Il racconto

Meloni Portobello: attacca i giudici della famiglia nel Bosco e chiama i leader Ue su Iran. L'allarme: Rai e Mediaset sabotano il "sì"

Carmelo Caruso

Lancia il formato E4 con Francia, Inghilterra, Germania, inviata la fregata a Cipro. A Chigi si lamenta lo scarso contributo delle tv. I pensieri di Veltroni: "Con la guerra vince il no"

Pier Silvio è un mezzo  Silvio. A Palazzo Chigi girano queste frasi: “Le reti Mediaset e la Rai non aiutano il sì al referendum. Trump, da ora in avanti, è meglio chiamarlo con l’espressione il presidente degli Stati Uniti”. Non stanno aiutando. Le tv non raccontano la malagiustizia di Tortora, il Golgota Portobello. Torna l’attacco di Meloni ai giudici sul caso famiglia nel Bosco: “I figli non sono dello stato, i figli sono della mamma e del papà”. La guerra avvicina l’Europa, impone coordinamento e telefonate (ieri) fra Starmer, Meloni, Merz, Macron ma stravolge il piano referendario di Meloni. Dice Veltroni: “La guerra aiuta il no”. Al governo si confida adesso nell’effetto “stringiamoci a coorte”, Meloni con il sigarone di Churchill. 


 Il conflitto in Iran è nelle mani di Trump, un presidente Stranamore che adesso, anche in FdI, va allontanato, sostituito con l’etichetta. Meloni, i ministri  iniziano i loro pensieri su Trump con “il presidente degli Stati Uniti”. Lo chiamano con il biglietto da visita. Racconta l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, alla Camera: “Meloni sul referendum rischia di restarci sotto. Gli italiani sono convinti che Trump e Netanyahu sono due pazzi fuori controllo e Meloni paga la vicinanza”. Al governo si comincia a ricordare che “Trump ce lo siamo trovati”, del resto Meloni aveva rapporti eccellenti con il democratico Biden. E’ un invenzione di Meloni questo nuovo formato E4, Italia-Francia-Inghilterra-Germania, a difesa di Cipro, questo filo diretto per fare il punto su Iran senza dimenticare l’Ucraina. Prima dell’attacco americano in Iran il piano di Meloni sul referendum era semplice. Entrare in campo gli ultimi quindici giorni con interventi mirati, clip, un grande evento al nord, ma adesso le sue ultime interviste partono inevitabilmente dall’analisi della guerra. Si spiega così il ritorno di Meloni, ieri, sul caso della famiglia nel bosco (non ci sarà una visita di Meloni alla famiglia, viene esclusa). E’ un attacco aspro ai giudici definiti ideologici, una difesa della famiglia Trevallion (“dove sarebbe il superiore interesse del minore, quando dei bambini vengono allontanati dal padre, poi dalla madre, per stare mesi e mesi in una casa-famiglia, sempre più soli?”) e infine la condanna: “Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti”. Il 12 marzo, Meloni parteciperà a Milano all’evento di FdI per la separazione delle carriere, ma i veri appuntamenti possono rivelarsi altri due. Mercoledì, Meloni parlerà alla Camera su Iran e Consiglio Europeo. Si anticipa l’appuntamento già calendarizzato per il 18. Meloni si tiene tuttavia il beneficio di un altro intervento . Il 18 marzo, Meloni può in teoria presentarsi in Aula qualora il clima referendario fosse compromesso e avesse necessità di informare. Il canovaccio si conosce: si parte dai grandi temi, ma nelle repliche si finisce a parlare di politica interna. A eccezione di Giorgio Mulé, che in una puntata di Piazza Pulita ha ridicolizzato il pm Woodkook (il video ha superato il milione di visualizzazioni), la campagna per il sì è appannata. La destra ha puntato tutto su Meloni, sulla sua capacità di trascinare alle urne, ma c’è un guasto. La Rai non sta partecipando alla campagna e ha nel cassetto programmi su malagiustizia. Non solo. Paga, e non manda in onda, in seconda serata, Antonio Monteleone, chiamato in Rai con la missione di occuparsi di casi di giustizia andata a male.  Il suo programma si chiama Linea di Confine ed è stato congelato. Doveva tornare in autunno, poi nel 2026, ma Rai 2 non ha slot di seconda serata. Monteleone si sta recuperando solo ora, in tutta fretta, e non è ancora confermato. I suoi servizi dovrebbero essere caricati su RaiPlay. La sorpresa è Mediaset che sarebbe stata sollecitata dalla maggioranza: “Continuate a non aiutare il sì”. La risposta delle reti di Pier Silvio Berlusconi è che da lunedì si dovrebbe cambiare registro. Dice Ugo Sposetti, il giardiniere del Pci, l’uomo cura i fiori e il patrimonio di una storia: “Da lunedì in avanti bisogna tenere accesa la tv e scandagliare i programmi. La vittoria o la sconfitta al referendum passa dalle televisioni”. Al governo si lamentano spazi incredibili a favore del “no” da figure come Paolo Del Debbio e il malessere si mescola con la sciagura, l’Iran. L’Italia, come ha annunciato Crosetto, ha inviato a largo di Cipro la fregata missilistica Martinengo, la stessa che ha già difeso le navi mercantili dalle minacce Houthi, con a bordo 160 militari. Antonio Tajani, a sua volta, ha lanciato un ulteriore coordinamento con i ministri arabi.  Si sta per entrare in economia di guerra tanto che il governo punta  il dito contro sciaccalli e speculatori. E tutto si tiene. Veltroni, ascoltato sul treno, ha raccontato a un suo interlocutore che la guerra finisce per aiutare il “no” perché scoraggia l’affluenza. Se ne sta avvantaggiando anche Salvini che si è liberato di Vannacci e del baraccone.  Al posto degli stranieri e le banche ha  trovato un nuovo flipper (e non gli dispiace la linea Sánchez). Ha annunciato che è pronto a convocare le compagnie petrolifere, a mettersi alla pompa di benzina con il manganello in mano. Il referendum non lo decideranno gli indecisi. Al posto del gip, il gpl. 

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio