Ansa

il colloquio

Europa, dazi, difesa, libertà, Trump e futuro. Intervista a Giorgia Meloni

Claudio Cerasa

“Il caos si sta moltiplicando e un’Europa in grado di difendersi da sola può far sentire la propria voce. La libertà difesa dall’Ucraina è anche la nostra. Mercosur? Italia determinante”. Due chiacchiere con il capo del governo

Sfide del presente e trappole del futuro. Estremismi da scartare e alleati da governare. Minacce visibili e trabocchetti da evitare. E poi tutto il resto: Putin, Trump, il protezionismo, la globalizzazione, l’Europa, la difesa, la sicurezza, il commercio, l’economia, la crescita e il tentativo non semplice di trasformare le molte crisi sistemiche in mezzo alle quali si trova il nostro continente, e anche l’Italia, in opportunità. Con un filo conduttore difficile da maneggiare ma necessario da mettere a fuoco. Primo: cosa vuol dire oggi provare a difendere la libertà? Secondo: come provare a difendere l’interesse nazionale in una stagione in cui gli ostacoli per la difesa dell’interesse nazionale si nascondono anche in luoghi e in realtà inaspettati? Giorgia Meloni accetta per qualche istante di dialogare con il Foglio, nel giorno del nostro trentesimo compleanno, cin cin, e i pochi minuti che abbiamo a disposizione scegliamo di usarli per provare a mettere a fuoco cinque temi. Niente pettegolezzi, niente retroscena, niente soglie di sbarramento. Molta Russia, molta Ucraina, molta sicurezza, molta crescita, molta economia. Tema numero uno, secco: presidente Meloni, cosa si può fare per provare a convincere Trump che difendere l’Europa dai nemici esterni è anche nell’interesse americano? “Vede, direttore, prima ancora di convincere gli americani, penso che dovremmo convincere noi stessi, perché temo che questa consapevolezza sia ancora molto scarsa. Per lungo tempo, l’Europa ha rinunciato a occuparsi della propria sicurezza e, nel tempo, si è arrivati addirittura a pensare che non esistesse alcun pericolo esterno dal quale doversi difendere. Non è un caso, infatti, che gran parte della sinistra italiana ed europea sostenga, ancora oggi nel contesto in cui ci troviamo, la tesi che le spese per la sicurezza e per la difesa siano inutili. Purtroppo, la realtà è molto diversa da ciò che vorrebbe la sinistra. Viviamo in un’epoca nella quale l’instabilità e l’incertezza sono diventate la normalità, ed è nostro dovere agire di conseguenza. Sarebbe esiziale, per i nostri popoli e per le nostre democrazie, nascondere la testa sotto la sabbia e pensare che il problema non esista. Quando ci lamentiamo del fatto che gli americani vogliono diminuire la loro presenza, e dunque la loro influenza, in Europa, che cosa stiamo dicendo esattamente? Che vogliamo continuare a demandare a loro le nostre responsabilità di nazioni sovrane? E non trova che sia un paradosso che proprio quelli che fanno continuamente polemica sui rapporti con gli Stati Uniti, che si stracciano le vesti per una presenza di esponenti delle forze di sicurezza statunitensi durante le Olimpiadi, come accade sempre in questi eventi con i diversi paesi alleati, poi chiedano agli Stati Uniti di continuare a occuparsi della nostra difesa? Credo che questa confusione sia uno dei nostri principali problemi. Dopodiché ho sempre difeso, nel rapporto con gli Stati Uniti, l’unità dell’occidente. Sono convinta che solo un occidente forte e coeso possa fronteggiare le sfide globali di quest’epoca, e questo vale tanto per gli europei quanto per gli americani”.

 

