Ansa
l'editoriale del direttore
Meno agenda Trump: Meloni segua l'agenda del partito del pil
Bene la stabilità, ma non ci si può accontentare, pena l’immobilismo. Abbassare le tasse, incentivare gli investimenti, favorire il mercato e la concorrenza per far crescere il paese. C’è bisogno di politiche ambiziose: se non ora, quando?
Qual è il giusto confine tra tattica e strategia? Che differenza c’è tra sovranismo autolesionista e sovranità europea? Quand’è che la saggia prudenza di governo si trasforma in pericoloso immobilismo politico? Il funambolico mondo della destra italiana dovrebbe ascoltare un po’ meno le minacciose sirene del trumpismo, in tutte le sue sfumature estremiste, e ascoltare di più i suggerimenti e le domande che di tanto in tanto il partito del pil consegna alla presidente del Consiglio. Ascoltare un po’ meno l’agenda Trump e un po’ più l’agenda del partito del pil non è solo un astratto esercizio retorico ma è una scommessa politica vera, concreta, che ci permette di mettere a fuoco, con molta chiarezza, qual è il bivio di fronte al quale si trova oggi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, non a pochi mesi dalla fine della legislatura, ma in una sua fase decisiva (si dovrebbe votare in autunno, autunno 2027, ma si voterà prima, nella primavera del prossimo anno).
Capire qual è il bivio che si pone di fronte al governo Meloni significa comprendere quali sono i pericoli e le opportunità che si presentano dinanzi all’Italia e la questione in fondo è fin troppo semplice da capire. L’opportunità è evidente. Nel contesto europeo, l’Italia è un unicum positivo, per certi versi magico, e pochi paesi come il nostro possono avere contemporaneamente una pace sociale diffusa, un governo tutto sommato stabile, un’opposizione non estremista, un mercato del lavoro sano, seppure macchiato da un grave deficit che riguarda i salari. L’opportunità, si diceva, è dunque chiara: in questo quadro, l’Italia potrebbe e anzi dovrebbe alzare l’asticella, non dovrebbe accontentarsi solo di stare in modo ordinato in carreggiata, preoccupandosi di non sbandare, ma dovrebbe sfruttare questo equilibrio magico, rafforzato dalla presenza di una presidente del Consiglio rispettata fuori dai confini del nostro paese, per andare più veloce e alzare l’asticella delle ambizioni. Dall’altra parte, invece, è chiaro anche il rischio, è chiara l’altra strada che si apre di fronte al bivio italiano, e il rischio è quello di trasformare la stabilità in un valore a sé stante, di accontentarsi di quel che si ha e di essere vulnerabili dinanzi alle molte minacce che vi sono in questo momento in giro per il mondo, dal populismo trumpiano al nazionalismo antieuropeista.
Ascoltare l’agenda Marina, dove per agenda Marina si intende il tentativo della primogenita di Silvio Berlusconi di spingere il centrodestra verso un percorso politico in cui il sostegno al partito del pil non è solo di facciata, significa capire questo. Ma cos’è davvero il partito del pil? Non è un partito organizzato, non è una corrente, non è una sigla. E’ l’insieme di chi produce ricchezza, di chi investe, di chi esporta, di chi assume, di chi rischia capitale proprio. E’ il mondo delle imprese manifatturiere, delle filiere dell’export, dell’innovazione tecnologica, della logistica, dell’energia, delle startup, dei distretti industriali. E’ il pezzo d’Italia che tiene in piedi il saldo commerciale, che rende il paese attrattivo per gli investimenti stranieri, che chiede meno burocrazia, meno incertezza normativa, meno tasse e più concorrenza. E’ un partito senza tessere ma con numeri, senza leader ma con fatturati, senza piazze ma con mercati.
