L'intervista
“Ora Zaia e Fedriga trovino il coraggio che non hanno mai avuto”. Parla Favero, l'ideologo della Liga veneta
L’uscita di Vannacci dal Carroccio “è l’occasione di riscattare una pagina umiliante”, dice l’ex consigliere regionale. “Salvini ha sbagliato tutto. Ma da Zaia in giù, oggi è troppo facile sparare contro il generale: perché al congresso federale nessuno aveva aperto bocca?”
È il giorno della rivincita. Mentre a Roma si consuma la tragicommedia del generalexit, in Veneto si stappa la bottiglia buona. “Fora!”, esultano i leghisti storici, dopo lunghi mesi passati a ingoiare il rospo. “L’operazione Vannacci è stato l’ennesimo grave errore di Salvini”, sintetizza Marzio Favero, ideologo della Liga non ricandidato alle ultime elezioni proprio per le sue critiche alla linea. “Aver preso sul serio la possibilità di collaborare con un profilo del genere è inconcepibile: oggi la politica si fa con la logica degli influencer, cavalcando le onde mobili del consenso. All’epoca Vannacci era salito alla ribalta della cronaca grazie ai consueti autogol degli intellettuali di sinistra, e Salvini ha deciso di sfruttarlo per ragioni elettorali. Sorprendersi che col passare del tempo anche Vannacci abbia voluto sfruttare Salvini, è quantomeno ingenuo”. Eppure, a sentire il ministro, ci eravamo tanto amati. “Tutto questo è irrispettoso nei confronti di chi ha sempre dato l’anima per il partito: davvero serviva lo strappo di questi giorni, per accorgersi che questo elemento col Carroccio non c’entra nulla e non poteva mai essere una risorsa per la Lega? Trasformarlo in vicesegretario federale era stato un altro madornale abbaglio”. E adesso, zaiani alla riscossa? “Magari. Ma non mi illudo che Zaia e Fedriga prendano in mano le redini del movimento: se uno il coraggio – nel senso più manzoniano del termine – non l’ha mai dimostrato, può davvero darne prova in futuro? Ho più fiducia nella base militante, da sempre la nostra anima: è l’ora del redde rationem. Di restituire alla Lega la sua identità in luogo dei like”.
Favero ne parla dalla sua Montebelluna, con rasserenato distacco: superata l’amarezza delle ultime regionali, oggi è tornato a insegnare filosofia al liceo dopo 27 anni. “È un bel ritorno alle origini”, sorride il professore. “Non sono stato ricandidato per le cose che ho detto, ed è un prezzo che pago volentieri. Essere coerenti è un dovere. E un po’ di filosofia, di esistenzialismo, farebbe bene anche alla Lega: ogni tanto occorrerebbe proprio fermarsi a riflettere, ragionando sul partito che vogliamo essere. È umiliante aver perso la faccia in nome di un individuo che inneggia a Mussolini e a un’Italia ultranazionalista, mentre la Lega è da sempre antifascista e federalista. E così deve restare. Vi ricordate cosa diceva Bossi? Mai al governo con la porcilaia fascista”. I tempi però sono cambiati. E il Carroccio pure. “Nel mio rimprovero è troppo facile sparare contro Vannacci. Quando Salvini decise di dargli tutto questo spazio, nel segno dell’incompatibilità ideologica, perché gli altri membri del federale hanno taciuto?” Ottima domanda: lo scorso aprile a Firenze l’unica voce fuori dal coro era stata quella di Roberto Marcato, ex assessore di Zaia, a gamba tesa contro il generale sin dalla prima ora. “Ecco. Adesso tutti bravi a dire che rappresentava un corpo estraneo, Zaia incluso. Perché chi ha ruoli apicali è rimasto in silenzio?”
Eppure talvolta la politica si gioca sul tempismo. È vero, il doge e Fedriga hanno indugiato a lungo, mancando l’enorme occasione di cambiare volto al partito. Forse però, con l’uscita di Vannacci, quest’occasione si ripresenta. “Questa vicenda non sarà priva di contraccolpi”, conviene Favero. “Se è vero che il generale ci aveva dato un 2 per cento in più, è chiaro che da oggi noi abbiamo un 2 per cento teorico di voti in meno. È giunto il momento di fare quel che non si è mai osato negli ultimi anni: un congresso orientato su contenuti, idee, obiettivi. Non c’è solo la grana Vannacci: c’è il prezzo da pagare per l’antieuropeismo d’accatto, per la svolta sovranista che nulla ha a che fare con la Lega. Senza perdere di vista i nostri traguardi fondativi: non mi spiego perché i grandi capi facciano finta di nulla dopo la sentenza della corte costituzionale sull’autonomia”.
In questo periodo Salvini ha tante cose a cui pensare, diciamo. “Salvini è dal Papeete in poi che come si muove fa danni. Ora si abbia l’umiltà di fare mea culpa e di ripensare al partito che vogliamo essere”. La tesi del professore: “Sant’Agostino diceva che ci sono due chiese, quella istituzionale e il corpo vivo. Ecco: per quanto la prima soffra, sulla bontà della nostra classe dirigente fortemente territoriale non ci sono dubbi. Dunque ben vengano gli Zaia e i Fedriga, se davvero si dovessero porre in antagonismo all’attuale leadership. Ma le scelte dovrebbero avvenire dal basso, con i congressi provinciali e regionali. Bisogna osare”. Talvolta pure la massima dannunziana può fare il gioco dei vecchi leghisti. Ritorcendosi contro il generale, e chi l’ha voluto.