Il racconto

Meloni lontana da Trump su Hormuz, sprona i ministri sul referendum: "Sono tutti in guerra contro di me". Il jolly Mantovano

Carmelo Caruso

Insieme a Canada, Francia, Gran Bretagna, Germania la premier condanna l'offensiva in Libano. La battaglia è però sulla giustizia: "La riforma è per tutti i magistrati". Continuano i sabotaggi interni e la Russia diventa un caso

Roma. Melonieska: le ombre sono rosse (Trump) e i pasticci sono russi. Il referendum è arrivato allo Stretto. Dice Meloni a Mediaset, da Nicola Porro: “Se voti ‘no’ ti ritrovi Meloni e la giustizia che non funziona. Sto facendo la riforma per tutti i magistrati, la riforma introduce la meritocrazia, la responsabilità. Nicola Gratteri era a favore del sorteggio”;  “Hormuz è il mio primo problema”; “rafforzeremo Aspides”. Anche Meloni (a volte) dice “no” a Trump, alla richiesta di spostare militari a Hormuz. Il clima: o hanno clonato Salvini o la salvinite ha contagiato FdI. La Russa  riceve i coniugi Trevallion, Edmondo Cirielli (ma non doveva tornare a Napoli?) incontra l’ambasciatore russo e alla Biennale volano colbacchi fra Giuli e Buttafuoco. Una fortuna: per il Sì sbarca il marines Mantovano.


A cinque giorni dal referendum, Meloni continua a prendere le distanze da Trump. Insieme ai partner (Canada, Francia, Germania e Regno Unito) chiede un negoziato fra Israele e Libano. Si condanna la decisione di “Hezbollah di unirsi all’Iran nelle ostilità” ma anche “l’offensiva israeliana in Libano”. La missione Aspides va rafforzata, lo conferma Meloni da Porro, ma spostare i militari, pensano a Chigi, “equivale a entrare in guerra”. Per il resto oscilliamo tra il Salvini che vuole ritirare i soldati ovunque e Trump che vuole spedire (quelli europei) a Hormuz e che pretende: “Gli europei dovrebbero scattare”. Oscilliamo fra chi vuole strizzare l’occhio alla Russia (Salvini), che ci può dare il gas, e chi, come Fazzolari, preferirebbe assiderare di freddo piuttosto che chiedere aiuto a Putin. Oscilliamo fra “il non possiamo non dirci americani” e “ridateci Biden”. Dice Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, del Pd, Trump “non sa neppure che la missione Aspides non è una missione Nato. Trump, che vorrebbe gli europei in guerra a Hormuz, sogna le Trumptruppen”. E’ in difficoltà Tajani che al Consiglio degli Esteri Ue assicura: “Non vogliamo entrare in guerra” e che sottovoce spiega “Aspides va rafforzata con delicatezza, senza spostare militari a Hormuz”. Spiegano al ministero della Difesa che qualsiasi azione sullo Stretto contribuirebbe solo ad aumentare “l’entropia” nell’area. Un’altra missione che si chiama Emasoh, sempre per garantire la libera circolazione lungo lo Stretto di Hormuz, è stata congelata. E’ una missione a guida francese. Nessuno vuole andare al seguito di Trump e Meloni si trova in dolce compagnia con Merz, Macron, Starmer. Si apre l’ombrello Europa, ma piove sul governo. La sinistra (ma non è il M5s che vota contro gli aiuti all’Ucraina?) chiede le dimissioni di Cirielli che ha incontrato l’ambasciatore russo Paramonov, mentre Tajani risponde “che non abbiamo mai interrotto i rapporti diplomatici con la Russia” e che l’incontro è avvenuto “alla luce del sole”. Cirielli si difende, racconta che fa il suo (da viceministro), che sono “tutte cazzate”, che Tajani (che conferma) “sapeva”, che insieme a lui c’erano due diplomatici della Farnesina. Il problema è un altro. C’è il sorriso di Salvini che gode come bambino di fronte alla notizia di Cirielli, all’incontro di La Russa con la famiglia Trevallion (previsto per questo mercoledì ma spostato al 25 marzo, a dopo il referendum). Si sta fiaccando l’idea che l’Italia sta con l’Ucraina tanto che Tajani corre a riparare: “Noi non tradiamo l’Ucraina”. Non aiuta neppure la contesa Giuli-Buttafuoco che accresce soltanto l’indipendenza di Buttafuoco (lo difendono Salvini, Conte, ma anche il Pd lo guarda con ammirazione) ma che si è trasformato nel “se la veda Giuli”. Meloni non vuole polemiche a pochi giorni dal referendum. Sta dicendo ai ministri: “Sono tutti in guerra contro di me”. Significa che il governo deve aiutarla. Ospite da Porro, Meloni incita: “Mi fido dell’intelligenza dei cittadini. I toni sono oggettivamente oltre, accesi, e gli scenari sono cosi drammatici, spesso, solo perché non si può dire la verità” e ancora: “A sinistra dicono attentato alla Costituzione, deriva illiberale ma è il loro solo argomento. La riforma mette le basi per risolvere i problemi della giustizia. Una vittoria del ‘no’ sarebbe la legittimazione dell’irresponsabilità e delle sentenze surreali. Molti magistrati votano sì ma non lo dicono, più di quanto lo dichiarano”. Da oggi sono previsti, ogni giorno, interventi dei ministri. Il jolly è Mantovano e ci sono poi i papi del Sì. C’è Paolo Mieli, su La7, e si è aggiunto Arturo Parisi (a Bologna si racconta che anche Alberto Clò, l’ex ministro di Dini, voti sì). Dice il ministro Zangrillo: “Il sì è una battaglia di civiltà. E basta guardare le agende dei ministri. Parliamo con le persone, mentre gli altri gettano fuoco, raccontano balle. Gli italiani vogliono la verità, non la menzogna. Per questo voteranno sì”. I sabotatori sono sempre in casa. C’è il video del deputato Aldo Mattia, di FdI, che “invita a usare anche il sistema clientelare” e c’è quello di La Russa che conferma: “E’ vero che ho invitato la famiglia della casa nel bosco”, ma non questo mercoledì, “e mi stupisce l’acrimonia di un’eventuale visita”. Sta godendo Salvini e non solo per Cirielli. Festeggia perché vede Giuli in difficoltà, Adolfo Urso che arranca sulle bollette e perché a Venezia può per la prima volta passare per l’Adriano di Marguerite Yourcenar. E’ Salvini che si sta rinvigorendo: è lui l’anima vagula e blandula di Meloni. 
Carmelo Caruso

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio