Verso le nomine
Vita da Freni, il Mozart dei conti, a un passo dalla Consob
Ritratto del sottosegretario al Mef, uomo di tenuta e mediazione tra sponde diverse della Lega e tra Mef e governo, melomane e lettore di classici russi
Avvocato, docente di Diritto amministrativo, già al Mef ai tempi di Draghi, romano, romanista, padre di due figlie e paladino del compromesso senza il quale, gli hanno sentito dire, "la politica non esiste". Esperto di economia fin da quando era giovanissimo, è la mente dietro al nuovo Testo Unico della Finanza
“Mi farebbe piacere”. E’ un’investitura soffusa, un lanciare il cuore dritto nel consiglio dei ministri che oggi potrebbe decidere il nome del nuovo vertice Consob, commissione nazionale per le Società e la Borsa finora diretta da Paolo Savona: al ministro dei Trasporti Matteo Salvini farebbe piacere che Federico Freni – sottosegretario al Mef nel governo Meloni e ai tempi del governo Draghi, avvocato e deputato leghista nato nel 1980, venisse nominato alla guida dell’autorità che controlla i mercati finanziati. E dunque ieri si attendeva e si osservava e da più parti (Fdl, Lega, Mef, Palazzo Chigi) si decrittavano le parole salviniane spese due giorni fa dal vicepremier in direzione del tecnico-politico, docente e sottosegretario noto a Roma e a Milano come uomo ponte tra tutto e tutti (tra alti funzionari leghisti e Mario Draghi, prima, e tra Mef e Giorgia Meloni, poi. Ma anche, e in primis, tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il resto del mondo leghista nei giorni di burrasca e di manovra). “E’ un bravissimo sottosegretario all’Economia, lo conosco, l’ho candidato ed è un parlamentare della Lega”, diceva Salvini del già professore di Diritto amministrativo presso la Luiss anche noto per essere un melomane talmente incallito da “sapere a memoria tutte le arie e tutte le parole di tutte le opere”, dicono gli estimatori esterrefatti, e anche per restare un appassionato lettore di romanzi russi al di sopra dei venti di guerra che dal 2022 e dalla Russia spirano. Venti di guerra ultimamente molto forti anche tra una sponda e l’altra del partito del vicepremier Salvini, e dalle parti dei senatori leghisti più agguerriti sulla legge di Bilancio firmata Giorgetti. E insomma: nei giorni in cui rischiava di saltare tutto (nel senso dell’equilibrio tra alleati governativi), il sottosegretario Freni mediava e mediava e mediava, con gli occhiali leggermente posizionati di sbieco sul naso e la calma di chi ha attraversato anche la fine del mondo precedente, quello di unità quasi nazionale draghiana, dicono nei Palazzi quelli che ricordano Freni nei giorni della successione al precedente sottosegretario e plenipotenziario leghista laziale Claudio Durigon. Laziale in senso geografico e calcistico, almeno quanto Freni, nato a Roma, è sempre stato romanista.
Stimato dalla premier e – ça va sans dire – stimatissimo nelle alte sfere del Mef, Freni è considerato figura chiave anche presso il leghismo meno moderato (che comunque non vuole perdere influenza in Consob). Esperto di energia, ambiente, appalti pubblici, responsabilità erariale, edilizia, sanità pubblica e stampa (conosce da vicino le vicende Inpgi), si occupa di economia fin da quando era giovanissimo (è la mente dietro al nuovo Testo Unico della Finanza), “ma di musica lirica s’intende dalla culla”, dice chi lo conosce. Collezionista di cravatte, nei mesi della manovra si è sostenuto a forza di cioccolata, tè e succo d’arancia. Negli ultimi mesi della legislatura precedente, Freni veniva associato, per pacatezza, al gemello diverso sul lato Meloni, allora responsabile economico di FdI e poi viceministro al Mef Maurizio Leo: scelti da Salvini e Meloni, ma poco salviniani e meloniani nel lessico e nei modi, al punto da essere soprannominati “i marziani”. Dei due, “l’avvocato”, cioé Freni, anche detto “milanese a Roma” per via del taglio della giacca poco stazzonata, si è via via avvicinato alla Lega negli anni al Nord, esercitando la professione, e poi, tornato nella capitale, anche come consulente esperto di Pmi stimato da Roberto Calderoli. Tuttavia Freni non è figlio d’arte: è infatti figlio di madre ex insegnante e di padre ex venditore di frutta e verdura ai mercati generali, motivo per cui il sottosegretario è considerato, nel governo, uno che sa che cosa significhi Made in Italy. Sposato a un’avvocata e padre di due bambine, uomo di tenuta in mezzo agli sconquassi già ai tempi del superbonus, pare custodisca come stella polare l’arte del compromesso senza la quale, lo hanno sentito dire, “la politica non esiste”. E’ l’uomo che, al di là delle apparenze (salviniane) nel partito, a ogni snodo complicato, sulle spese militari o sulle tasse, descriveva la Lega, nonostante tutto, come un partito “collante della maggioranza”, cercatore di “sintesi” e che non interviene “con l’accetta”. Parlava degli altri, ma la cosa, questo è certo, valeva intanto per sé.