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Città in prima linea

Patto trasversale sulla sicurezza, la visione del sindaco di Vicenza Possamai

Marianna Rizzini

Molti primi cittadini dem accolgono la proposta della sindaca di Genova Silvia Salis, tra questi quello di Vicenza: "La sicurezza, dal punto di vista dell’ordinamento giuridico del nostro paese, è una competenza dello stato. I comuni possono aiutare, ma lo stato faccia lo stato”

Un patto trasversale nazionale per la sicurezza urbana che tenga insieme ordine pubblico e giustizia sociale: è la proposta che la sindaca dem di Genova Silvia Salis ha rivolto a maggioranza e opposizione dalle pagine di questo giornale. E’ una strada percorribile? E, se sì, in quale direzione? Giriamo l’interrogativo al sindaco pd di Vicenza Giacomo Possamai. Come coordinatore dei sindaci dei capoluoghi italiani presso l’Anci, Possamai due settimane fa ha organizzato una riunione proprio sul tema sicurezza. “Ne è emerso”, dice, “in maniera assolutamente trasversale, sia dal punto di vista politico sia da quello geografico, un’istantanea molto simile da Nord a Sud. Per esempio rispetto ad alcuni reati legati allo spaccio, tornato in maniera prepotente alla ribalta nelle città – non soltanto in quelle grandi, ma anche in quelle di media dimensione, come pure è riesploso il consumo di sostanze stupefacenti. Che non è un reato, ma un dato che comunque si collega a condizioni di difficile vivibilità. I sindaci, essendo sul territorio, non possono fare altro che intensificare la propria presenza. Ma si rende evidente l’urgenza di un intervento e di una strategia nazionali”. In alcune situazioni, dice il sindaco di Vicenza, “deve prevalere l’aspetto della repressione e del controllo, ma ci sono dati che suggeriscono altro, tornando per esempio al tema dello spaccio e del consumo: quando anche venga agganciato un tossicodipendente dalle unità di strada, se poi non c’è posto nelle comunità di recupero, il tossicodipendente resta per strada. Punto”.

 

Due sono i punti da cui partire: “Primo: la partita intreccia talmente tante competenze che, senza una regia nazionale, non la risolveremo mai. Secondo: c’è un problema di presenza dello tato sul territorio: le carenze d’organico strutturali delle questure e delle forze dell’ordine si riflettono sul territorio, soprattutto negli orari notturni. Come Anci abbiamo chiesto che sia garantita la presenza di una volante ogni 25 mila abitanti. Faccio un esempio: se oggi in una città da centomila abitanti ci sono due volanti operative, alle prime due chiamate si dà una risposta celere, ma il terzo che chiama rischia di aspettare troppo a lungo. E questo ha un impatto non soltanto sulla sicurezza percepita, ma sulla vita reale dei cittadini”. Possamai insiste sulla regia nazionale: “I sindaci in questi anni si sono presi molte responsabilità per dare risposte sul territorio, per il semplice motivo che non le possono spedire ad altro mittente: se un cittadino ti chiede qualcosa – che sia o meno tua competenza diretta – una risposta gliela devi dare. Dopodiché la sicurezza, dal punto di vista dell’ordinamento giuridico del nostro paese, è una competenza dello stato. I comuni possono aiutare, ma lo Stato faccia lo Stato”.

 

A Vicenza, intanto, dice il sindaco, è stata usata la polizia locale come presidio sul territorio. “Abbiamo ripristinato gli agenti di quartiere e i vigili di quartiere. Ma per farlo in modo esaustivo bisogna avere la possibilità di assumere altri agenti, dando risorse ai comuni su questo fronte. Si calcoli che, negli ultimi 15 anni, si sono persi 12.000 agenti di polizia locale in Italia”. Come garantire la sicurezza in piazze sempre più calde, questo è anche il problema, oggi. Un problema che si intreccia con il crescente disagio giovanile e con l’emergere di nuove pulsioni anarchiche. “Tema non nuovo”, dice Possamai, “ma su cui i sindaci hanno ancora meno strumenti di intervento. Per me il punto è riuscire a tenere insieme la libertà di manifestare e il fatto di farlo secondo i principi costituzionali”. C’è chi teme che alcuni movimenti antagonisti sfruttino a loro favore il disagio giovanile. “Noi sindaci osserviamo la situazione con enorme preoccupazione. L’aspetto repressivo e di rispetto delle norme, soprattutto quando si parla di minorenni, non è risolutivo. Occorre una strategia anche in questo caso. Per esempio: il nostro paese non ha ancora neppure istituito lo psicologo di base, cioè la possibilità per tutti i ragazzi di avere una sorta di accompagnamento nei momenti difficili. In Italia o hai le risorse per andare dallo psicologo o non ci vai, cosa tanto più grave se si pensa che molti minorenni sono stati pesantemente colpiti dalla pandemia. Strategia significa infine affrontare il tema della violenza in modo coordinato, dal punto di vista della sicurezza, della sanità, della scuola. Non è chiudendo una cella e buttando via la chiave, insomma, che arriviamo a risolvere il problema”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.