Ansa

Le motivazioni del governo

Perché è stato bocciato l'emendamento per far votare i fuorisede al referendum sulla giustizia

Alessandro Villari

Tempi troppo stretti e necessità di rendere questa modalità di voto strutturale e non emergenziale. La sottosegretaria Ferro spiega come le motivazioni non siano politiche, ma solo tecniche. L'attacco delle opposizioni

"Non ci sono ragioni politiche, ma solo tecniche. Se no non avremmo fatto neanche le sperimentazioni precedenti". Con queste parole il deputato di Forza Italia Nazario Pagano prova a spegnere le polemiche sul referendum sulla giustizia. Mercoledì in Commissione affari costituzionali della Camera, di cui Pagano è presidente, tutti e cinque gli emendamenti al dl Referendum presentati dalle opposizioni sono stati bocciati. Tra questi, c'era anche quello che avrebbe consentito a studenti e lavoratori fuorisede di votare nella città in cui vivono. I partiti di minoranza hanno lamentato il doppio standard del governo, perché, dicono, alle elezioni europee del 2024 e ai referendum abrogativi del 2025 questa misura era stata presa: la maggioranza ha paura di ampliare la platea di chi partecipa al voto?

Sostiene di no la sottosegretaria all'Interno Wanda Ferro. Nelle precedenti consultazioni infatti i numeri effettivi "si sono rivelati sensibilmente diversi dalla stima di 4,9 milioni elettori fuorisede". Nel 2024, aggiunge, "le istanze presentate sono state meno di 24 mila; nel 2025 poco più di 67 mila, con un dato di circa 60 mila votanti".

Quello che sottolinea Ferro è che c'è già un dibattito parlamentare in corso che le sperimentazioni sono state fatte in passato, ma adesso non sono più giustificate: serve una norma che preveda il voto ai fuorisede come elemento strutturale e non emergenziale. Si spiegherebbe così il motivo per cui il governo ha fin dall'inizio escluso quest'ipotesi dal decreto. Mentre la bocciatura dell'emendamento, spiega il governo, sì spiega con un calendario in mano. Il referendum sulla giustizia sarà il 22 e il 23 marzo e se l'emendamento fosse stato approvato in commissione la disciplina introdotta in sede di conversione sarebbe entrata in vigore "presumibilmente solo negli ultimi giorni di febbraio, quindi a poco più di venti giorni dalla data del voto". Ed è questa la differenza sostanziale tra la consultazione sulla giustizia e le precedenti sperimentazioni adottate per le europee e per i referendum del 2025. In quei casi, infatti, le norme erano entrate in vigore rispettivamente con un anticipo di circa 80 e 69 giorni, consentendo a ministero e comuni di predisporre per tempo tutte le attività necessarie.

 

Ci sono infatti alcune procedure, spiega la nota della sottosegretaria Ferro, che non possono "essere compresse nei tempi". Per esempio la definizione del numero esatto dei richiedenti "per l’eventuale istituzione di sezioni speciali", oppure i tempi per presentare le domande, e l'eventuale revoca, che nelle due precedenti sperimentazioni era di 35 e di 25 giorni, perché tenevano conto delle "tempistiche legate alla verifica incrociata tra comune di residenza e quello di domicilio" e della necessità di annotazione nelle liste. Inoltre, bisogna considerare anche alcune "scadenze inderogabili già fissate dall’ordinamento", come la nomina dei presidenti di seggio, che deve avvenire entro il trentesimo giorno antecedente la votazione o quella degli scrutatori che invece deve essere fatta tra il venticinquesimo e il ventesimo giorno. Infine la “cristallizzazione” delle liste elettorali - passaggio essenziale che determina il numero finale dei votanti - deve avvenire entro il quindicesimo giorno prima del voto, in questo caso entro il 7 marzo. La nota della sottosegretaria si conclude ribadendo che la bocciatura dell'emendamento per i fuorisede non è stato motivato da questione politiche, ma "molto tecniche che non possono essere affrontate quando il procedimento elettorale è già in una fase avanzata".

 

Queste spiegazioni non sono però bastate alle opposizioni. Il segretario di +Europa Riccardo Magi ha dichiarato che è stata "una scelta che rende evidente come il governo abbia paura della democrazia e dei diritti, ed é uno schiaffo a tutti quei milioni di italiani che lavorano e studiano fuori dalla regione di residenza". A lui si è aggiunto anche Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi-Sinistra: "La verità è che hanno paura del voto. Grave il no all'emendamento unitario delle opposizioni che chiedeva una disciplina dei contenuti generati dalla IA durante le fasi dei comizi referendari e elettorali. Vogliono mani libere per i manipolatori".

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