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L'editoriale dell'Elefantino

La lezione di Pisapia e i garantisti riluttanti della borghesia italiana

Giuliano Ferrara

Un “Io voto Sì” che è lezione doppia: per la gauche forcaiola che vota No e per la destra che in passato non ha mai avuto troppa inclinazione verso l’imparzialità giudiziaria. E se il nemico è Meloni, non è saggio compromettere per uno sfizio politico la più importante campagna civile di questo tempo

Formidabile, signorile nel suo laconismo, la concisione della dichiarazione di voto di Giuliano Pisapia, l’ultimo sindaco di sinistra che abbia avuto, oltre a un sapore politico controverso ma autentico, un impegno morale garantista: “Io voto Sì”. Beato lui che può far scandalo, scandalo evangelico, positivo e politicamente caritatevole, con sole otto lettere. Il figliolo di Giandomenico, giurista insigne e collaboratore di Giuliano Vassalli per il codice di procedura accusatorio, civile, impostato per una terzietà vera del giudice che poi purtroppo fu tradita tanto spesso nella pratica, non ha voglia di intrupparsi nel certame parapolitico della faziosità. Vota Sì, punto e basta, perché con tutto il rispetto respingere con il vocalistico No la riforma costituzionale che separa le carriere di accusa e giudizio, stronca le correnti, introduce un principio di responsabilità dei magistrati, ha qualcosa di indecente per una persona di sinistra che non ha portato, come diceva Guareschi, il cervello all’ammasso. 

Certa destra, anche di Forza Italia che poi sarebbe centro liberale, ha nel tempo negato a Giuliano Pisapia qualità di buon pubblico amministratore e di decenza personale, e lo ha attaccato proprio sul punto sensibile del suo garantismo anche verso gli imputati di sinistra e di estrema sinistra. La lezione è dunque doppia. Una per la gauche forcaiola che vota No, una per la destra che non ha mai avuto troppa inclinazione, in passato, verso l’imparzialità giudiziaria, partecipando al banchetto soffocante della politicizzazione. 

La lezione di Pisapia dice anche, senza parteggiare con alleati nuovi che Giuliano non cerca affatto, che la destra, con Nordio, ora ha “svoltato”, espressione romanesca. Mentre la sinistra in senso largo e bolso insiste, si incaponisce, ribadisce la sudditanza alla Repubblica delle procure, rinsalda per gola quelle che Cerasa chiama le sue “catene”, dopo tanti esempi in cui si è palesato questo sgorbio nella struttura della democrazia e della società aperta. Pisapia se ne infischia, come tanta sinistra decentissima impegnata per il Sì, di ritrovarsi con alleati non graditi politicamente. Si guarda, con lui, alla storia d’Italia, ai casi clinici della malagiustizia, alle battaglie civili contro le storture del processo e prima di esso dell’indagine, si guarda alla grande remora garantista che dovrebbe essere il tratto distintivo e pertinente di una borghesia del Nord, colta e affluente, responsabile e civica, che mollò la Repubblica dei partiti per ritrovarsi con quella dei Grilli. Dovrebbe essere uno spunto di riflessione per Urbano Cairo, che da editore del Corriere si barcamena con abilità, da editore de La7 traffica con la peggiore demagogia giustizialista, spacciando schiavettoni in prime time tutte le sere che Dio manda in terra. Sarebbe ancora in tempo a votare Sì e a spiazzare tutti. Per non parlare degli ignavi, o dei pigri, tutti quelli che, con un minimo di esposizione personale,  potrebbero contrastare la gnagnera assatanata dei gratteristi, semplicemente dicendo al momento giusto, come Pisapia: “Io voto Sì”. Non è una questione moralistica di dignità, non è quella la linea di divisione del rispetto personale. E non tutti quelli che voteranno No sono manettari inveterati, ci mancherebbe. La caratteristica da tintinnio delle manette è della solita accozzaglia ideologica, e solo di quella. E se il nemico astratto è Giorgia Meloni, che però non ha fatto una riforma punitiva, ha impostato invece una seria correzione in un andazzo trucibaldo e inciucioso, è da ribadire che per uno sfizio politico non è saggio compromettere con il No alla ragione la più importante campagna civile di questo tempo.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.