Sostenere il partito del pil significa capire che essere trumpiani in America può essere spiegabile, naturalmente, ma esserlo in Europa è totalmente incomprensibile (e il fatto che Meloni abbia fatto in Europa asse con un antitrumpiano come Merz, cancelliere tedesco, è quantomeno incoraggiante), perché vuol dire molto semplicemente lavorare contro l’interesse nazionale dei paesi europei, compresa l’Italia (chissà se il patriota Salvini lo capirà mai). Per dire. Ci possono essere dubbi intorno al fatto che avere un’America meno presente nella difesa dell’Ucraina è un danno enorme per un’Europa esposta alla minaccia putiniana? Ci possono essere ancora dubbi intorno al fatto che avere un’America protezionista rischia di essere un danno enorme per i paesi come l’Italia che vivono di esportazioni? Ci possono essere ancora dubbi intorno al fatto che avere un’America desiderosa di disgregare l’Unione europea, scommettendo sulla sua frammentazione attraverso infiniti rapporti bilaterali, rischia di essere un dramma per tutti coloro che sanno quanto la forza dei paesi europei è direttamente proporzionale alla forza che ha la sovranità dell’Europa?
Capire il bivio di fronte a cui siamo oggi, sfogliando l’agenda del partito del pil, costruendo un’alleanza, significa cogliere con chiarezza quali sono i rischi e le opportunità della fase in cui stiamo vivendo. E significa anche rendersi conto che un pensiero conservatore moderno, ambizioso, desideroso di allargare i suoi confini, desideroso di fare il bene dell’Italia non può rinunciare a mettere in campo politiche ambiziose e strutturali, in grado di non far tornare l’Italia nella stagione della crescita degli zero virgola e in grado di permettere al nostro paese di fare con più forza quello che negli ultimi anni ha provato a fare senza riuscirci pienamente: rendere più semplice la vita agli imprenditori e rendere l’Italia più attrattiva agli occhi degli investitori stranieri.
Per farlo, naturalmente, occorre ricordare che il mercato va monitorato, va studiato, ma va lasciato libero, non va incatenato. E per farlo, dato importante, dato centrale, dato che emerge con chiarezza agli occhi di chiunque si ritrovi a sfogliare l’agenda del partito del pil, occorrerebbe concentrarsi su due temi, che meriterebbero di essere presidiati con più coraggio rispetto a quello mostrato finora. Anche qui, prima ancora delle risposte, sono le domande che contano. E sono le domande che si fa qualsiasi imprenditore con la testa sulle spalle. Se un paese vuole sostenere l’impresa, e dunque crescere, non dovrebbe utilizzare i pochi soldi che ha per abbassare le tasse? Se un paese vuole sostenere la crescita, e dunque creare lavoro, non dovrebbe dare priorità assoluta alle azioni volte a incentivare gli investimenti? Se un paese vuole lottare per l’efficienza, e dunque creare benessere, non dovrebbe considerare la parola concorrenza una virtù e non un tabù? Niente manine alzate, niente ditini puntati, solo l’indicazione di un rischio, di un’opportunità e di un grande bivio di fronte al quale si trova l’Italia meloniana: vivere di ambizione o vivere di rendita.
Essere il partito del pil non è solo una traiettoria retorica. Esserlo implicherebbe assumere un atteggiamento adulto in Europa: combattere gli eccessi dell’Ue (come il Green deal) ma combattere anche per avere più Europa dove non ce n’è abbastanza (il mercato interno). Ma esserlo imporrebbe di conquistare una nuova credibilità dando anche il buon esempio: meno Green deal ma anche meno balneari, meno diametri delle banane ma anche meno infrazioni europee.
Il vero buco nero del melonismo in fondo è questo: non essere riuscito, in quattro anni di governo, a diventare l’azionista di riferimento del partito del pil, del partito della crescita, del partito che chiede all’Italia non solo più competitività in Europa ma anche più competitività nel nostro paese. Non è un caso che Meloni, in quasi quattro anni di governo, non abbia mai trovato il tempo di andare in una fabbrica. Non è un caso che Meloni, in quasi quattro anni di governo, non sia mai riuscita a fare quel passo in avanti necessario per trasformare la nuova credibilità dell’Italia non in una bandiera da sventolare ma in un’opportunità da sfruttare. Meno agenda Trump, più agenda del partito del pil. La differenza tra saggia prudenza di governo e pericoloso immobilismo politico è tutta qui.