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Elly batte un colpo

Schlein firma la risoluzione contro gli ayatollah, Conte fa l'iraniano. Alleanza impossibile

Salvatore Merlo

Per una volta la segretaria dem fa una cosa semplice: non aspetta il capo dei 5 Stelle. Un gesto talmente elementare che, in questo Pd, sembra sovversivo. Ma firmare una risoluzione è facile. Più complicato è firmare il conto di una finta alleanza che diventa ogni giorno più grottesca

La politica estera riesce in un capolavoro: unisce la destra alla sinistra. E però fallisce in pieno in altra geometria: unire la sinistra con se stessa. L’Iran, in questo senso, è un eccellente compasso. Disegna cerchi perfetti tra Pd e maggioranza, e scarabocchi infantili tra Pd e M5s. Succede che il Parlamento, per una volta, si ricorda di essere Parlamento. Succede che davanti a un regime teocratico che impicca, reprime, lapida e prega, l’Aula trova una voce comune. Succede che il Pd con tutto il centrosinistra firma una risoluzione di condanna insieme alla maggioranza. Succede, soprattutto, che Giuseppe Conte dice no. Frena. L’unico. I suoi senatori erano pronti a firmare. Ma il capo li richiama all’ordine: fermi tutti, che qui c’è l’America imperialista dietro l’angolo.

 

E così entra in scena Ella. Cioè Elly. Insomma Schlein. Per una volta fa una cosa semplice: non aspetta Conte. Non consulta Conte. Non media con Conte. Firma. Un gesto talmente elementare che, in questo Pd, appare sovversivo. Quando succede, vale la pena prenderne nota, come si fa con le eclissi. Ma adesso viene il bello. O il brutto. Perché firmare una risoluzione è facile. Più complicato è firmare il conto di una finta alleanza che diventa ogni giorno sempre più grottesca perché evidentemente costretta dall’aritmetica e non ispirata dalla politica. E in politica, specie estera, il conto prima o poi arriva sempre. Conte in realtà, non fa l’antiamericano. Fa l’elettorale. S’intesta un sentimento diffuso a sinistra. Ma Conte l’America non la odia affatto, anche quella della destra: l’ha frequentata abbastanza da essere chiamato affettuosamente “Giuseppi” da Donald Trump. Conte non è antiamericano, è adattabile. Dove conviene, diventa la sinistra che urla contro Washington. Dove non conviene, tornerà “Giuseppi”. Come il manzoniano conte (nomen omen) duca don Gasparo Guzman, che faceva “perdere la traccia a chi che sia, e quando accenna a destra si può essere sicuro che batterà a sinistra”. Il Pd, invece, una linea forse l’ha tracciata. Ma stiamo a vedere. Perché la politica estera, come la geometria, non ammette curve morbide. C’è chi usa il compasso. E poi ci sono gli scarabocchi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.