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questione di tempo

Un ricorso alla Cedu spinge Meloni ad accelerare sulla legge elettorale

Riccardo Carlino

La premier preme per avere nuove regole prima della prossima tornata elettorale. I giudici di Strasburgo, su impulso di Mario Staderini (ex Radicali), potrebbero incidere sull'impresa, e nel frattempo il governo difende il Rosatellum (definita anni fa "uno schifo")

A ostacolare l’arrivo di una nuova legge elettorale potrebbe essere la giustizia europea. Per Giorgia Meloni avere nuove regole per le urne in tempi brevi è importante. Nella conferenza stampa di venerdì scorso l’ha addirittura indicata come una priorità dei prossimi mesi. Nella maggioranza i nodi da risolvere sono tanti, ma ce n’è uno che pesa più degli altri. Si tratta di un ricorso contro l’Italia arrivato alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2023, secondo cui le modifiche apportate alla legge elettorale italiana prima delle elezioni politiche del 2022 avrebbero comportato alcune violazioni dei diritti degli italiani. L’ha presentato Mario Staderini, ex segretario dei Radicali ai tempi di Pannella e Bonino, e Strasburgo l’ha dichiarato “ammissibile”. All’Italia si contestano tre violazioni. C’è il mancato rispetto del principio di stabilità del sistema elettorale, causato dalle modifiche intervenute dal 2019 fino al 2022, a pochi mesi dalle urne di settembre. Un’altra questione riguarda la possibile violazione del diritto di voto libero legata all’impossibilità nel Rosatellum (la legge elettorale ora in vigore) del “voto disgiunto”, che permette dunque di votare candidature indipendenti. Per ultimo, i ricorrenti hanno sottolineato la mancanza di una via di ricorso diretta in Corte costituzionale per l’elettore, quando questi ritenga che una legge elettorale sia in contrasto con i parametri previsti dalla Cedu, a differenza di quanto avviene in altri paesi come Spagna e Germania dove il singolo cittadino può ricorrere individualmente.

La svolta della storia arriva nel dicembre 2024. Di fronte a questi tre temi, la Cedu chiede un parere “amicus curiae” alla Commissione di Venezia, l’organismo del Consiglio d’Europa riconosciuto come la massima autorità internazionale in materia di diritto elettorale. Prima di questo caso era stata sentita solamente altre sette volte dalla Corte di Strasburgo. Per la Commissione, “le regole che cambiano frequentemente possono confondere gli elettori”, e si giudica in maniera negativa “il fatto di cambiarle frequentemente o appena prima (entro un anno) delle elezioni”. Secondo questo principio, il tempo massimo per il governo per mettere mano alla legge elettorale sarebbe settembre 2026, a patto che il processo contempli anche “un’approfondita discussione pubblica con il coinvolgimento di tutti gli attori politici”, ricorda la Commissione. Confronti e dialoghi che la premier, sempre lo scorso venerdì, si è auspicata possano esserci. Specialmente con le opposizioni. Al contrario, il parere dell’organo è stato più mite per le altre due violazioni, sottolineando (in particolare per il voto disgiunto) che sia un tema a discrezionalità del governo stesso. Un’altra grana sono i tempi tecnici. Aprire un dibattito enorme come quello sulla legge elettorale, e impacchettarne una nuova entro la fine dell’estate, è un’impresa più che ardua. E come spiegato dal Foglio, gli stessi vertici di Fratelli d’Italia si mostrano scettici a una chiusura della faccenda in tempi rapidi, nonostante l’accelerata voluta da Meloni.

                          

Nei cassetti di Strasburgo è già stato depositato tutto il materiale che le occorre. Tra questi c’è anche la memoria difensiva presentata dal governo su impulso della Cedu stessa, che ha chiesto a Palazzo Chigi se i cambiamenti alla legge elettorale avvenuti tra il 2019 al 2022 avessero minato la garanzia delle libere elezioni, ma anche se il divieto del voto disgiunto abbia o meno inficiato sul diritto di voto. “Noi ovviamente riteniamo infondato il ricorso”, aveva commentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Nel 2017, però, era stata proprio Fratelli d’Italia a non votare il Rosatellum, giudicata da Giorgia Meloni “uno schifo”, polemizzando inoltre con il sostegno che proveniva da Lega e Forza Italia. Oggi, invece, il governo si ritrova a difendere quella legge, anche perché il rischio che corre è piuttosto alto.

Se Strasburgo desse ragione a Staderini, una nuova legge elettorale adottata poco prima delle elezioni del 2027 sarebbe incostituzionale. Come previsto dall’articolo 117 della Costituzione, le sentenze della Cedu sono infatti vincolanti in Italia. Ma anche nel caso di mancata vittoria, anche solo se giudici ribadissero secondo cui non si può approvare una legge elettorale a ridosso delle urne (messo nero su bianco dalla Commissione di Venezia) la decisione potrebbe inficiare su una nuova norma. La partita è tutta da giocare, e un ruolo da protagonista potrebbero averlo ancora una volta dei giudici.