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L'ideologia in farmacia. Monza vuole boicottare i farmaci israeliani. Polemiche e paradossi etici

Enrico Cicchetti

Il Consiglio comunale ha votato per escludere progressivamente Teva dalle farmacie pubbliche. Le opposizioni insorgono, i promotori rivendicano la propria scelta. Ma se la salute diventa terreno di battaglia politica, chi ci rimette sono i pazienti. Il confine sottile tra contestazione e diritto alla cura

Il Consiglio comunale di Monza ha approvato una mozione che invita le farmacie comunali a interrompere, progressivamente, la commercializzazione dei farmaci prodotti da aziende israeliane, a partire da Teva, uno dei maggiori gruppi farmaceutici al mondo nel settore dei medicinali generici. Il provvedimento, presentato dalla lista civica di maggioranza LabMonza, è passato con 16 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astenuti, tra cui il sindaco Paolo Pilotto. Il testo impegna l’amministrazione a “orientare le politiche delle farmacie comunali verso criteri di coerenza con il diritto internazionale e i diritti umani”, chiedendo di non rinnovare alla scadenza i contratti di fornitura con Teva e di sostituire i prodotti con farmaci equivalenti disponibili sul mercato. Una scelta che ha immediatamente acceso un ampio dibattito politico e istituzionale, ben oltre i confini cittadini.

Il Comune ha diffuso una nota di precisazione: oggi le undici farmacie comunali gestite da FarmaCom continuano a vendere regolarmente tutti i farmaci, compresi quelli di aziende israeliane. L’eventuale decisione operativa spetterà al consiglio di amministrazione di FarmaCom, società a capitale misto pubblico-privato, che mantiene piena autonomia. In altre parole, la mozione ha un valore di indirizzo politico, non un effetto immediato sugli scaffali.

Resta però il segnale. Ed è un segnale che porta la politica internazionale dentro un ambito – quello della sanità – tradizionalmente regolato da criteri di efficacia clinica, continuità terapeutica e appropriatezza delle cure.

Teva è un colosso globale con decine di stabilimenti nel mondo, presente in Italia dal 1996, attivo in aree fondamentali come neurologia, apparato respiratorio, cardiovascolare, gastrointestinale e dermatologia. Secondo i dati dell’azienda, nel nostro paese ogni minuto vengono vendute oltre 200 confezioni di suoi prodotti. I promotori della mozione sostengono che l’esclusione di Teva non ridurrà l’accesso alle cure, perché saranno sempre garantiti i farmaci equivalenti autorizzati dall’Aifa. “Escludere Teva non significa ridurre l’accesso ai farmaci, ma scegliere forniture eticamente responsabili”, afferma il consigliere di LabMonza Francesco Racioppi. Il collega Lorenzo Spedo rivendica il principio secondo cui “anche le scelte di approvvigionamento delle aziende pubbliche sono scelte politiche”.

Il punto, tuttavia, è proprio questo: se ogni farmaco diventa un veicolo di messaggio politico, il rischio è che il confine tra cura e battaglia sui simboli si assottigli fino a scomparire. Un caso concreto lo dimostra: il gel enzimatico NexoBrid sviluppato dall’azienda israeliana MediWound e utilizzato per trattare undici ragazzi italiani gravemente ustionati nell’incendio di Crans-Montana (ne scrivevamo qui). Si tratta di un gel capace di rimuovere i tessuti necrotici senza ricorrere subito alla chirurgia. Lo stesso prodotto è stato impiegato anche per lenire le ferite delle vittime degli attacchi di Hamas del 7 ottobre. In casi come questi, la provenienza geografica del farmaco appare secondaria rispetto al suo valore terapeutico.

  

    

Le reazioni politiche

Questo paradosso alimenta le critiche di una parte consistente del mondo politico. La Lega parla apertamente di “vergogna”. L’ex sindaco Marco Mariani, medico, afferma: “I farmaci non devono essere accostati a qualsivoglia tematica politica e le farmacie devono offrire un servizio completo a prescindere”. La segretaria cittadina Roberta Gremignani cita proprio il caso NexoBrid usato a Crans-Montana e aggiunge: “Boicottare un’industria farmaceutica perché israeliana è un’assurdità”. Forza Italia definisce la mozione “grave e pericolosa”. In una nota degli azzurri si legge: “Decisioni legate alla salute pubblica non possono essere piegate a logiche ideologiche. Trasformare le farmacie in luoghi di scontro politico anziché presidi sanitari al servizio dei cittadini non tutela la comunità”. Il capogruppo Massimiliano Longo avverte che i cittadini potrebbero semplicemente rivolgersi alle farmacie private, “penalizzando il servizio pubblico senza alcun beneficio concreto”, e paventa il rischio di contenziosi legali.

Anche in Regione Lombardia la scelta viene definita “ideologica e miope”. Secondo il capogruppo leghista Alessandro Corbetta, Monza rischia di trasformare “un servizio pubblico essenziale in strumento di propaganda politica”.

Nel frattempo FarmaCom dovrà valutare se e come recepire l’indirizzo del Consiglio comunale, tenendo conto di contratti in essere, scorte di magazzino e soprattutto del diritto alla continuità terapeutica.

  

Una domanda che resta aperta

La vicenda di Monza pone una questione che travalica i confini della città brianzola: quando la politica entra in farmacia, chi ne paga il prezzo? La salute pubblica può diventare terreno di boicottaggio senza che questo comprometta il principio fondamentale per cui davanti a una malattia, non dovrebbero esserci bandiere ma solo cure? La risposta non è scontata. Ma forse vale la pena ricordare che il banco di una farmacia non è un seggio elettorale, e che chi vi si rivolge cerca sollievo, non campagne identitarie. Nel delicato equilibrio tra valori etici e diritto alla cura, il rischio è che a rimetterci sia proprio il cittadino: quello che ha bisogno di un farmaco, non di un manifesto politico.

  

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti