Uno vale doppio

Il doppio staff di Roberto Fico. Dal taglio dei parlamentari alla Camera con vista

Ginevra Leganza

Il governatore Cinque stelle della Campania, e già presidente a Montecitorio, avrebbe mantenuto i suoi uffici e collaboratori a Roma. Storia di un ex anticasta stregato dal Palazzo 

Uno vale uno finché qualcuno non costa il  doppio. E così Roberto Fico – già terza carica dello stato e  presidente, oggi, della Campania – avrebbe uno staff al quadrato. Una squadra  a Napoli, nella torre del Consiglio, e un’altra qui a Roma: a Montecitorio. Qui dove l’asso dei Cinque stelle – ci dicono – ha conservato pure gli  uffici. Ossia le stanze cui certo ha diritto. I locali che nessuno può contestargli –   non politicamente – e che tuttavia gli si contesta eticamente. (Chi di “codice etico” ferisce, di “codice etico” poi perisce)... Perciò la questione, s’intende, più che alla Camera afferisce alla Casta. Al privilegio che si perpetua allorché  diventa seconda pelle. Insomma al  doppio staff, più che alla doppia morale, che Fico dovrebbe conservare per la legislatura in corso.

 Alcuni parlamentari di centrodestra, contattati da questo giornale, confermano d’essersene accorti e di aver posto il tema. L’uomo che arrivava alla Camera con bus sgarrupato, di Roma ha scartato l’orrido (l’Atac) per serbare solo il sublime. Ha disertato  i sedili zozzi,  ma s’è tenuto un angolo di Palazzo. Di quel Palazzo, appunto, che l’ha  cambiato e che l’ha affinato. Che l’ha reso trait d’union tra Movimento e Quirinale. Capace di tradurre al Colle le istanze più sguaiate dei Cinque stelle. 
Apprezzato da Mattarella, agile in contiane “interlocuzioni”,  Fico, oggi, è quasi un neo Tarzan partenopeo. Bus e auto blu come liane. 


Nel collegio dei Questori, comunque, ne hanno parlato. Gli hanno rivolto la domanda – sinora inevasa – e hanno percepito nel silenzio una sua conferma. Chi gli è vicino, al Foglio, non ha saputo  bene cosa rispondere. Non ha smentito e neppure ha spiegato perché non sa se il presidente, e successore di De Luca, abbia deciso o meno di rinunciare al suo vantaggio. 


A ogni modo,  poiché la storia è “un cimitero di aristocrazie”, già nel 2022 l’uscente presidente della Camera non volle rinunciare all’ufficio con  staff. Non più onorevole – ma non più avvezzo a suntuarie scatolette di tonno – Fico si avvalse già allora delle sue prerogative. Non per “riccanza”, ovvio, ma per decoro (il gozzo ancora non esisteva). Contro il grillino si rivoltò  l’ex compagno di partito Alessandro Di Battista, sperando si trattasse d’una menzogna. Macché. L’ufficio era (ed è) all’altana di Montecitorio. Appena sotto il pulpito dove i Cinque stelle protestarono contro un ddl sulle riforme. Là dove dispiegarono, nel 2013, lo striscione: “Giù le mani dalla Costituzione”. 
Quattro anni fa Fico volle mantenere i suoi collaboratori, sia pure in formato ridotto. Oggi, dopo  l’elezione in regione, dovrebbe mantenere ancora  il cordone con Roma. Governatore della Campania, certo, ma pur sempre  presidente della Camera con vista.