Difesa, si diceva. Difendere la libertà, la nostra libertà, oggi significa sapere difendere anche i confini della nostra democrazia, confini che incidentalmente in questa fase storica coincidono anche con i confini dell’Ucraina. Ma per difendere i nostri confini, a proposito di difesa, occorre capire cosa si intende quando si parla del tema dei temi: difesa europea, d’accordo, ma in che senso? Due giorni fa, l’ammiraglio Cavo Dragone, alla guida del Comitato militare dell’Alleanza atlantica, ha detto al Corriere della Sera che l’esercito europeo non serve, basta la Nato, e occorre solo pensare a come farla funzionare ancora meglio. E per farla funzionare meglio, ha detto ancora Cavo Dragone, bisogna continuare anche a difendere l’Europa da tutte le minacce esterne, a partire dalla Russia, ricordandoci che per avere la pace sostenere l’Ucraina è una via necessaria e doverosa. E’ quello che pensa anche Giorgia Meloni o no? “Condivido in gran parte quanto detto dall’ammiraglio Cavo Dragone. Credo che ci sia un po’ di confusione su che cosa si intenda per esercito europeo. Il sistema di difesa occidentale è costruito sulla sinergia e sull’interazione, nell’ambito dell’Alleanza atlantica, tra le Forze armate delle diverse nazioni che fanno parte della Nato. La realtà politica da cui provengo sostiene da sempre che la Nato debba poggiarsi su due solide colonne: una nordamericana e una europea. Due colonne che siano di pari forza e di pari dignità e che siano in grado di relazionarsi su base paritetica. Siamo ancora molto lontani da questo scenario, e questo governo lavora fin dal suo insediamento per colmare questo divario. Perché un’Europa in grado di difendersi da sola è un’Europa che può far sentire la propria voce e determinare pienamente il proprio destino. Soprattutto in un tempo nel quale il caos si moltiplica e le certezze che avevamo vengono meno. E l’origine drammatica di questo caos è proprio l’invasione russa dell’Ucraina. In questo quadro, sono convinta che la libertà che viene difesa a Kyiv non sia solo la libertà del popolo ucraino, ma anche la nostra. E’ la ragione per cui l’Italia continua a fare la propria parte da ogni punto di vista, non ultimo attraverso la fornitura di sistemi di approvvigionamento energetico per affrontare l’inverno e contrastare il tentativo russo di piegare il popolo ucraino con il buio e il gelo”.

 

A proposito di sfide del presente che possono diventare opportunità per il futuro. Il protezionismo di Trump, per forza di cose, costringe l’Europa a ripensare se stessa, a trovare delle nuove leve, anche creative, per diversificare i commerci, per scommettere su nuove aperture, per investire sulla globalizzazione. Perché è così importante, per le nostre imprese e la nostra economia, che l’Europa risponda al rischio protezionismo aprendo sempre di più i mercati, come fatto con l’India e come fatto con il Mercosur? E perché è un guaio non andare in questa direzione? “Noi siamo sempre stati favorevoli all’apertura verso nuovi mercati, ma sempre nel rispetto di un principio di fondo. Che il commercio può essere libero solo se è anche equo. Da troppi anni stiamo pagando le pesanti conseguenze di un processo di globalizzazione che ha aperto al libero commercio senza regole tra sistemi economici e produttivi che non erano equi tra loro e che non rispettavano le stesse regole. Questo processo ha creato sperequazioni strutturali e ha finito per rendere le nostre economie più deboli e vulnerabili, creando nuove dipendenze strategiche. Perseverare in questa direzione sarebbe un suicidio, e non abbiamo intenzione di farlo. Ecco perché penso che la strategia commerciale dell’Unione europea debba avere come priorità il nearshoring e il friendshoring, ossia la rilocalizzazione di produzioni nei paesi più vicini o nei paesi amici, oltre che semplificare la sua assurda burocrazia e prevedere precise garanzie per i nostri produttori e per le nostre imprese quando decide di costruire nuove aree di libero scambio. Come è accaduto con il Mercosur, dove l’Italia ha svolto un ruolo determinante per definire un accordo che fosse equilibrato e vantaggioso per tutti”.

 

La ricerca di nuovi mercati costringe anche a ragionare su quelli che dovranno essere i paletti entro i quali muoversi per evitare che la ricerca di nuove opportunità possa creare nuovi vincoli, nuove incertezze, nuove catene. Ci sono alcuni paesi, come il Canada e come il Regno Unito, che hanno scelto esplicitamente di considerare la Cina come il nuovo Eldorado economico dell’occidente. Giorgia Meloni pensa che questa strada possa essere giusta per l’Italia oppure no? “Guardi, io non penso che un grande continente come l’Europa – per storia, identità, cultura, forza economica, capacità industriale – abbia come unica scelta possibile quella di decidere a chi ‘consegnarsi’. Io credo, al contrario, che l’Europa debba ambire a essere una potenza forte e autonoma, capace di dire la propria sullo scenario internazionale e di dialogare con tutti, senza complessi di inferiorità, per perseguire i propri interessi. Ma per farlo si deve anche avere una strategia, e non rispondere alle sollecitazioni in ordine sparso e con atteggiamenti infantili”. Libertà da proteggere e amici da governare. Opportunità da cogliere e crisi da superare. Per tutelare l’interesse nazionale occorre difendersi dai nuovi e vecchi nemici della libertà. E per trovare le coordinate giuste, oggi come non mai, occorre partire da qui: argini contro il putinismo, argini contro il protezionismo, argini contro chi sogna un’Europa più vulnerabile alle minacce esterne. Con una consapevolezza nuova: da governare non ci sono solo gli avversari espliciti, ma anche quelli meno espliciti. In bocca al lupo e cin cin per noi.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.