Procaccini: "A una parte del nostro elettorato piace Putin, ma Cirielli non la rappresenta"
"La convergenza su Putin, semmai, è di Conte e Salvini", ci dice l'eurodeputato FdI Nicola Procaccini. Che poi aggiunge: "Se Meloni deve criticare Trump, non ha problemi nel farlo"
Roma. “Lei mi chiede se nel nostro partito c’è una frangia più sensibile alla Russia di Putin. Può essere. Ma di certo non ne fa parte Edmondo Cirielli”. Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e copresidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo, ridimensiona l’incontro del viceministro agli Esteri con l’ambasciatore russo Paramonov.
“Da quel che sappiamo – dice – quest’incontro è avvenuto più di un mese fa”. Sì, lo riportava ieri il Corriere della Sera. “E’ avvenuto di intesa con il ministro Antonio Tajani. Che dire? A oggi mi pare si sia trattato di un incontro regolare”. E tuttavia non risulta che la premier Meloni ne fosse al corrente. “D’accordo. Ma non è che abbiamo estinto le relazioni diplomatiche con la Russia. Le abbiamo ancora, le abbiamo sempre avute. Basti dire che c’è un’ambasciata, che ci sono dei colloqui formali. Altro sarebbe stato se il viceministro fosse andato a trattare con l’ambasciatore furtivamente”.
Tornando al principio, lei non esclude l’esistenza di un’ala russofila nel partito. Cosa intende? “Lo dico per onestà intellettuale…”. Prego. “Intendo dire che c’è una parte del nostro elettorato maggiormente aperturista nei confronti di Putin. E noi lo sappiamo. E’ inevitabile, quindi, che qualcuno possa farsene interprete”. Ma Cirielli è al di sopra di ogni sospetto, giusto? “Giusto”. E allora di chi parliamo? “Guardi, il partito segue Giorgia Meloni”. Anche l’elettorato? “Ecco, la differenza tra una leader e una follower è che la prima, e cioè Meloni, indica al proprio elettorato qual è la strada. E se è vero che il conflitto russo-ucraino è dall’inizio un tema poco sentito, lei compie comunque scelte impopolari quando le ritiene lungimiranti. Il sostegno all’Ucraina è nell’interesse dell’Italia, benché molti italiani non lo comprendano”. Cosa rilevano i sondaggi in proposito? “Che il popolo italiano non è così sollecito nell’aiuto materiale all’Ucraina. Detto ciò, la premier e il partito vanno avanti. A differenza dell’avvocato in pochette che sostenne per primo Kyiv, in epoca Draghi, per poi attingere al serbatoio elettorale pro Putin quando capì che era più generoso”. Scusi, onorevole, lei ha ragione. E però prima della pagliuzza (o paglietta) badiamo alla trave. Lei dice di Conte. Ma Salvini? “Eh…”, ride Procaccini. “Non posso negare la convergenza”. Sì, ma il programma elettorale voi l’avete firmato col Capitano, mica con l’Avvocato. E al punto primo del programma non c’era forse la difesa dell’Ucraina? “Sì, ha ragione. Non nego questo rilievo. Dico soltanto che, malgrado la sua ritrosia, la Lega alla fine accetta il programma di governo. Vota a favore di aiuti economici e militari a Kyiv. E lo fa in contemporanea delle sortite di Roberto Vannacci. Che ha tutte le sue fascinazioni, comprese quelle per l’Iran degli ayatollah. A dispetto del Generale, la Lega onora l’impegno preso”.
Lei attribuisce alla sua presidente la virtù della lungimiranza. Si può estendere anche al rapporto con gli Stati Uniti? “Sì. Per quanto Trump sia meno inquadrabile dal punto di vista elettorale”. Cioè? “Giorgia Meloni cerca di avere i migliori rapporti possibili con il presidente statunitense, chiunque egli sia. Ricordo le critiche quand’era percepita troppo affettuosa con Biden. Quanto a Trump, c’è una consonanza nel contrasto all’ideologia woke. Ma sulla politica estera c’è spesso perplessità. Si cerca di essere positivi, certo, e di incrociare il disappunto con la diplomazia perché Washington è il nostro maggiore alleato. Ma spesso Meloni è stata netta contro di lui, e lo sarà ancora. Ricordo soltanto la Groenlandia e la difesa dei soldati in Afghanistan”. Lei ha citato Biden. Ci si domanda se un presidente democratico sarebbe stato preferibile. “Esattamente. Ce lo domandiamo. Ma è un dilemma al quale non possiamo rispondere”.