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Il Viagra del generale

Vannacci è diventato irrilevante e non lo accetta, dunque insulta chi lo scrive

Salvatore Merlo

C’è stato un momento in cui il generale era il personaggio più corteggiato d’Italia. Oggi gli studi televisivi hanno trovato altri ospiti che la sparano altrettanto grossa. È esattamente in questo intervallo, tra il momento in cui tutti ti cercano e il momento in cui non ti cerca più nessuno, che l’insulto diventa Viagra

Sedie vuote e staffe smarrite. Roberto Vannacci fatica a riempire il teatro e Carmelo Caruso che lo fa notare – lo scrive sul Foglio – si ritrova nel craniometro del generale: “Capelli unti, la mano sudaticcia, la faccia da roditore”. Vannacci usa la prosa dei bersaglieri al seguito di Lombroso. Fortuna che non può mettere la testa del nostro collega sotto formalina. Ha appunto perso le staffe. Si sa infatti che negli animi nobili il declino ingentilisce. Negli animi meno nobili, invece, il declino inacidisce lo spirito e produce esattamente il teppismo verbale di Vannacci domenica a Montecatini: quella reazione sgangherata e risentita che è, involontariamente, la più nitida delle confessioni sul malessere dell’uomo che un tempo tutti volevano e che ora è diventato tragicamente irrilevante. C’è un film di Woody Allen, “To Rome with Love”, nel quale Roberto Benigni interpreta un tizio di nome Leopoldo Pisanello: un individuo di una mediocrità così assoluta da costituire, in qualche modo, un primato. Leopoldo si sveglia una mattina ed è famoso. I giornalisti lo aspettano sotto casa, le telecamere lo inseguono, i fotografi si accalcano per ragioni che nessuno sa spiegare, men che meno Leopoldo. Poi, con la stessa logica arbitraria con cui era arrivata, la fama se ne va. L’attenzione si sposta su un altro. Leopoldo torna a essere quello che era sempre stato, e cioè nulla.

 

Roberto Vannacci è Leopoldo Pisanello. Con la differenza, a suo sfavore, che Leopoldo almeno non aveva insultato nessuno per trattenerla, quella fama, mentre se ne andava. C’è stato infatti un momento, non lontanissimo, in cui il generale del mondo al contrario era il personaggio più corteggiato d’Italia. Floris lo voleva il martedì, la Gruber il lunedì, Vespa lo sistemava nel salotto di “Porta a Porta” con la stessa cura con cui si sistema un ospite illustre. E perfino chi lo trovava insopportabile – e sono stati in molti, e con convinzione – lo invitava lo stesso. Perché Vannacci faceva quello che i conduttori televisivi cercano disperatamente ogni sera: riempiva il tempo, garantiva la sparata. Il libro in classifica, i teatri esauriti, i sondaggi in ascesa. Oggi gli studi televisivi hanno trovato altri ospiti che la sparano altrettanto grossa, i sondaggi Sky tg24 lo danno in caduta di quasi un punto percentuale, la sinistra non si scandalizza più per quello che dice visto che non è più nella Lega ma è uno qualsiasi, e anche i teatri – come ha scritto Caruso, e come Vannacci non riesce a perdonare – si riempiono solo con la claque dei bus organizzati. Senza la sinistra che lo amplifica, il generale sparacchia nel silenzio. E’ esattamente in questo intervallo, tra il momento in cui tutti ti cercano e il momento in cui non ti cerca più nessuno, che l’insulto diventa Viagra: non restituisce la salute, ma dà l’illusione, per una sera, di essere ancora vivi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.