Pride meloniano
Arianna e La Russa schierati per il libro di Italo Bocchino, tra elegie, nostalgie e ministri
Storia della "borgatara" e della "generazione Atreju
Alla presentazione del libro del direttore del Secolo d'Italia va in scena l’orgoglio identitario della destra al governo tra rivendicazione di popolo e consacrazione politica di Giorgia Meloni
Arriva Arianna Meloni, arriva Ignazio La Russa, arriva Italo Bocchino, ex parlamentare, opinionista e autore del libro “Giorgia la figlia del popolo-perché Meloni piace agli italiani” (ed. Solferino), oggetto della presentazione affollatissima da tutti i mondi di mezzo che stanno attorno al governo e anche da mezzo governo (tra gli altri, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Nello Musumeci, Orazio Schillaci) e dall’ex governo (nel senso che c’è pure il già ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, anche se La Russa lo considera, dice ridendo, ancora nel novero).
Soprattutto, arriva, aprendosi un varco tra la folla, Gianfranco Fini, già ministro degli Esteri, vicepremier e presidente della Camera, ma in questo caso e al di là di tutto simbolo della svolta di Fiuggi e della nascita di An e dei rivolgimenti che portano all’oggi attraverso quelli che, per gli astanti, in una sorta di ricordo collettivo evocato dai relatori, paiono i giorni grami post scioglimento nel Pdl berlusconiano (“diaspora” nella dicitura più usata nelle risposte date alla moderatrice Hoara Borselli). E insomma: arriva Fini, arriva Arianna, gongola La Russa e si alza il sipario su quella che Bocchino vuole descrivere come la “fiaba” che ha per protagonisti coloro che venivano descritti come “scappati di casa” e invece oggi sono lì, tra Palazzo Chigi e Parlamento (in platea c’è un cartellino segna-posto per il deputato e uomo organizzazione Giovanni Donzelli, ma, per una buona mezz’ora, da quelle parti si vede piuttosto Paolo Angelucci). Nelle parole di Arianna parte intanto l’operazione elegia, nostalgia e narrazione della destra di governo, anzi della generazione degli ex ragazzi di Atreju che oggi è al governo, fin dai giorni in cui lei e la premier, la Giorgia “rimasta se stessa”, dice la sorella, dormivano “una da capo e una da piedi” a Garbatella. Si parla di “popolo”, “destra” e attenzione della destra al “popolo”, corrono parole come “nazione” (in positivo) ed “élite” (in negativo: La Russa traduce “radical chic”) e corre la frase “nemo profeta in patria” (segue racconto dei titoli esteri lusinghieri per la premier, dice Bocchino, che racconta di aver attinto alla descrizione di “un’Italia che non c’è” nei talk show dove, nella sua seconda vita, va a difendere e diffondere la versione di Meloni.
Perché piace, la premier? Questa la domanda, e la risposta “è nel titolo”: è figlia del popolo per prossemica, lessico e spontaneità, dice Bocchino. Arianna quasi si commuove nel rievocare l’episodio in cui sua figlia, ai primi passi in politica, dice che essere “come zia” sarebbe bello e allora lei, madre e sorella, risponde che essere “come zia” è bello, sì, ma che “zia non è sola”. E si capisce che la presentazione del volume è occasione per un pride meloniano estemporaneo quando La Russa nomina e saluta i ministri in platea, accompagnato da applausi da teatro Ariston. “Bella storia”, dice Arianna, alludendo alla loro storia di “comunità che con abnegazione e coerenza” si è fatta avanti nonostante i pronostici infausti. Tutti vorrebbero che La Russa parlasse del referendum o del generale Roberto Vannacci, ubiquo tra Sanremo (chissà) e le prossime fanta-candidature a sindaco di Roma. Ma niente: La Russa al massimo dice che vorrebbe si affrontassero “nel merito” i temi referendari, altrimenti si rischia la diserzione di massa nelle urne, ma poi prendono di nuovo il sopravvento l’elegia, la nostalgia e la narrazione del tempo che fu – nel suo caso, della generazione precedente a quella delle sorelle Meloni, ideologizzata e “democratica”, dice, all’interno di un partito in cui “si votava anche per le priorità in lista” sulla scheda elettorale. Si parla persino di fisiognomica meloniana (domanda: perché Giorgia Meloni ha sempre il volto corrucciato? Risponde La Russa, dando fondo al ricordo del giorno in cui la futura premier tirò fuori una foto di quando aveva otto anni, e la faccia era la stessa, pensosa più che “incazzosa”). Ce n’è abbastanza per far sobbalzare la tanto vituperata élite e per sbalordire il radical chic, ma La Russa prosegue, seguito da Arianna che rievoca il congresso di Viterbo in cui si scontrarono, per il vertice del movimento giovanile, sua sorella e l’oggi eurodeputato Carlo Fidanza. Applausi. Ma non tanti come quelli che scrosciano quando il presidente del Senato sventola verbalmente, come fosse medaglia, l’appellativo che i nemici di Meloni hanno affibbiato a Meloni: borgatara. E tutto si tiene: più popolo di così non si può, per celebrare la cosiddetta “figlia del popolo”.