Ansa
Sottili equilibrismi
Una, doppia e trina, la piazza per l'Iran divide la sinistra
Davanti a Montecitorio con il Campo largo e Amnesty per i prigionieri politici, con le corde a evocare il boia, a Santi Apostoli con destra e centristi, tra bandiere iraniane, Usa e israeliane
In piazza per l’Iran, ma come, quando e perché? In piazza con “Donna, vita, libertà”, in nome di Masha Amini e delle altre ragazze coraggiose che hanno sfidato la dittatura anche a costo di perdere la vita. In piazza nell’ora in cui si mescolano speranza e paura, ma un conto è andarci alle 13, davanti a Palazzo Montecitorio, con Amnesty International, per il flash mob “Stand for life”, in difesa dei prigionieri politici che a Teheran rischiano l’impiccagione, con una rappresentanza mista del Pd (ma senza la segretaria Elly Schlein), e cioè con Marta Bonafoni, Peppe Provenzano, Laura Boldrini (vestita dei colori della bandiera iraniana), Susanna Camusso, Anna Ascani più i riformisti dem Filippo Sensi e Lia Quartapelle (in rosso) e con un campo largo ma non larghissimo composto da Riccardo Magi per Più Europa, Nicola Fratoianni ed Elisabetta Piccolotti per Avs (anche lei in rosso) e anche (o forse persino) qualche Cinque Stelle: il senatore m5s “ex Flottilla” Marco Croatti, le senatrici Dolores Bevilacqua ed Elisa Pirro e i deputati Agostino Santillo e Antonino Iaria.
Un conto, invece, è scendere in piazza Santi Apostoli alle 18, sempre con “Donna, Vita, Libertà” e altre associazioni di iraniani in Italia ma accanto a Setteottobre, comunità ebraica, Sinistra per Israele, FdI, Lega, Forza Italia, Noi moderati più tutti i centristi di varia estrazione e schieramento: Azione, Italia Viva, Più Europa, Libdem, Partito radicale. Tante presenze politiche sparse tra le molte bandiere di associazioni iraniane e di monarchici iraniani (“Viva l’Iran, viva Reza Pahlavi”, era il coro scandito da musica e tamburi, a sottolineare il desiderio: che torni la libertà anche per mezzo del primogenito dell’ultimo scià, e anche se Trump ieri è parso possibilista verso altre ipotesi di leadership “interna”). Esserci o non esserci, sempre e sicuramente con le donne e i giovani, e con i detenuti in pericolo alla vigilia del mercoledì, giorno del boia in Iran, tanto che davanti alla Camera due corde languivano macabre, sotto ai microfoni da cui le attiviste scandivano i nomi dei ragazzi in pericolo di vita imminente di vita. Ma, e infine, esserci a metà o non esserci per niente con il governo Meloni che appoggia la politica di Donald Trump, e infatti la segretaria dem Elly Schlein, comparsa alla festa per il novantesimo compleanno di Achille Occhetto al Tempio di Adriano, a poche centinaia di metri da Piazza Santi Apostoli, si guardava bene dall’affacciarsi in quel consesso, cosa che avrebbe reso difficile mantenersi lungo la sottile linea rossa dell’equilibrismo dialettico: “Siamo tutti preoccupati per quello che accade”, diceva Schlein, “chiediamo al governo ogni sforzo per far cessare il fuoco e tornare a una sede negoziale. Khamenei era un dittatore sanguinario, ma pensiamo sia importante far valere ancora oggi il diritto internazionale”.
Un conto è parlare in nome dei ragazzi anche minorenni massacrati dal regime, e farlo dal Campo largo; un conto è salire sul palco a parlare degli stessi ragazzi ma con maggioranza e centristi, come fanno, tra gli altri, davanti alle bandiere iraniane, ma anche israeliane e statunitensi, Ivan Scalfarotto per Iv, Ettore Rosato per Azione, Mariastella Gelmini per Noi moderati, Benedetto Della Vedova per Più Europa. Non si può essere nelle due piazze per lo stesso Iran, ché, sussurra qualcuno tra i dem, “aleggia l’ombra del Board of Peace trumpiano o del Venezuela”. Ancora echeggia, però, pur se sottotraccia, nelle due piazze, la voce della donna iraniana emigrata in Italia che a Firenze, qualche giorno fa, da sostenitrice della sinistra, ha chiesto ai pacifisti in corteo: ma voi dov’eravate, mentre i pasdaran ammazzavano i minorenni in corteo? Chissà. Erano invece di nuovo in piazza, ieri sera, davanti all’ambasciata e al consolato Usa a Roma e a Milano, gli antagonisti che levavano un comune grido “contro l’imperialismo americano e le ingerenze sioniste”, addirittura con sprazzi di approvazione, non si quanto inconsapevole, per il defunto dittatore, l’ayatollah Khamenei.