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l'editoriale del direttore

La doppia Europa che sa allontanarsi da Trump e dal mondo Maga

Claudio Cerasa

Più di un indizio di un disallineamento sorprendente. Gli avversari di Trump, in Europa, hanno saputo rispondergli. Gli amici di Trump, al governo, hanno trovato un modo per allontanarsi da lui. Perché alimentare il nazionalismo nel  mondo non sarà mai un buon affare
 

Due indizi non fanno una prova, tre indizi neppure, quattro forse sì. Ma anche in politica estera, come nella giustizia, non bisogna farsi trascinare dalle emozioni: occorre tenere conto dei fatti ed è importante non arrivare a formulare pensieri definitivi che poi vengono sistematicamente smentiti dalla realtà. Eppure, nella politica estera delle ultime settimane esiste un tema sottotraccia molto interessante che merita di essere illuminato e che ci consente di mettere insieme, con una chiave laterale, tre temi piuttosto centrali: le conseguenze del trumpismo, gli sviluppi della guerra in Iran, gli impatti sull’Europa. In questo caso, per una volta, non parliamo di geopolitica, non parliamo di crisi internazionali, non parliamo del rapporto tra l’asse del terrore e i suoi nemici. Parliamo di un disallineamento sorprendente: quello che riguarda il presidente americano e i suoi amici europei. (segue a pagina quattro)

 

Di Giorgia Meloni abbiamo scritto più volte e, per quanto si possa cercare di dimostrare che la premier italiana e il presidente degli Stati Uniti vadano d’amore e d’accordo, i segnali che indicano una direzione diversa non mancano: pensate all’Ucraina, pensate alla Russia, pensate ai dazi, pensate alla Groenlandia, pensate agli insulti di Trump contro i soldati italiani morti in Afghanistan. Ma gli scricchiolii che esistono nel rapporto fra Trump e Meloni sono nulla rispetto agli scricchiolii che si sentono in Europa all’interno di un fronte politico ambizioso che il mondo Maga cerca da mesi di coltivare: quello dell’antieuropeismo.

Da tempo il vicepresidente J.D. Vance, insieme a un pezzo dell’entourage di Donald Trump – entourage di cui faceva parte anche Elon Musk – cerca di trovare strategie creative per rimodellare l’Europa a immagine e somiglianza dei conservatori nazionalisti americani. Tutto ciò, finora, ha incluso la battaglia contro l’establishment britannico intorno al tema delle gang di stupratori impuniti, il sostegno esplicito offerto nell’ultima campagna elettorale al partito di estrema destra tedesco AfD, la lunga storia d’amore con il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Le premesse di base di questa tentata egemonia, ha scritto il Wall Street Journal pochi giorni fa, erano queste: l’Europa è ormai spacciata, l’Unione europea è reversibile, nel Vecchio continente è possibile una presa di potere da parte della destra ribelle poiché la grande massa dell’opinione pubblica europea non sopporta più le élite liberal-globaliste e il disfacimento dell’Europa, al quale potrebbe dare un sostegno anche Vladimir Putin sul fronte est, sarebbe tutto nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. A quasi un anno e mezzo dal ritorno di Trump, non si può dire che il piano stia funzionando.

 

Nello stato tedesco del Baden-Württemberg, dove si è votato pochi giorni fa, l’AfD non ha sfondato come previsto ed è rimasta sotto il risultato delle precedenti elezioni (18 per cento, un punto in meno). Pochi giorni prima, in Inghilterra, il Partito laburista doveva difendere un seggio in una zona del paese, nel nord-ovest, storicamente progressista. I laburisti hanno perso il seggio ma a vincerlo non è stato il partito più trumpiano d’Inghilterra, Reform UK, guidato da Nigel Farage: a conquistarlo sono stati a sorpresa i Verdi. Alla fine del mese, poi, in Danimarca, paese che ha il controllo della mitica Groenlandia, la prima ministra Mette Frederiksen sembra essere destinata a vincere le elezioni, potendo usufruire della stessa spinta che ha favorito la vittoria di Mark Carney in Canada un anno fa: la destra uccisa da Trump, come in Canada forse anche in Danimarca. Storia diversa, ma chissà, quella di Viktor Orbán, che andrà al voto il 12 aprile e dove il premier ungherese, per la prima volta dopo sedici anni, potrebbe non riuscire a vincere le elezioni nonostante la trasformazione dell’Ungheria in una democratura costruita a sua immagine e somiglianza.

Ovunque ci si giri, le destre sulle quali aveva scommesso Trump, e anche quelle che avevano scommesso su Trump, come la Lega di Matteo Salvini, non sembrano godere di buona salute. E non è forse un caso che l’unica destra estrema d’Europa che potrebbe avere un futuro sia quella che ha scelto di rimanere il più possibile lontana da Trump: il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Ma il cortocircuito clamoroso che esiste tra il mondo trumpiano e le destre europee offre anche un’altra storia non meno interessante della prima. Una storia che può apparire come un paradosso solo di fronte a un occhio pigro: il profondo e viscerale antiamericanismo coltivato dai partiti più d’estrema destra d’Europa. Era già successo dopo le crisi venezuelane, è successo di nuovo dopo le minacce sulla Groenlandia, è successo ancora dopo le operazioni in Iran. E il tema è sempre quello: tra i più feroci critici delle missioni di Trump in giro per il mondo vi sono proprio i partiti su cui hanno puntato i Maga.

L’ultimo caso, clamoroso, si è manifestato pochi giorni fa, quando Tino Chrupalla, copresidente dell’AfD, che non ha speso una parola di forte critica contro Vladimir Putin per la sua invasione dell’Ucraina, dopo l’inizio della guerra contro l’Iran ha detto le seguenti frasi: “Alla fine, Donald Trump finirà come un presidente di guerra”. E in seguito alla scelta coraggiosa da parte del cancelliere Friedrich Merz di sostenere gli Stati Uniti nell’operazione contro “il regime terroristico” dell’Iran, i vertici dell’AfD hanno accusato Merz di “patetica sottomissione”, definendolo un “vassallo degli Stati Uniti”. La questione non è legata solo all’AfD, il cui numero uno Alice Weidel ha ammesso di far visita regolarmente all’ambasciatore cinese a Berlino nella sua residenza privata. La questione è più generale ed è stata ben fotografata qualche settimana fa sul Financial Times da Janan Ganesh. Il punto è semplice. Il nazionalismo continentale vede l’America come una forza globalista che omogeneizza economie e culture. Alcuni movimenti dell’estrema destra europea hanno inoltre simpatie per Russia o Cina (AfD, Le Pen, Orbán). E per questo il sostegno di Trump a questi partiti è paradossale: partiti influenzati dall’America potrebbero rivelarsi meno atlantisti e meno favorevoli agli interessi americani di partiti più lontani dal mondo Maga.

Due indizi non fanno una prova, tre indizi neppure. E qualche elemento di trumpismo in Europa ovviamente esiste (nel 2025 è stato eletto presidente Karol Nawrocki, in Polonia, non proprio un antitrumpiano). Ma il punto è lì, di fronte a noi. Gli avversari di Trump, in Europa, hanno saputo rispondere a Trump. Gli amici di Trump, al governo, hanno trovato un modo per allontanarsi da Trump. E le alternative all’establishment europeo, gli antieuropeisti fomentati dai Maga, hanno ricordato una verità semplice: alimentare il nazionalismo in giro per il mondo non sarà mai un buon affare, neanche per chi usa il nazionalismo per tutelare i propri interessi nazionali.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.