Pasoliniani per il Sì
Ai “Comizi d'amore” tra parlamentari trasversali, per il merito e con pacatezza
Maratona oratoria per opporsi ai reciproci lanci di accuse e alle opposte delegittimazioni. Dal dem Ceccanti al meloniano Mollicone, con, tra gli altri, il renziano Giachetti, i calendiani Grippo e Rosato, i leghisti Matone e Gusmeroli, l'ex deputato dem Andrea Romano e la dem riformista Pina Picierno
Il titolo pasoliniano – “Comizio d’amore per il Sì” – vorrebbe buttare il cuore oltre l’ostacolo della campagna elettorale esacerbata: ed ecco che, in un pomeriggio di fine battaglia referendaria, al buio dei sondaggi e della realtà delle intenzioni di voto ondivaghe (che pure qualcuno tra i presenti sostiene di poter decrittare), va in scena la maratona oratoria di quelli che, dice il costituzionalista dem e anima della “Sinistra per il Sì” Stefano Ceccanti, “stanno al merito” e vogliono restarci. Ma l’evento è trasversale che più trasversale non si può: il presidente della Commissione Cultura meloniano della Camera Federico Mollicone ha chiamato a raccolta, tra gli altri, (ed è per questo ecumenicamente ringraziato) colleghi di ogni schieramento: dal renziano Roberto Giachetti al libdem Luigi Marattin al deputato di +Europa Benedetto Della Vedova alla dem riformista Pina Picierno (in collegamento da Bruxelles) ai calendiani Valentina Grippo ed Ettore Rosato al leghista Alberto Gusmeroli alla deputata e magistrata salviniana Simonetta Matone allo storico ed ex deputato dem Andrea Romano all’ex ministro azzurro Enrico Costa (in diretta da un’automobile all’ex M5s Giuseppe L’Abbate.
Ci si sforza di non soccombere di fronte al tiro incrociato delle accuse e di sottolineare alcuni fatti incontrovertibili di quella che Ceccanti chiama “battaglia in positivo” in cui, dice il professore, ci si deve a un certo punto rifiutare di rincorrere le polemiche per puntare dritto alla necessità di aggiungere “un ultimo pezzo” di riforma verso lo smantellamento del vecchio processo inquisitorio e verso l’inveramento della figura del giudice davvero terzo. “E’ il testo che conta”, dice Ceccanti; “riforma che ha apprezzamento trasversale”, dice Mollicone per spiegare “l’amore” che permea l’evento mentre fuori se le danno metaforicamente di santa ragione (a Napoli la segretaria del Pd Elly Schlein dice, perché il ministro della Giustizia Carlo Nordio intenda: “Noi andremo al governo e vogliamo essere controllati perché in democrazia funziona così e ci teniamo stretta la nostra Costituzione”, mentre Nordio, durante il faccia a faccia con il presidente onorario del Comitato “Giusto dire no” Enrico Grosso, su Skytg24, invita a “informarsi: con il Sì la magistratura sarà più autonoma”). E insomma, fuori volano slogan, ma dentro, nell’auletta dei gruppi parlamentari, i pasoliniani trasversali amatori del Sì cercano di spiegare perché questo sia il momento giusto per “creare scandalo e rompere le appartenenze” (Mollicone), e “proseguire” lungo il cammino ideale e liberale che dalla VII disposizione transitoria e finale della Carta, dice Ceccanti, quella che è una sorta di “breccia” che passa attraverso la riforma Vassalli del 1989, si arrivi dritti all’oggi, per completare la costituzionalizzazione del giusto processo. “Votate il testo, non il contesto”, dice Grippo, mentre Marattin, da liberale a cui piacciono “i poteri forti e bilanciati tra loro”, sfida a trovare un solo argomento di merito nella campagna del fronte del No (“mai vista così tanta violenza verbale”).
Mollicone, tenendo insieme Paolo Borsellino, Pasolini ed Enzo Tortora, dice che la riforma “non è contro la magistratura, e che il voto “è un comizio d’amore per ogni cittadino che chieda equità e non vendetta”. Pina Picierno, conoscendo la realtà della sua regione, la Campania, voterà Sì proprio per rispetto dei magistrati, e Giachetti si dice “sereno” nella sua scelta, dopo decenni di battaglie radicali sullo stesso solco, e “felice che la destra sia venuta sulle nostre posizioni”. Andrea Romano vede questa come occasione per uscire finalmente dal “cono d’ombra” degli anni terribili (di Mani Pulite: il ’92 e il ’93). “Ditemi il nome di un giudice: tutti farebbero il nome di un pm. Nessuno li conosce, i nomi dei giudici; tutti conoscono i nomi dei pm, e tutti li confondono con i pm”, dice Della Vedova. “Quale giudice delle indagini preliminari ha il coraggio di opporsi a un pm? Il gip è costretto a fare l’opossum, deve fingersi morto”, dice Costa. Ma è la metafora dello spogliatoio – un arbitro non usa lo spogliatoio di una delle due squadre – a strappare l’applauso e un sorriso, agli ottimisti comizianti d’amore, e c’è persino chi, come Gusmeroli, reduce da un mercato, ci vede del bello in quella che gli pare una campagna di totale “ragionevolezza”.
Divergenze in famiglia