Ansa

L'Europa leggera

Indagine sul realismo europeo di Meloni. Parlano Orsina, Della Loggia, Stefanini e Vassallo

Marianna Rizzini

Si va verso un’Europa più “leggera” ma più competitiva o verso un ritorno dei nazionalismi? E la premier in quale direzione si muove? Un girotondo

Il destino dell’Europa, l’inedita intesa Meloni-Merz, la visione di Mario Draghi, Enrico Letta e Mario Monti sulle possibili soluzioni al declino. Si va verso un’Europa più “leggera” ma più competitiva o verso un ritorno dei nazionalismi? E la premier in quale direzione si muove? Abbiamo girato questi interrogativi ad alcuni osservatori esperti. “La realtà sta riportando tutti verso un terreno comune”, dice Giovanni Orsina, direttore del dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli, “un terreno pragmatico sul quale tutti devono abbandonare o rivedere le posizioni precedenti”. Passo avanti o passo indietro? “E’ un passo indietro rispetto al sogno federalista, ma siamo nel 2026 e il processo di integrazione europea risale al 1950: in 76  anni il federalismo, di fatto, è stato rigettato infinite volte. Certo, per i Draghi, i Letta e i Monti federalisti è un passo indietro. Ma quando Draghi parla di federalismo pragmatico, sta dicendo: pur di fare qualcosa, non restiamo aggrappati al feticcio dell’integrazione federale; cerchiamo di muoverci intanto  con chi ci sta, inevitabilmente in forma di convergenza intergovernativa. Draghi e Letta rinunciano al sogno federalista, Meloni a quello nazionalista per arrivare all’unica convergenza reale possibile”.
 
 
Lo storico ed editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia vede la situazione attuale, “talmente fluida, a livello mondiale ed europeo, che per Meloni, come per i leader degli altri paesi Ue, è difficile individuare una linea fissa. Di settimana in settimana si definisce la rotta, anche rispetto alla collocazione altrui – che muta a sua volta. In questo assetto, non ci può essere stabilità di rapporti, ma soltanto alcune cose da non fare”. Per Meloni quali sono? “Non abbandonare l’Ucraina né il legame con gli Usa. Poi c’è la partita in Europa, in cui la premier è entrata fin dall’inizio del suo mandato perché un presidente del Consiglio della Repubblica italiana, qualunque sia il suo passato, e anche se prima era contro l’Europa, appena siede a Palazzo Chigi si accorge che non può essere anti-europeista. Naturalmente, poi, si può essere europeisti in mille modi diversi”. Avvicinandosi alla Germania? “Assumiamo come dato certo la nostra per così dire naturale rivalità con la Francia, paese molto simile a noi. E’ più facile mettersi d’accordo con chi ha caratteristiche geopolitiche ed economiche diverse e con cui le esigenze possono essere complementari. Tolta la Francia, e tolta la Gran Bretagna — che è fuori dalla Ue — resta la Germania. Ma credo sia stato il distacco di Merz da Macron a favorire l’intesa tra Germania e Italia. Anche se poi conta la forte integrazione tra la nostra industria quella tedesca e il fatto che la Germania, tra i 4-5 grandi player europei, sia il paese con il governo più a destra”.

 

Si può su questa base costruire un’Europa più forte? “E’ un problema, e in realtà né Draghi né Letta né Monti hanno mai affrontato il punto decisivo, quello che oggi appare palesemente come l’ostacolo – che non è di natura economica, ma politica. E’ immaginabile un’autorità centrale politica europea che decida il da farsi? E come? Qui casca l’asino dell’europeismo: un’autorità politica centrale dovrebbe essere eletta dei cittadini europei, ma come? Al Consiglio europeo 15 capi di stato delegherebbero a unico leader tutto il loro potere? Questo porrebbe, tra l’altro, anche problemi di legittimità costituzionale nei singoli paesi. E l’esercito europeo? Chi dovrebbe dare l’ordine di iniziare a sparare? Diceva Kissinger: non conosco il numero di telefono dell’Europa. Ecco. L’unica cosa che potrebbe spingere verso una soluzione del problema è, forse, un enorme aggravamento della situazione che obblighi tutti a prendere decisioni”.

 

Salvatore Vassallo, docente di Scienza politica e politica comparata all’Università di Bologna, osserva il quadro a partire dalla posizione della premier: “Negli anni in cui era all’opposizione, Giorgia Meloni ha paragonato la Commissione europea a una burocrazia sovietica e l’euro alla schiavitù. Ma, quando è arrivata a Palazzo Chigi, aveva già iniziato ad adottare un atteggiamento diverso. Nel mandato 2019-24 del Pe il gruppo di FdI, come componente di Ecr, aveva tenuto su molti dossier una posizione vicina a quella del Ppe. L’intesa con Merz – che oggi appare come una novità – è insomma frutto di un percorso di avvicinamento tra Fdi/Ecr e Cdu/Ppe che ha preso forma visibile all’avvio della seconda Commissione Von der Leyen e si è approfondito in seguito, attraverso molti canali”. Su che cosa si basa? “Oltre che sul giudizio di reciproca affidabilità, su meno vincoli derivati dal Green Deal, più fermezza sugli ingressi di immigrati irregolari, politiche e accordi per promuovere la crescita dimensionale delle imprese, investimenti per la difesa della sovranità europea”.

 

Chi conosce bene Europa e Stati Uniti come Stefano Stefanini, già ambasciatore italiano alla Nato e consigliere diplomatico di Giorgio Napolitano al Quirinale, vede “il sogno federalista”, se non “sepolto”, di sicuro “accantonato”: “Rimane, dice Stefanini, “un’unione che, su alcuni aspetti importanti, basti pensare all’euro, ha già fatto cessioni di sovranità nazionali importanti. Ma l’idea di un’Europa federale non è nel futuro prevedibile, a mio avviso”. Cosa dobbiamo aspettarci, quindi? “Penso che l’intesa Italia-Germania sia un matrimonio di convenienza, per molti aspetti e anche rispettivamente per i riflessi sulla politica interna: Merz dà a Meloni copertura dal centro e Meloni dà a Merz copertura da destra. Dovremmo però aspettarci un’Europa più leggera sotto alcuni aspetti regolamentari: c’è convergenza di gran parte dei paesi membri sulla necessità di alleggerirsi in questo ambito”. Quanto al “rimpallo di critiche tra Commissione e stati membri nel darsi la colpa dello stallo economico”, dice Stefanini, “la Commissione si difende enumerando le riforme proposte e non implementate dagli stati, ma il fatto che la mancanza di crescita economica non sia attribuibile soltanto ad alcuni stati ma a tutta la Ue, imporrebbe un esame di coscienza”. 
 

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.