LaPresse
L'editoriale dell'elefantino
L'ombra di una sicurezza in salsa trumpiana si abbatte sull'Italia. Occhio ai decreti “Minneapolis”
In Italia si vogliono riscrivere per l’ennesima volta i decreti “Sicurezza”. In ogni circostanza losca, nasce la tentazione loschissima del raccordo populista, ma con l’aggravante e insieme l’esimente del burlesco. Ma la nostra storia ci ricorda che l’ordine pubblico non equivale alla gestione autoritaria della forza
Non fosse una tragedia americana, Minneapolis ci apparirebbe come un esperimento letterario minimalista scritto dai benedetti telefonini, che sono la pietra d’inciampo del nuovo potere autoritario, e per quanto finiscano sempre sotto accusa per aver atomizzato e dissipato le menti giovanili in questa circostanza funzionano da autocontrollo e fattore di giustizia. Sembra un racconto di Richard Ford. La famiglia, la Mayo Clinic, l’automobile, il crocevia stradale e sentimentale, la scena urbana ordinaria ricostruita secondo diverse angolazioni, persino una certa ironia della morte come prospettiva o come destino. A Los Angeles o a New York, sarebbe stato un film di Michael Mann, a Minneapolis è una short novel, non parla dell’immaginazione e all’immaginazione con l’arte del montaggio tumultuoso e frammentario, racconta il quotidiano con la tecnica lenta e ricostruttiva di Bob Altman in Nashville. Lo squadrismo italiano fu crudele e barbarico ma sbandieratore e melodrammatico alla stessa stregua. Fanfara, parata, ideologia, canzoni, manganelli, olio di ricino.
Questi energumeni mascherati bloccano strade e marciapiedi, ammazzano a pistolettate delicate figure di mamme bianche sorridenti alla guida di un Suv, come Renee Good, accoppano con dieci colpi federali eroi della social function come Alex Pretti, l’infermiere dei veterani che voleva proteggere una donna, estraggono brutalmente disabili dagli abitacoli, sembrano un fumetto horror o un videogame con il bollo dell’immunità di stato, e finalmente minacciano di travolgere perfino il potere trumpiano, di stabilire fatti alternativi. Si chiamano Ice, come il ghiaccio che li circonda nella più insensata, incredibile, devastante crociata o prova di guerra civile della storia americana recente.
Ora qui da noi si vogliono riscrivere per l’ennesima volta i decreti “Sicurezza”. Dovrebbero guardarsi dall’imitare il modello Minneapolis, per di più dal lato del suo tramonto. Circola in Italia il fantasma di un ministro dell’Interno potenziale che sia l’opposto politico e propagandistico del prefetto Piantedosi, sempre a rapporto in abiti civili, regolamento e leggi. A ogni drammatico incidente mortale nei rapporti tra polizia e cittadino, un inseguimento al Corvetto, l’ombra di una scacciacani a Rogoredo o di un pestaggio a tradimento, in ogni circostanza losca, ecco che nasce la tentazione loschissima del raccordo populista, ma con l’aggravante e insieme l’esimente del burlesco, come quando i vicepremier giravano in divisa per darsi un tono autoritario pre-Papeete. Noi abbiamo avuto la tragedia dello scontro di strada sistematico, della mimica dell’insurrezione, ci sono state stagioni in cui con la Celere e i sindacati, tra porti miniere e acciaierie e terre occupate, il morto era la regola dei conflitti sociali. Ma sono cose in bianco e nero, sembravano tragiche pantomime insuperabili, credevamo di vivere nella fisiologia della guerra di classe, e invece si vide col tempo che l’ordine pubblico non equivale alla gestione autoritaria della forza, che si può, come accade qui da anni, evitare il sistematico ricorso alle armi, alla carica, alla violenza di piazza, e dalle due parti.
Pare che il bollore trumpiano sia in corso di raffreddamento per via dei sondaggi, dei discorsi di Mark Carney e di Jamie Dimon, per l’orientamento contrario “alla rottura che non è transizione” di imprese e finanza e società civile. Qui furono gli accordi fra i partiti e lo sfinimento della Guerra fredda a fare la loro parte. I volenterosi autori dei prossimi decreti “Sicurezza” si studino bene la situazione.