Modello Martina

Strano a dirsi, eppure maggioranza e opposizione si accordano non solo sulla Fao

Marianna Rizzini

Ucraina, femminicidio, fondi Pnrr, maggiore età digitale (e chissà: cybersicurezza? Terrorismo?). Le materie che uniscono Pd e FdI (a dispetto delle apparenze). L'intesa recente sugli aiuti a Kyiv, e quando il Pd e FdI si sono trovati concordi, a Strasburgo, sull’uso dei fondi Pnrr per la Difesa, nel giugno del 2025

Roma. Accuse reciproche in superficie, dialogo sottotraccia: la buona notizia è che maggioranza e opposizione, a dispetto delle apparenze, non soltanto a volte si parlano, ma a volte (anche) si accordano. E’ successo due giorni fa a Bruxelles, quando il vicepremier, ministro degli Esteri e leader di FI Antonio Tajani e il ministro dell’Agricoltura ed esponente storico di FdI Francesco Lollobrigida hanno annunciato di aver candidato a direttore della Fao l’ex ministro dell’Agricoltura dem ed ex segretario del Pd Maurizio Martina. Motivazione: un premio “al merito”, nonostante “la storia politica differente”, in nome del superiore interesse del paese e con il “sostegno convinto” della segretaria dem Elly Schlein. Sembra fantascienza, nei giorni esacerbati prereferendum. Invece è realtà che periodicamente s’affaccia tra i Palazzi. 
 
Non stiamo parlando della prassi che consegna di volta in volta all’opposizione la presidenza del Copasir (in questo caso, all’ex ministro dem Lorenzo Guerini, eletto il 7 dicembre 2022), né (per un fattore temporale, ché si risale alla legislatura precedente) delle nomine decise in concordia bipartisan, nel 2020, per il Garante della Privacy Pasquale Stanzione e per il presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella o di quella del presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli (nel 2019), ma dell’interlocuzione non scontata su temi anche divisivi, e della testardaggine di pontieri e ambasciatori dei due fronti  che supera muri e steccati anche quando tutto, attorno, sembra remare contro la parola “trasversale”. Ed è un’interlocuzione difficile quella che ha portato, alla Camera, l’11 febbraio scorso, sebbene nella cornice della questione di fiducia (207 voti favorevoli e 119 contrari) e al netto di dubbi trasversali e dei voti contrari delle sinistre-sinistre e delle destra-destra, maggioranza e opposizione a votare insieme per il decreto Ucraina che proroga fino al 31 dicembre 2026 l’invio di mezzi e materiali militari a Kyiv (ieri il provvedimento è arrivato in Senato). Lungo il crinale che collega Italia ed Europa sui temi delle politiche europee e di difesa, tra l’altro, il Pd e FdI si sono già trovati concordi, a Strasburgo, sull’uso dei fondi Pnrr per la Difesa: in un voto al Parlamento europeo nel giugno del 2025, infatti, il Pd, non senza patema interno ed esterno (con gli alleati), ha votato con FdI e FI i provvedimenti che permettono di destinare parte dei fondi del Pnrr (Recovery fund) al settore della Difesa. E anche se sulla politica estera spesso oscillano, al loro interno, entrambi gli schieramenti, emerge sempre più un nucleo trasversale di dialoganti nei due principali partiti di maggioranza e opposizione. 
Meno tormentato, invece, è stato il comune percorso della legge che ha introdotto il reato specifico di femminicidio, approvato all’unanimità sia alla Camera sia al Senato nel novembre del 2025, con pene che arrivano fino all’ergastolo per l’omicidio di una donna “motivato da odio, discriminazione, controllo o possesso”. Ed è stato bifronte, e promettente nella chiave del superiore interesse non partigiano, l’accordo che, a fine 2025, aveva portato la Camera, previa stretta di mano tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Schlein, al voto bipartisan sul disegno di legge contro la violenza sessuale, introducendo il principio del “consenso” (ma, a inizio 2026, il provvedimento, su frenata della maggioranza, si è arenato in Senato proprio sul “consenso”). Andando a ritroso, una penna trasversale, per volontà delle deputate di FdI Lavinia Mennuni e del Pd Marianna Madia, aveva messo mano, lo scorso anno, alla complessa e molto attuale materia della “maggiore età digitale”, in un momento in cui in Europa e non solo (vedi Australia) si discute di innalzare un argine anagrafico davanti al dilagare della dipendenza da social tra gli adolescenti. E anche se quel disegno di legge è fermo, si spera, trasversalmente, di poter presto superare gli ostacoli che si frappongono sulla via dell’approvazione. Ancora prima, è stata la legge sull’oblio oncologico (2023) a unire maggioranza e opposizione sotto la bandiera della tutela delle persone guarite da un tumore, garantendo loro il diritto a non dover fornire informazioni a fini assicurativi o bancari né a subire indagini sulla pregressa malattia allo scadere dei dieci anni dalla conclusione delle terapie. La speranza è che il filo del dialogo, seppure sepolto sotto agli slogan — si augurano i pontieri dalle due parti — porti ad accordarsi anche su cybersicurezza, piazze, contrasto al terrorismo di matrice jihadista e, ultimo ma non ultimo, legge elettorale. 
 


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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.