Ansa

Emozioni e circonlocuzioni

Trentini e la grande morìa delle vacche

Maurizio Crippa

Per gioire davvero senza ipocrisie per la liberazione del cooperante italiano occorre ammettere che la violazione della legalità internazionale è servita. Ma la sinistra preferisce le scuse alla Totò

C’è stata una grande morìa di Trump, avrebbe detto il principe Totò De Curtis, parafrasando se stesso, fosse stato qui tra noi a contemplare la desolata arrampicata delle scuse e dei non detti furbetti. C’è stata una grande morìa delle vacche, si scusava Totò come poi John Belushi: “C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! Una tremenda inondazione! Le cavallette!”. Tutto, pur di negare l’evidenza. La liberazione di Alberto Trentini (e pure di Mario Burlò, eh) è stata giustamente accolta con emozione e felicitazioni, persino di Fabio Fazio, per dire la condivisione del pop: “La più bella notizia che si potesse sperare! Finalmente!!!!!!!!!”. Ma con l’emozione, ecco la messa in scena di tutte le circonlocuzioni possibili per non dire, contestualmente, chi e cosa l’abbiano resa possibile.

 

Il povero Capezzone è stato sbertucciato per aver denunciato all’“Aria che tira” la contraddizione tra chi ora gioisce per Trentini ma una settimana fa manifestava per Maduro. Una inesorabile polemista dell’X, il cui nome lasceremo all’antonomasia, lesta di mattina aveva pronta l’excusatio non petita: “Mi chiedevo quanto tempo ci sarebbe voluto prima di leggere ‘Trentini l’ha liberato Trump mica voi di sinistra che siete in piazza per Maduro’. Tutto sommato pensavo prima”. Tutto sommato da queste parti s’era avvertito ben prima: sarebbero arrivati quelli incapaci di fare onestamente due più due. Presto s’è svegliato il pavloviano Berizzi: “Poi magari ci spiegheranno perché ci sono voluti 423 giorni e perché Trentini, a differenza di altri, poteva aspettare in carcere”. Lui che il 4 gennaio postava: “Sono certo che tra una lisciata di pelo a Trump e un giro in macchina a Madrid con l’amico fascista Abascal Giorgia Meloni abbia trovato il tempo per chiamare il presidente Usa per pregarlo di far liberare Alberto Trentini”. Sì: il tempo l’ha trovato e il risultato l’ha portato a casa. Perché prima no? Semplice: perché c’era Maduro, l’amico di Landini. Sono nomi che non si possono pronunciare, Trump e Meloni. E’ tutto un “l’incubo è finito. Questa è una bella notizia” (Ilaria Salis), ma senza autori, un fiorire di entusiasmi per “il frutto dell’impegno diplomatico e della cooperazione tra istituzioni”. Detto così, tenendosi sulle generali. Schlein parla di “splendida notizia che ci dà tanta gioia”, e ora sorvola sulla grave violazione trumpiana, eccetera.

 

L’angelico don Ciotti: “Bentornato a te giovane uomo generoso, figlio di un’Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani”. Dev’essere tornato volando su una colomba.

 

Non è solo questione di antipatie personali, o del sacrosanto, berizziano, pregiudizio antifascista. E’ che per potere gioire senza ipocrisia della liberazione dei detenuti di una dittatura bisognerebbe ammettere un paio di cose. La prima: che tale liberazione, per 423 giorni rimasta impossibile, è avvenuta grazie a una “grave violazione”, mamma mia, dell’art. 2, paragrafo, 4 della Carta delle Nazioni Unite, che recita: “I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. In base al citato articolo, su cui ovviamente si regge l’equilibro della legalità tra gli stati ma anche gran parte della panzana retorica del diritto internazionale che garantisce ai tiranni di morire nel proprio letto ma non alle giovani iraniane di vivere senza velo, la rimozione di Maduro è soprattutto un atto illegale. Infatti la sinistra non diremo di mezzo mondo, ma certo di mezza Italia, paese che non meriterà mai abbastanza il proprio declino morale, lo ha ripetuto alla nausea e senza vergogna, evidentemente seguendo l’alto magistero intellettuale di Aimone Spinola, il sindacalista Cgil che dava di traditore a un venezuelano che stava manifestando la sua gioia per la caduta del baffone: “Sei scappato dal Venezuela, scappa anche da qui”.

 

Però, messa così, sarebbe allora illegale anche la liberazione stessa di Trentini, avvenuta perché Trump ha violato il famoso art. 2 paragrafo 4 anche nella parte “minacce”, forzando le nuove “autorità venezuelane” perché si iniziasse una trattativa tra diplomazie governi e quant’altro. A quando dunque manifestazioni unitarie per chiedere di rimandarlo indietro, Trentini? Meno male che, sempre all’“Aria che tira”, l’ex procuratore Edmondo Bruti Liberati, pur lamentando le possibili ricadute della violazione del diritto internazionale, ha riconosciuto apertamente il merito dell’Italia, del governo e della diplomazia. In attesa che qualcun altro chiarisca, o si ravveda, resta il clamoroso spettacolo della grande morìa delle vacche, insomma di Trump, nei commenti di molti. Trump, il monosillabo che fa il mondo tremar, così sempre e un poco paranoicamente in cima ai pensieri, ai post e persino alle esternazioni dei politici è scomparso per un giorno. Resta solo la “grande soddisfazione” per Trentini, che probabilmente è evaso da solo come il conte di Montecristo dall’isola. Ma sul suo caso (come già era avvenuto con Patrick Zaki, per la cui liberazione il contributo del governo Meloni risultò indigeribile) la sinistra mediatico-politica rischia la fine dell’asino di Buridano, detto con pardon per l’asino.

 

Non può darne merito a Trump, violatore del diritto internazionale, ma non riesce nemmeno a riconoscere il lavoro compiuto dal governo, nominandolo almeno. E’ un’altra arrampicata sugli specchi. Stefano Feltri: “La premier ringrazia le autorità di Caracas che sono le stesse che hanno tenuto prigioniero senza ragione Alberto Trentini per oltre 400 giorni”. Eppure sarebbe semplice da spiegare: nel frattempo, il dittatore amato da gente come Luciano Vasapollo, quello che alla Sapienza diceva “levati dal cazzo” a un oppositore venezuelano, è stato estradato e sta al gabbio a New York. Ma non lo possono dire. Non vogliamo neppure pensare a cosa succederebbe, se un’altra mattana in violazione del diritto di Trump buttasse giù i preti barbuti di Teheran e liberasse i ragazzi e le ragazze che stanno vedendo i loro coetanei ammazzati nei sacchi neri da un regime che di Maduro era complice. L’Italia è già abbastanza stremata, non reggerebbe a un’altra morìa delle vacche.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"