Gemelli per il Sì

Pera&Salvi, da opposti schieramenti uniti nel merito come 28 anni fa

Amarcord comune su una "riforma condivisa", quella sul giusto processo, sperando che parli all'oggi

Marianna Rizzini

“Eravamo all’opposizione, come centrodestra”, racconta Marcello Pera, che a un certo punto si trovò a bussare alla porta di Salvi, allora capogruppo Pds (poi Ds) in Senato, per parlare del processo accusatorio davanti a un giudice terzo. E Salvi: “Interpretai il silenzio di D’Alema come assenso. E alla fine il consenso fu notevole”

“Nel suo piccolo, è una Giornata della memoria”, dice Marcello Pera, filosofo, ex presidente del Senato, nume tutelare dei primi governi Berlusconi, oggi senatore per FdI. Una piccola Giornata della memoria che piove diretta nel campo esacerbato della campagna referendaria; una giornata da condividere, in vista del convegno bipartisan “Le ragioni del Sì”, in programma domani in Senato, con il gemello diverso Cesare Salvi, giurista, ex ministro nei governi D’Alema e Amato nonché storico esponente dell’ex Pci e del partito poi uscito dalla svolta della Bolognina. Si guardano e annuiscono ricordando giorni aspri ma costruttivi, i due – Pera che c’era fin dalla discesa in campo del Cav. e Salvi che c’era quando a sinistra “esisteva ancora il Pds”, sospira sorridendo. Ed è in nome di quei giorni sospesi tra 1998 e 1999 che Pera e Salvi presentano l’evento di domani, momento di dibattito “nel merito”. Tra i tanti relatori, figurano l’ex-presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, Antonio Baldassarre, Gaetano Quagliariello, Claudio Petruccioli, Enrico Morando, Giorgio Tonini, Stefano Ceccanti, Nicola Latorre, Claudia Mancina e Claudio Velardi.

 

Ventotto anni fa, racconta Pera, vari partiti che si trovavano in poli opposti si ritrovarono a decidere insieme come modificare l’articolo 111 della Costituzione per procedere verso il giusto processo di cui, dicono oggi i due promotori dell’evento, la separazione delle carriere sarebbe necessario complemento. “Eravamo all’opposizione, come centrodestra”, racconta Pera, che a un certo punto si trovò a bussare alla porta di Salvi, allora capogruppo Pds (poi Ds) in Senato, per parlare del processo accusatorio davanti a un giudice terzo. Ed è proprio l’introduzione del processo accusatorio che rende urgente, dice, la riforma di oggi. “Fu un’esperienza intellettuale illuminante”, racconta Pera, ricordando come i rapporti tra i protagonisti di allora – Massimo D’Alema e Romano Prodi da un lato, Silvio Berlusconi dall’altro – “non fossero migliori” di quelli che corrono tra i protagonisti di oggi. Eppure “la riforma fu condivisa”, dice, vedendo “la brutta piega che ha preso la discussione odierna” e sperando, con il convegno, “di portare un contributo al merito e alla serenità”. “La struttura dell’attuale riforma corrisponde a una logica garantista e il garantismo non è né di destra né di sinistra”, dice intanto Salvi, ricordando tra le righe il modus operandi di allora: “Andai avanti senza chiedere nulla ai vertici e interpretai il silenzio di D’Alema come assenso. E alla fine il consenso fu notevole”.

 

E a chi, dal fronte del No, oggi teme sia in pericolo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, Salvi dice: “Invito chi pone questo tema a leggere l’articolo 1 della legge su cui siamo chiamati a votare, che inizia esattamente ribadendo questi principi di autonomia e indipendenza. Chi dice il contrario o non ha letto il testo o sostiene il falso. E questa nostra iniziativa, credo, dimostra che, con un po’ di buona volontà, si sarebbe potuto anche stavolta trovare una soluzione condivisa. E’ stato un errore non cercarla”.

 

Quando un cronista gli chiede se qualcuno, a sinistra, lo abbia già scomunicato per la sua posizione non condivisa nel corpaccione del Pd schleiniano, Salvi risponde: “Ma che scomuniche mi devono arrivare, io non sono più iscritto a nessun partito, pur restando un uomo di sinistra... Finora, comunque, non mi ha insolentito nessuno. Ma risponderei quello che disse un grande esponente del Partito comunista, purtroppo di recente scomparso, Aldo Tortorella, in occasione del referendum sulla responsabilità civile dei giudici”. L’orientamento iniziale del partito, racconta Salvi, era votare no: “Tortorella però spiegò che bisognava affrontare questo tema dal punto di vista dei cittadini. E pose questa domanda: è giusto o no che un magistrato, quando compie gravi errori, venga chiamato a rispondere? Tutti risposero sì. E fu la posizione poi assunta dal Pci”. Fuori infuriava la campagna: “State con Craxi, state con Craxi...”. “Invece no”, dice Salvi, “noi eravamo dalla parte del merito, avevamo deciso soltanto nel merito”. E magari fosse oggi di nuovo possibile, dicono infine, e senza parole, i volti pensierosi dei gemelli diversi.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.