Ansa
il colloquio
I rapporti con Trump, il gradimento palestinese. L'ambasciatore Stefanini: “Quasi naturale che Meloni sia nel Board per Gaza"
"Il governo ha dato un chiaro sostegno al piano di pace americano e ha coltivato i rapporti con l'Anp, la premier una figura gradita anche sul versante della Palestina", spiega il diplomatico. L'equilibrio tra Ue e Stati Uniti? "Finora è stata probabilmente la strada migliore. Ma la Groenlandia potrebbe cambiare il quadro"
“Se mettiamo insieme tutti gli elementi emersi in questi mesi, è quasi naturale che in questo Consiglio di pace per Gaza ci sia posto anche per Giorgia Meloni”, dice Stefano Stefanini. L’ambasciatore, già consigliere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e oggi senior advisor dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), parla al Foglio del cosiddetto Board of Peace che Donald Trump nominerà per gestire la fase di transizione nella Striscia. E in cui l’Italia dovrebbe fare la sua parte, vedendo così riconosciute dall’alleato americano le scelte di questi mesi sul dossier mediorientale. “Il governo ha dato un chiaro sostegno al piano di pace di Trump. Inoltre, a differenza di altri paesi come Francia o Spagna, non ha riconosciuto lo stato di Palestina, decisione che avrebbe irritato Trump oltre che Israele. E poi Meloni ha detto subito che l’Italia è pronta a partecipare alla forza di stabilizzazione a Gaza. Alla luce di questi aspetti, e considerando lo stretto rapporto con gli Stati Uniti, non sorprende che nel Board possa esserci anche il nostro paese”, spiega Stefanini, ricordando come uno dei punti del progetto di Trump preveda sostanzialmente il concetto dei due stati. “In questo senso i rapporti che l’Italia mantiene da sempre con l’Autorità palestinese rientrano perfettamente in quel quadro”.
L’ambasciatore si riferisce alle relazioni storiche ma anche alle due visite recenti di Abu Mazen a Palazzo Chigi. “E avere in questo Board una leader che ha dimostrato di mantenere, e di continuare a coltivare, i rapporti con l’Autorità palestinese è sicuramente un elemento in più, perché significa poter contare su una figura gradita anche sul versante della Palestina”. Stefanini comunque invita alla cautela, “perché le difficoltà per arrivare alla seconda parte del piano di pace sono molte. C’è stata per ora un’accelerata comunicativa. La nomina del Board, il cui ruolo dovrà comunque essere chiarito, indica la volontà di Trump di andare avanti ma di per sé non supera gli ostacoli”.
Il principale nodo, sottolinea il diplomatico, resta il disarmo di Hamas. “E forse può scioglierlo solo la Turchia, che nell’ambito della Fratellanza musulmana è il protettore politico di Hamas. Solo la Turchia potrebbe convincerli al disarmo: vuol dire che nella forza di stabilizzazione i turchi dovranno avere un ruolo preminente, tuttavia Israele è contrario. Non mi pare un problema da poco”. Per questo immaginare le effettive tempistiche e le prospettive reali è oggi assai difficile. Ma certamente, nel momento in cui si arrivasse alla fase della ricostruzione, “che in un’ottica trumpiana non è soltanto umanitaria ma riguarda anche investimenti e affari, avere il capo del nostro governo italiano all’interno del Board di pace può sicuramente essere d’aiuto per le imprese italiane”.
C’è infine ultimo aspetto, quello delle alleanze internazionali, che assume ancora più rilevanza in una fase in cui – dall’invasione dell’Ucraina all’azione di Trump in Venezuela – il diritto internazionale conta sempre meno. Mentre Meloni rivendica il ruolo di ponte tra le due sponde dell’oceano. “La linea seguita finora dal governo, cercando un equilibrio fra Trump e l’Ue, è probabilmente la strada migliore. Almeno fino a quando non si fosse costretti a una scelta”. Le mire americane in Groenlandia potrebbero cambiare il quadro. “La premier ha detto a chiare lettere di essere contraria a un’annessione da parte degli Stati Uniti. Ove mai si arrivasse davvero a questa sciagurata eventualità, che avrebbe effetti devastanti per la Nato, sarebbe molto difficile per l’Italia mantenersi in equilibrio tra Washington e Bruxelles”.