuale viene impiccato, ma abbiamo già molto da fare qui dalle nostre parti, non possiamo farci coinvolgere in una guerra che non è nostra.

                                     

E’ possibile che la scelta dell’Unione europea subisca delle variazioni, di qui ai prossimi giorni, e il fatto che la Francia faccia intendere di voler fare comunque qualcosa per proteggere i propri interessi a Hormuz e che il Regno Unito abbia fatto sapere di essere sul punto di lavorare a una coalizione di paesi volenterosi in grado di aiutare gli Stati Uniti a presidiare lo Stretto è un segnale che indica un cambio di marcia possibile. Ma nell’attesa che vi possa essere una svolta vale la pena forse ricordare che è proprio quello che l’Iran sta facendo con Hormuz, che è poi lo stesso schema seguito negli ultimi anni dall’Iran con il finanziamento degli houthi per destabilizzare il commercio globale nel Mar Rosso, che dovrebbe offrire qualche spunto di riflessione in più rispetto allo scenario che si potrebbe manifestare qualora il regime iraniano, magnificamente indebolito dagli strike degli Stati Uniti e di Israele, dovesse riuscire a ottenere risultati attraverso il suo ricatto: se l’Iran ricatta il mondo con le mine nello Stretto di Hormuz, immaginatevi cosa potrebbe accadere se dovesse accumulare il doppio o il triplo dei missili che ha oggi e se dovesse disporre delle armi nucleari? In un contesto storico e politico in cui ogni guerra apparentemente regionale ha un suo evidente riflesso globale, le scelte da fare non sono molte. O si sceglie di difendere le libertà sempre, quando sono aggredite, o si sceglie di difendere le libertà solo quando le minacce ci riguardano direttamente.

L’Unione europea, negli ultimi tempi, ha cercato di fare di tutto per ricordare a Trump che difendere l’Ucraina non è un tema che si può affrontare solo osservando la vicinanza o la lontananza dai confini della guerra o solo osservando quanto quella guerra possa avere un ricasco economico sul costo dell’energia. Disimpegnarsi dall’Iran utilizzando argomenti non così distanti da quelli di Trump non è solo un modo per non difendere i propri interessi in medio oriente (e dovrebbe essere interesse dell’Unione europea avere un medio oriente più stabile, con meno terrorismo e meno influenza degli ayatollah, e se non per questioni legate alla difesa della democrazia magari per questioni legate alla stabilità economica globale). E’ anche un modo per permettere a Trump di dimostrare che la strategia dell’irresponsabilità messa in campo in questi mesi in Ucraina ha qualche linea di continuità con quella messa in campo dall’Europa sull’Iran: questa guerra non è la nostra, vi stiamo vicini, ma abbiamo altri problemi di cui occuparci (ieri Israele ha detto che a Hormuz potrebbe pensarci il suo esercito, e chissà se riceverà almeno su questo il ringraziamento dell’Europa). Mostrare indipendenza da Trump è importante e salutare. Farlo sulle battaglie giuste e non su quelle sbagliate potrebbe aiutare l’Europa a essere più forte, più credibile e persino più autonoma.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.